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Lorenzo Negri L’uomo sbagliato


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Lorenzo Negri
L’UOMO SBAGLIATO
un giallo à la coque

Luglio 2007

DATI AUTORE:
Lorenzo Negri.

Recapito postale : Loc. Casavecchia 9 52010- Capolona (AR)


Tel. 0575 451407 e-mail negro53@libero.it

Capitolo primo.
La via era deserta .

Non c'erano auto, non c'erano persone. Niente, nemmeno un cane.

Il lato destro era una lunga fila di alte mura dalle quali sporgeva qua un tetto di lamiera ondulata, là l'estremità di una corta ciminiera.

A sinistra si allineavano palazzi condominiali con diverse pretese di status.

I più ambiziosi sfoggiavano facciate di maiolica blu, con tende da sole gialle ad ombreggiare vaste terrazze.

I più umili mantenevano quegli intonaci grigio sporco che creano lo sfondo triste sul quale si dibattono le vite dei milanesi.

I negozi avevano le saracinesche abbassate.

Tutti meno uno.

Sopra l'unico negozio aperto campeggiava un'insegna luminosa a caratteri giallo oro su sfondo nero: " Franco Faggioni HI-FI ELITE ".

Dalla porta semiaperta balzavano in strada accordi pizzicati sulle corde di un violino. Si susseguivano con un ritmo lento, monotono, intervallati nelle pause da leggeri colpi di cimbali .

Lui si vide arrivare a passo di corsa. Indossava il vecchio eskimo verde marcio e aveva il volto coperto da un passamontagna rosso. Un tascapane militare penzolava gonfio al suo fianco destro.

La bottiglia molotov si materializzò nelle sue mani e fu subito scagliata contro le vetrine.

Vetri infranti con vampata di fiamme e orchestra d'archi ad infilare un andante veloce.

Alla prima molotov ne seguì una seconda e quindi una terza.

Le fiamme danzavano altissime e gareggiavano con lo stridore acuto dei violini che accentuavano ancor più l'incalzare del ritmo.

Franco Faggioni uscì tranquillamente dal suo negozio.

La sua faccia da trentenne annoiato esprimeva il fastidio di chi é chiamato a pagare un insulso balzello

Stava attento anon sporcasi la polo celeste, a non gualcire i pantaloni chiari e leggeri che sventolavano tra le volute di fumo.

Si aggiustò il ciuffo biondo ed avanzò.

Lui gli balzò addosso e lo colpì in testa con una chiave del 36.

L'aggredito rimase immobile.

Non cercò di difendersi e continuò a fissare muto il suo aggressore che menava colpi all'impazzata.

Lo fissava con quei suoi occhi cerulei persi in un vuoto indefinito.

I violini tacquero.

Le fiamme si spensero.

Estrasse una grossa pistola e la infilò nella bocca del Faggioni.

Voleva vedere quel volto odiato spappolarsi, voleva vedere le cervella e il sangue del suo nemico schizzare verso il cielo.

Sparò.


Come al solito non successe niente.

Sparò ancora.

La vetrina riprese il suo solito aspetto.

Franco Faggioni rientrò lentamente nel suo negozio.

L'insegna era lucida e luminosa come sempre.

Lui s'inginocchiò e, tenendosi la testa schiacciata contro il petto, pianse.

I singhiozzi lo squassavano.

Il suo corpo sussultava come se fosse percorso da forti scariche elettriche.

Si svegliò sudato e piangente.

Grosse lacrime e rivoli di sudore gli rigavano il volto.

Si rivoltò nel letto.

Si mise a pancia in giù e cercò di soffocare i singhiozzi nel cuscino.

Non voleva che i vicini, oltre la sottile parete, lo sentissero piangere.

Si vergognava.

Un uomo già da un pezzo oltre i quaranta, grande e grosso come lui, non dovrebbe piangere.

Ma negli ultimi mesi non aveva quasi fatto altro.

Piangeva, di giorno e di notte, gemendo e singhiozzando, nascosto nel suo miniappartamento, rannicchiato sotto cuscini e coperte.

Solo così, protetto e avvoltolato come un feto, immerso in un bagno di sudore e lacrime, solo così trovava l'energia per continuare a vivere, nutrirsi, lavorare.

Lentamente i singhiozzi si placarono.

Tornò supino, si asciugò gli occhi con il dorso della mano, cercò la sveglia e guardò l'ora.

Nel buio le cifre rosse del display a cristalli liquidi segnavano 04. 27.

Troppo presto per alzarsi.

Troppo tardi per riaddormentarsi.

Non poteva permettersi che un altro incubo gli succhiasse le energie accumulate durante le vacanze estive.

La mattina seguente avrebbe dovuto affrontare i suoi alunni e i loro genitori.

L'anno scolastico ricominciava.

Solo tre ore dalle nove alle dodici.

Lectio brevis.

Un'impresa immane.

Comunque doveva farcela.

L'aveva giurato a se stesso il giorno in cui aveva deciso che nonostante tutto voleva continuare a vivere.

Nonostante la vergogna.

Nonostante il disastro.

Nonostante quella cascata di lacrime che gli urgeva dietro agli occhi e che poteva sgorgare per un nonnulla.

Per fortuna, il suo ruolo di specialista di Lingua Inglese in una scuola elementare era considerato di secondo piano e la maggior parte dei genitori mostrava gran disinteresse per le attività da lui organizzate.

Aveva perfezionato un metodo definito dall'acronimo TETG (Teaching English Through Games ) che i ragazzi gradivano e dava discreti risultati senza impegnarlo eccessivamente.

Continuava a ripetersi che il peggio era passato.

Tutto quello che doveva succedere era già successo.

Un maestro reo d'adulterio con una collega, costituisce un fatto così frequente nell'immaginario del personale scolastico che, quando diviene manifesto e svelato, risulta immediatamente banale e poco interessante.

Lo scandalo ormai non faceva più notizia.

Tutti avevano già commentato e preso posizione.

Sua moglie lo aveva lasciato definitivamente.

Aveva perso il bambino che stava per adottare.

I colleghi facevano gli indiani.

La Direttrice, almeno questa volta, aveva avuto il buon gusto di non intervenire e di lasciarlo macerare nel suo brodo.

Anche lei si rendeva conto che il suo più acceso antagonista di tante battaglie di politica scolastica era oramai ridotto ad una specie d'ombra, in grado solo di scivolare da una classe all'altra con il suo bagaglio di giochi e pupazzi.

Tenere in piedi quell'ombra, che a scuola i bambini chiamavano Teacher e gli adulti maestro Bacci, gli costava un'enorme fatica.

Per fortuna gli erano rimasti alcuni amici.

Quelli di sempre.

Quelli che oramai si riunivano senza di lui, ma che continuavano ad invitarlo ovunque e gli offrivano invano ogni genere di aiuto.

Ogni tanto, nel suo appartamento, spesso tenuto buio anche in pieno giorno, squillava il telefono.

Il telefono lo terrorizzava.

I suoi guai erano cominciati con un messaggio anonimo sulla segreteria telefonica.

Troppo comodo metterla così.

Non doveva mai più mentire a se stesso.

Le sue disavventure erano cominciate quando lui, Marco Bacci, l'unico vero responsabile di una lunga serie di guai, aveva visto Amaranta piangere e aveva creduto di poter aiutare la bella collega dal nome carico di esotismo e suggestioni letterarie. Aveva messo così il proprio malessere accanto a quello di lei, creando una comunione di aspirazioni deluse.

Dal telefono cominciò l'attacco.

La contromossa dell'avversario.

Quando il telefono squillava, cominciavano i sudori freddi. Gli battevano i denti.

I muscoli della schiena si tendevano dolorosamente. Il respiro fuggiva.

A volte rispondeva solo per far cessare questo panico.

Altre volte staccava il telefono e lo nascondeva in un armadio e ce lo lasciava per giorni. Poi pensava ai suoi anziani genitori, al loro bisogno di controllare che non si fosse suicidato .

Così rimetteva in funzione l'apparecchio e ogni volta s'illudeva che sua moglie, in virtù di una qualche strana alchimia, potesse dissolvere la sua rabbia e si risolvesse a chiamarlo, per perdonarlo, per proporgli di ricominciare una nuova vita.

Di nuovo insieme.

Impossibile.

Né lei, né nessun' altra al mondo potevano nutrire nei suoi confronti alcun genere d'interesse.

Un uomo nel suo stato poteva solo suscitare disprezzo o pietà.

Tuttavia, se il telefono squillava e lui riusciva a rispondere, nella maggior parte dei casi era una donna che lo chiamava.

Principalmente le donne della sua famiglia, sua madre e le sue due sorelle, poi le donne dei suoi amici.

Lo invitavano a cene, feste, concerti, mostre.

Lo invitavano a distrarsi.

Lo invitavano a reagire.

Lo invitavano a confidarsi e sfogarsi con loro.

Marco Bacci sapeva di non potersi permettere alcuna distrazione e ancor meno poteva lasciarsi andare ad una reazione.

Solo nei suoi incubi si permetteva di reagire.

E in quanto a sfogarsi e a confidarsi era ben organizzato.

Pagava ogni mese più di un terzo del suo stipendio per incontrare una psicanalista due volte alla settimana.

Ore brevissime, ma intense, in cui parlava a ruota libera di tutto ciò che aveva in testa, mentre lei fumando lo ascoltava e poi, di solito negli ultimi minuti, diceva qualcosa che avrebbe riverberato per giorni nei lunghi silenzi di Marco, dandogli la speranza di riuscire prima o poi a ritrovare il bandolo della sua esistenza, di riuscire a perdonarsi.


Restare a letto era ormai impossibile.

Nudo e scalzo andò in bagno e cominciò a far scorrere l'acqua nel box doccia.

In breve il piccolo locale si riempì di vapore, lo specchio si appannò.

Con l'indice della sinistra, la mano del diavolo, quella che da bambino gli legavano perché doveva imparare a scrivere con la mano bella, tracciò a lettere tanto grandi quanto incerte la parola TRADITORE.

S'infilò sotto il getto tiepido e come sempre sperò che l'acqua potesse lavargli via quel senso di disgusto che gli si era appiccicato addosso.

Niente da fare. Continuava a viversi come un uomo sbagliato, un errore vivente.

Si ritrovò nuovamente immerso nel suo recente passato.

Rivedeva la sua segreteria telefonica Panasonic , il led rosso che lampeggiava nella semioscurità della stanza matrimoniale, risentiva l'agghiacciante messaggio di sole tre parole pronunciate dalla voce rabbiosamente roca del padre di Faggioni: "Delinquente, devi smetterla!"

Era riuscito a bluffare, in quel momento aveva addirittura trovato il modo di ridere mentre ascoltava e riascoltava il messaggio insieme a sua moglie.

La convinse a non preoccuparsi: era sicuramente qualcuno che aveva sbagliato numero, un vecchio rincoglionito che non sapeva con chi stava parlando.

La misera pantomima gli permise di guadagnare una notte. Rimandare di qualche ora l'ammissione della sua colpevolezza.

Quando vide Amaranta a capo chino davanti al laboratorio linguistico, quando vide il suo sguardo, capì che erano stati scoperti.

Franco, suo marito, si era insospettito.

Era stato il comportamento di Amaranta a metterlo sull'avviso.

Quel suo tornare ad essere capace di sorridere.

La sua crescente voglia di spazi personali. La sicurezza con cui li esigeva.

E il telefono.

Per controllarla aveva cominciato a chiamarla spesso.

Trovava troppo spesso il numero di casa occupato.

Lei si giustificava dicendo che a chiamarla erano le amiche, le colleghe.

Ma quando uno ha la fortuna di essere Franco Faggioni, di possedere una bella moglie e una bella figlia, il negozio di Hi-fi, un paio di case in città, una villa sul Lago Maggiore e una scintillante BMW nera, non può permettersi esitazioni.

Deve usare ogni mezzo a sua disposizione per difendere e curare le sue proprietà.

Amaranta chinava sempre di più la testa mentre lo sentiva avvicinare.

I suoi capelli neri, scurissimi, spessi e fitti, tagliati a caschetto, le nascondevano la parte superiore del volto come una scura cortina.

Si sentiva che quello che stava dicendo la faceva soffrire, la dilaniava.

Schiacciò la testa contro il mento, prese fiato come per iniziare un lungo discorso, ma tacque.

- Ti ha fatto pedinare? Si è rivolto ad un investigatore? - la incalzò Marco.

Lei prese ancora fiato e poi trovò la forza di spiegare che Franco si era rivolto a suo padre.

Domenico Faggioni era un ex ufficiale della Digos e sia a Milano che a Roma c'erano molte persone che gli dovevano dei favori.

Gli uomini della Digos lavoravano molto meglio di quelli di Tom Ponzi e delle altre agenzie d'investigazione.

Avevano ogni genere di mezzi e furono subito a disposizione dei signori Faggioni a costo zero. Tutto ciò che serviva andava a carico dei contribuenti.

Il telefono fu messo sotto controllo, ogni conversazione venne accuratamente registrata.

Il maestro Bacci chiamava sempre da una cabina.

Diceva parole troppo dolci per essere un innocuo collega.

Spiegava ad Amaranta quanto fosse bella e come gli sarebbe piaciuto poterla incontrare più spesso. Un pomeriggio, all'inizio della primavera, quando anche a Milano gli alberi dei parchi si ostinano a fiorire, le diede un appuntamento alla montagnetta di San Siro.

Passeggiarono tra i viali tenendosi per mano come due scolaretti, in un angolo ombroso si scambiarono un rapido bacio a fior di labbra, ignari delle foto che venivano scattate. Un paio di uomini ben attrezzati li seguivano discretamente tra i vialetti tortuosi.

Lui le spiegava il suo strazio, la sua frustrazione per non riuscire a farsi amare da sua moglie, l’essere ridotto ad accessorio di poco conto nella vita coniugale.

Non riusciva mai a vedere negli occhi di sua moglie quello sguardo carico di benevolenza e di desiderio che illuminava i lunghi occhi scuri di Amaranta.

Lei parlava poco, annuiva più che altro.

Qualche volta diceva frasi semplici come Mi sembra di capirti oppure Anche a me piacerebbe poter essere libera. E sospirava.

I microfoni direzionali e sensibilissimi, gestiti dalle abili mani di perfetti tecnici del suono, registravano anche i sospiri.

Chissà se anche quegli uomini, riascoltando le registrazioni nelle loro cuffie riuscivano ad intuire in quei sospiri, in quel timbro caldo della voce di Amaranta, tutta la voglia d'amore che scorreva nelle vene di quella donna?

A Marco sembrava che dentro quel corpo, da creatura della jungla, da india, fluisse un serpente di lava, un magma cui urgeva trovare uno sbocco.

Quando Franco e Domenico Faggioni, nel retro del negozio di hi-fi, ebbero terminato di visionare le foto e ad ascoltare le registrazioni insieme ad una squadra di cinque deferenti e perplessi agenti della Digos, provarono un senso di sconcerto misto a vergogna.

L'espressione quasi equina di Franco era forse il più fedele specchio della sua anima. Il famoso "mulo parlante" di Arthur Lubin -Francis per l'appunto- grazie alla capacità di articolare discorsi con la sua voce baritonale appariva di gran lunga più umano.

Cosa doveva pensare di quello che aveva visto e sentito? E cosa pensavano di lui, di loro, della sua famiglia, quelli che avevano visto e sentito per lui?

Prima ancora che questa indagine cominciasse, sapeva già che sua moglie lo stava tradendo.

Erano mesi che Amaranta sorrideva e si.muoveva carica d'una nuova energia.

Era diventata d'improvviso più attenta a strani dettagli, come il colore del cielo, la forma delle nuvole, la posizione delle piante sul terrazzo.

Aveva smesso di vestirsi con quei pallidi rosa e celeste che aveva sempre privilegiato, ora si vestiva spesso di tinte forti, specie il nero e il rosso intenso e scuro come quello delle lacche cinesi.

Non guardava più la televisione, anzi ne parlava quasi con disprezzo, passava le serate a leggere.

Leggeva un sacco di romanzi . Soprattutto di autori latino americani.

- Mi domando che cosa ci trovi in tutte quelle storie che leggi.

Amaranta aveva percepito il livello di tensione nella voce del marito, ma mentre una volta si sarebbe affrettata a trovare le parole per calmarlo ed evitare una delle sue esplosioni di collera, questa volta lo sfidò.

Gli puntò uno sguardo incandescente negli occhi da nordico in inverno e con un tono secco rispose:

- Ci trovo me stessa. In questi romanzi ci sono anch'io, si parla di me, di quella parte di me che tu ti rifiuti d'incontrare.

E che dire della musica?

I suoi sofisticati impianti, i cd con le compilation al top delle classifiche, le loro canzoni preferite, tutto dimenticato.

Ora Amaranta girava perennemente con un vecchio walkman e un paio di scadenti cassette che ascoltava mentre leggeva, mentre era in macchina, mentre si occupava delle faccende di casa, ogni volta che lui guardava un video preso a noleggio o un qualsiasi programma televisivo.

Solo la bambina aveva il potere di farla uscire da quel limbo acustico che sembrava attrarla così tanto e così lontano da lui.

Una sera, mentre lei era sotto la doccia, prese dalla borsetta il walkman e ascoltò quei suoni gracchianti e insulsi. Sembravano registrazioni malfatte di vecchi vinili con musica jazz degli anni settanta.

Sulla custodia una grafia quasi illeggibile aveva scritto soltanto Sognando di volare.

Qualche giorno dopo, con noncuranza domandò - Chi ti ha dato quella musica ?

- Rita, la mia collega. Il suo fidanzato è un clarinettista, te l'avevo già detto, no?

La prontezza di quella risposta più che verosimile lo sorprese, ma non lo tranquillizzò.

Rita aveva già passato i cinquanta e quindi aveva venti e rotti anni più di Amaranta, ma invece di sembrare sua madre si relazionava con lei quasi come una sorella.

Spesso veniva a trovarla a casa e passavano lunghe ore in reciproche e quanto mai segrete confidenze.

Era comunque riuscito a carpirle che da molti anni questo "fidanzato" si era inserito nella sua vita famigliare e ora che i figli erano cresciuti, Rita rivendicava una specie di diritto di poliandria. Non voleva perdere la sua famiglia, ma voleva avere l'agio di godersi la sua love story alla luce del sole. Ne aveva parlato con il marito e con i figli e dopo un periodo di inevitabili burrasche, era riuscita nel suo intento.

La cosa che più lo lasciava perplesso era che il fidanzato col clarinetto avesse un'età di poco superiore a quella del figlio maggiore di Rita.

Franco Faggioni per molto tempo reputò Rita la maggiore indiziata del cambiamento di sua moglie.

Cominciò a osteggiare e a rendere difficoltosi i loro incontri.

Espresse sul conto di lei i peggiori giudizi.

Non ottenne altro che una maggior riservatezza da parte di sua moglie e dell'amica.

Inevitabilmente fantasticò anche qualcosa di simile ad un amore saffico e si stupì di provare un'eccitazione piuttosto intensa nell'immaginare di poterle spiare mentre nude si toccavano e si baciavano come le attrici dei film porno visti in tivù la notte tardi, aspettando che Amaranta uscisse dal suo studio e dalle sue letture per coricarsi insieme.

Nessuna di quelle attrici però, aveva i capelli bianchi e il volto pieno di rughe.

Poteva anche darsi che Rita rappresentasse per sua moglie un modello trasgressivo e che senza nemmeno volerlo la spingesse a coltivare fantasie ed emozioni che avrebbero finito per minare la loro vita coniugale.

Come se anche per Amaranta un marito, un lavoro, una figlia, una vita agiata e regolare, fossero improvvisamente diventati troppo poco, insufficienti per dare un senso all'esistenza.

E se nella cerchia di amici del clarinettista ci fosse stato qualche giovane trombettiere? Qualche atletico batterista dalla bacchetta sensibile? Qualche maschio che faceva il cascamorto con la maestrina?

Non si poteva escludere nulla e quelle telefonate così frequenti e così lunghe mentre lui era in negozio potevano solo far presagire il peggio.

Provò a pedinarla per controllare se tra i suoi impegni scolastici ci fosse qualcosa di fittizio, per coprire incontri pomeridiani clandestini con qualche musicista da strapazzo. Un brasiliano? Un mulatto dalla pelle ambrata come quella di Amaranta? Ne giravano tanti di scapestrati tra i locali dei Navigli.

Solo nel tragitto tra casa e scuola c'erano almeno una decina di questi lupanari travestiti da music-club dove con un cappello giamaicano, un po' di reggae e la pelle scura si poteva rimorchiare alla grande. Dio che squallore!

L’idea che sua moglie potesse anche solo sfiorare l'uccello di uno di questi negri gli suscitava conati di vomito.

Fortunatamente non vide negri.

Sua moglie andava davvero a riunioni scolastiche e frequentava soltanto gruppi di colleghi.

Aveva anche verificato che i tre maschi presenti nel corpo docenti non rappresentavano una minaccia.

Uno era la fotocopia di Pappagone, l'altro sembrava un Lino Banfi gonfiato ad aria compressa e infine c'era quel patetico Marco Bacci con la sua bicicletta arrugginita, le scarpe logore e quei vecchi abiti da post-sessantottino conservato in naftalina.

La cosa più pietosa era vederlo arrivare con la pancetta, la barba lunga e la chierica, elementi che avrebbero anche donato ad un frate cappuccino, ma che stonavano e stridevano con i jeans sdruciti, i giubbotti di pelle e, cigliegina sulla torta, uno zainetto Invicta in tutto e per tutto simile a quello dei suoi scolari.

Un insulso, ridicolo quarantenne che viveva ancora nell'impossibilità di essere normale. Ma non era un giovane Eliott Gould in un campus americano, era solo un misero maestro d'Inglese.


Ora gli stavano spiegando che proprio quel drop-out era la persona di cui Amaranta era innamorata.

Prese tra le mani la foto in cui i due si baciavano.

Non poteva credere ai suoi occhi.

Sul tavolo c'erano anche due cassette di musica jazz identiche a quelle che sentiva sempre Amaranta.

Che bambinate! Che idiozia!

Il più anziano tra gli investigatori ruppe il silenzio.

-Dottor Faggioni con ‘sta roba non ci combiniamo un granché.Non c’è adulterio e non possiamo continuare a sostenere che ci sia un tentativo di ratto di minore come abbiamo fatto credere al gippe.

Silenzio. Sigarette.

- Se fossi in voi non mi preoccuperei più di tanto. Se volete si manda qualcuno a dare una ripassata a quel gonzo e gli si fa capire che la smetta di ronzare attorno alla signora.

Domenico Faggioni aveva già compreso e si aspettava queste parole.

- Non fate più nulla . Troverò io il modo di neutralizzare questo coglione. Lasciatemi il materiale e dite a chi di dovere che il caso è chiuso.


Quando i Digos se ne furono andati Franco si sentì sperduto nel retrobottega saturo di fumo, provava più vergogna che rabbia, non aveva il coraggio di alzare lo sguardo sul genitore e restò a fissare una foto di Bacci che pascolava un bastardino in un giardino spelacchiato.

Suo padre, di spalle, lo sguardo fisso sul vetro smerigliato di un minuscolo finestrino, accese un’altra sigaretta e dopo qualche boccata cominciò a dettare le mosse.

-Prima di tutto fermiamoli. Non devono andare avanti.

- Che significa?

- Significa che ora tocca a te. Vai da quell'idiota e digli di levarsi dalle balle. Prendi tua moglie e sputtanala, dille che se ne vada pure in giro a svolazzare con chi le pare, ma sappia che tu chiederai il divorzio se non tronca immediatamente tutto e non si rimette subito in riga. Falle capire che da noi non avrà una lira e che ci sarà facile sottrarle la bambina. La mia Valentina non deve passare neanche un secondo in compagnia di chi ci tradisce. Contatta quell'altra cornuta, la moglie del Bacci, e falle vedere le foto.

Voleva fare un casino a noi, ci vuol altro.

Lo distruggeremo senza neanche toccarlo. Lo sommergeremo con la sua merda.

-Non so se riesco a fare tutte queste cose.- disse Franco prendendosi la testa tra le mani.

-Stronzate, un Faggioni ce la deve sempre fare. Quello che non farai tu, lo farò io e subito.

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