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Luigi Pirandello Formazione culturale e concezione della vita


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Luigi Pirandello


Formazione culturale e concezione della vita

La crisi dell'uomo contemporaneo trova nell'arte di Luigi Pirandello un testimone e un interprete d'eccezione. Con la sua intensa e spregiudicata attività letteraria, rappresentata soprattutto dalla sua opera di narratore e di drammaturgo, Pirandello compì una spietata esplorazione della condizione dell'uomo del suo tempo, del suo smarrimento, della sua dissipazione morale, della sua disperata solitudine.

 L'attività più intensa del Pirandello si svolse in un momento particolarmente tormentato della nostra storia e cioè nel trentennio che va dal 1900 al 1930. Sono gli anni in cui si prepara la prima guerra mondiale: un periodo confuso non soltanto sotto l'aspetto politico e sociale, ma anche in quello letterario. Già negli ultimi decenni dell'Ottocento,nella letteratura e particolarmente nel teatro, si cominciò ad avvertire un senso di stanchezza e di amara delusione, che rispecchiava la situazione psicologica in cui si trovava la società borghese post-risorgimentale .Al Positivismo,che aveva esaltato l'intelletto umano come capace di costruire un nuovo mondo di felicità sociale e di grande progresso, subentra il Decadentismo col suo gusto dell'ignoto e dell'inconscio, con le sue incertezze e le sue contraddizioni.

Pirandello può considerarsi, insieme al Pascoli e al D'Annunzio, il maggiore interprete della sensibilità espressa dal Decadentismo in Italia,proteso com'è ad analizzare i sintomi della inquietudine che travaglia l'anima moderna,smarrita nel mistero che ci avvolge, incerta del suo divenire, presa nella morsa di leggi inesorabili regolate da una natura per essa incomprensibile






In un mondo dove tutto è messo in discussione l'uomo si ritrova solo e deluso, senza fede e senza fiducia. Lo sbandamento delle coscienze si ripercuote anche nella letteratura. In questo clima spirituale nasce e si sviluppa l'opera di Pirandello, uno degli interpreti più espressivi dello squilibrio dello spirito contemporaneo e il maggior drammaturgo del nostro tempo. Evidenti, anche se esteriori soltanto, sono i legami dell'opera pirandelliana con l'esperienza verista. Nella prima produzione, e particolarmente nelle novelle, ritroviamo lo stesso ambiente piccolo-borghese, che richiama situazioni e modi del Verga, con una rappresentazione apparentemente impersonale di costumi e di personaggi, che vanno dai salfatari ai pescatori, dai contadini ai piccoli proprietari. Anche i personaggi di Pirandello sono dei poveri derelitti, dei "vinti" ,ma, a differenza di quelli verghiani, non sono dei rassegnati al loro destino, ma anime inquiete, tormentate, pronte alla ribellione, ossessionate dal desiderio di evadere non appena si accorgono di vivere una vita che non è la loro, perché essi sentono " la pena del vivere così ".Il dato realistico rimane indubbiamente il punto di partenza, il primo momento in cui l'autore prende contatto con la realtà umana, osservata come essa è; proprio dalla osservazione delle " cose " egli sviluppa una più attenta meditazione, che tende ad andare oltre le apparenze, per penetrare nella condizione intima della vita di tanti individui e cogliere i contrasti tra l'essere e il parere. Per questo il Pirandello sposta la sua attenzione e il suo studio dall'ambiente all'individuo, allontanandosi sempre più dal naturalismo e dal verismo, per accogliere le istanze e le inquietudini proprie del decadentismo. La realtà gli appare come qualcosa di mutevole, di vario; nulla è certo, tutto è illusione, diversa da momento a momento e da individuo a individuo. L'uomo crede di essere uno, ma in realtà non è nessuno; per chi lo osserva è centomila, in quanto assume personalità diverse secondo il concetto degli altri. La nostra vera personalità, il nostro" volto "rimangono soffocati sul nascere da una maschera che gli altri ci impongono dall'esterno e in base alla quale noi viviamo; la società ci toglie ogni libertà con i suoi pregiudizi e le sue consuetudini, che finiscono per inaridire lo slancio vitale o per fare di noi personalità schematizzate,senza volto. Così conformato l'uomo non ha neppure la possibilità di conoscere se stesso e spesso si sente mosso nell'agire da forze misteriose, incontrollate, che provengono dal suo subcosciente: è la vita che pulsa e ribolle sotto la maschera nel tentativo di erompere. “Ciò che conosciamo di noi stessi - scrive Pirandello - non è che una parte di quello che noi siamo. E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che sono veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente". E' a questo punto che nasce il dramma dell'individuo, nel momento cioè in cui egli si rende conto di vivere una vita che non è la sua e passa dal semplice "vivere" al "vedersi vivere". Una vita simile è "una molto triste buffonata; perché abbiamo in noi la necessità di ingannare di continuo noi stessi, con la spontanea creazione di una realtà la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria. Chi ha capito il gioco non riesce più ad ingannarsi; ma chi non riesce più ad ingannarsi ,non può più prendere né gusto né piacere alla vita". Da questa situazione tragica e dolorosa dell'individuo che inutilmente tenta di infrangere la "maschera" per scoprire il "volto" nascono le situazioni strane, assurde paradossali che si incontrano nell'opera del Pirandello e in particolare nel teatro. La impossibilità dunque dell'individuo e della società di fissare una verità assoluta, conduce l'uomo ad annaspare nel buio del mistero che l'avvolge, senza possibilità di raggiungere alcuna certezza. In Pirandello è sempre viva l'amarezza di dover constatare l'incomunicabilità degli uomini fra di loro, questo dover vivere così, estranei e sconosciuti l'uno all'altro, soli nel mondo, in un continuo, inappagato ed irrealizzabile desiderio di approdo alla vita altrui, di attacco con gli altri, di comprensione ripudiata. Nasce così l'incomprensione tra noi e coloro che ci stanno attorno, poiché ognuno parla un linguaggio diverso da quello degli altri, per cui è impossibile stabilire un colloquio.Incomunicabilità, solitudine, incomprensione, aridità sono i caratteri comuni a quasi tutti i personaggi dei drammi pirandelliani. Questa posizione di disgusto e di disprezzo del mondo e della vita umana porterebbe irrimediabilmente alla follia e al suicidio, se l'uomo non tentasse in qualche modo di reagire, di trovare una soluzione agli inquietanti interrogativi che la vita gli pone.

La vita

Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867. Importanti furono gli anni dell'infanzia e della giovinezza: non solo per le prime esperienze culturali e per l'affiorare degli interessi per la letteratura e la poesia, ma anche per le esperienze umane e sociali(in un ambiente angusto condizionato da abitudini e convenzioni tradizionali)compiute in quei decenni di confusione politica e morale che seguirono all'unità d'Italia. Intraprese gli studi universitari alla facoltà di lettere di Palermo per passare poi a quella di Roma e di Bonn, dove si fermò due anni laureandosi nel 1891. A Bonn Pirandello ebbe modo di venire a contatto con le più stimolanti esperienze della cultura contemporanea. In quel tempo egli non aveva ancora una chiara idea delle proprie attitudini e del proprio futuro: oscillava tra le ambizioni della ricerca scientifica e quelle poetiche, e non era insensibile alle tentazioni del giornalismo. Tornato a Roma tentò di inserirsi nella vivace società letteraria che in quello scorcio di secolo illustrava la capitale. Dominava D'Annunzio; ma Pirandello non fu sedotto dalle suggestioni del dannunzianesimo, anche se ne risentì qualche influenza ( Elegie renane, pubblicate nel 1895 ). Decisivo fu invece l'incontro con Luigi Capuana, il teorico e maestro del verismo italiano. A contatto con Capuana, Pirandello scopre e definisce la propria vocazione di narratore; avvicinandosi alla grande esperienza del verismo. Nel 1893 scrive il suo primo romanzo " L'esclusa " e nel 1894 pubblica il primo volume di racconti "Amori senza amore ". Nello stesso anno sposa la bella e ricca Antonietta Portulano, pure lei agrigentina. Ma la vita avrebbe riservato prove molto dure e amare ai due coniugi: nel 1897 un grave dissesto economico costringe la famiglia Pirandello a trasferirsi a Roma, dove Luigi insegna letteratura italiana all'Istituto Superiore di Magistero. Nell'ambiente romano, Pirandello prende consapevolezza del suo pensiero, soprattutto nel corso di una polemica antidannunziana, che si svolse nelle riviste il " Marzocco " e " La nuova antologia ".Intanto, nel 1903, cominciano ad apparire i primi sintomi del male che avrebbe afflitto la povera consorte distruggendo la felicità della famiglia Pirandello.Lo scoppio della grande guerra del 1914-18 e la prigionia del figlio Stefano ferito ed ammalato, avevano contribuito ad affliggere maggiormente lo scrittore, che già attraverso l'amara esperienza del dolore aveva consolidato la sua triste concezione del vivere nel mondo. Finita la guerra, Pirandello si immerse in un lavoro frenetico e senza soste, spinto dall'urgenza di insegnare agli uomini le "verità" da lui scoperte. Nascono i capolavori "Sei personaggi in cerca d'autore" ed " Enrico IV ",entrambi del 1921. Nel 1925 fonda la " Compagnia del teatro d'arte" con i due grandissimi ed insuperati interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri, con i quali intraprende il giro d'Europa e delle due Americhe, mentre dappertutto crescono i consensi alla sua opera e la sua fama si leva altissima, consacrata nel 1934 dal premio Nobel. Nel novembre del 1936 si ammala gravemente di polmonite e poco dopo muore.

Pirandello narratore

Le opere narrative sono nella quasi totalità precedenti cronologicamente a quelle drammatiche ed in esse si pongono già tutti i motivi dell'arte e tutta quanta la concezione che Pirandello ebbe della vita. Novelle e romanzi sono i germi da cui prende avvio e successivamente si amplia la produzione teatrale. Le novelle sono state messe ingiustamente in ombra dalla grande accoglienza fatta nel mondo al teatro pirandelliano, in quanto questo ha una maggiore capacità di penetrazione e di comprensione a qualsiasi livello ed una maggiore forza di espansione. Uno degli aspetti peculiari dell'opera narrativa di Pirandello è la sicilianità, connaturata nell'amore aspro per la sua terra. Pirandello è animato da un bisogno sempre desto di dare carattere di simbolo alle figure che la realtà gli presenta, cosicché nella novella accade quasi sempre che realtà e simbolo convivano benissimo insieme, o meglio la realtà offra allo scrittore lo stimolo, lo spunto per rappresentare una "verità astratta". In Pirandello c'è in fondo una partecipazione alla vita dei suoi personaggi, una specie di "indiretta difesa dei vinti",non c'è lo sguardo staccato ed indifferente come potrebbe sembrare a prima vista: Pirandello è uno di loro, amareggiato dalla vita e convinto di essere pervenuto alla scoperta del significato di essa, senza miti e senza illusioni, pur se il cuore ne soffre. E' per questa scoperta che egli irride a quel mondo da cui proviene e da cui si è staccato, canzona le storte abitudini, i preconcetti di questi poveracci rimasti indietro nel cammino e ne sferza il modo di concepire la vita quando essa si rinchiude dietro le forme, perché vuole che gli uomini, compagni nel cammino impervio del mondo, se ne liberino ed intraprendano quella via per la quale egli si è già incamminato. Le novelle di Pirandello sarebbero dovute essere 365,quanti sono i giorni dell'anno, donde il titolo di "Novelle per un anno"; ma il disegno rimase incompiuto per la sopravvenuta attività teatrale, perciò ne rimangono 246,raccolte dall'autore in 15 volumi. La critica ha mostrato quasi sempre entusiasmo per Pirandello novelliere, ponendolo fra i più grandi cultori di questo genere letterario nella letteratura mondiale. Una così vasta produzione che nella sua varietà e complessità può ben definirsi una vera commedia umana appare un po' frammentaria, spezzata, bozzettistica: il difetto era evidentemente connaturato alla origine decadentistica della formazione culturale di Pirandello e alla essenza stessa della sua concezione della vita, secondo la quale la realtà si sbriciola, si frantuma, si scompone continuamente, senza una legge fissa e determinata per tutti e quindi senza una vera e propria unità di stile e di temi.

Pirandello come romanziere vale indubbiamente meno del Pirandello novelliere: l'indole dell'uomo e dello scrittore era più incline al rapido articolarsi e sciogliersi degli avvenimenti nel corto respiro della novella, anziché nel loro lento e minuto intrecciarsi nell'elaborata trama del romanzo. I temi dei romanzi sono sempre quelli dei drammi e delle novelle: il primo fu " L'esclusa" ,composto nel 1893-94. Si tratta della storia drammatica di una donna cacciata, "esclusa" dalla vita dei familiari perché accusata ingiustamente di aver peccato; sarà riammessa a casa quando invece avrà veramente peccato all'insaputa di tutti. L'ambiente è l'ottocento verghiano, il caso è già tipicamente pirandelliano, sia per il contrasto tra quel che è e quel che appare, sia per il motivo dell'esclusione dalla società. All'esclusa seguirono:" Il turno", " Il fu Mattia Pascal"," Suo marito", " I vecchi e i giovani", " Si gira", " I quaderni di Serafino Gubbio operatore", " Uno, nessuno e centomila". I romanzi pirandelliani non colgono figure rappresentative di tutta un'epoca o di un ambiente, ma si fondono su casi o avvenimenti singolari, perciò di quei romanzi non rimane nella fantasia del lettore nessun carattere, nessuna figura. Avviene così, com'è stato osservato dalla critica, che i romanzi di Pirandello non resistono ad una seconda lettura, perdendo d'interesse una volta conosciuta la trama della vicenda, come avviene con i romanzi gialli. Tuttavia notevole è la loro importanza dal punto di vista dello svolgimento dell'arte pirandelliana, in quanto essi segnano il più deciso allontanarsi dai modi del Verismo verso il Decadentismo, visibile nella tendenza di dare ai personaggi più rilievo simbolico che descrittivo, guardandoli più nel loro significato intimo, cioè in quello che essi vogliono e debbono rappresentare; inoltre nei romanzi appare per la prima volta il "monologo interiore", quel discorrere che fa il personaggio fra sé e sé, polemizzando, obiettando, contraddicendosi e giudicandosi, spesso sdoppiandosi.



Il fu Mattia Pascal

Dopo un primo momento in cui, sotto l'influenza del naturalismo e del verismo, Pirandello prende contatto con la realtà, constatando e prendendo atto del contrasto realtà-apparenza, lo scrittore passa alla ricerca delle cause di tale contrasto scavando nella psiche umana. Assurda è la pretesa dell'individuo di fissarsi in una "forma" . Da qui la ribellione, l'urto con il mondo e la società, che vorrebbero costringerci a stare al gioco, mentre noi ci sentiamo spinti alla libertà, a vivere secondo il nostro "contenuto" e non secondo la "forma" che gli altri ci impongono. Tale è la situazione che Pirandello ci presenta,per la prima volta, nel romanzo " Il fu Mattia Pascal" , che costituisce il fondamento di tutta la concezione pirandelliana della personalità.



Mattia Pascal è un modesto bibliotecario comunale di un paesino ligure,che vive una vita grama e incolore, oppresso dalla tirannia della moglie e della suocera. La sua natura timida e arrendevole rende più penosa la sua esistenza. Ma un giorno, dopo un ennesimo litigio, trova la forza di reagire e si allontana da casa. E' la ribellione di uno che finalmente prende coscienza della inutile e falsa vita che gli altri gli impongono. Dopo aver vagato di paese in paese, giunge a Montecarlo e con i pochi quattrini che possiede gioca al Casinò e vince una considerevole somma. Mentre è inebriato dalla improvvisa fortuna ,che lo ha trasformato in un uomo ricco, legge sul giornale la notizia della sua morte. Un uomo è stato trovato annegato in una gora e il cadavere, quasi irriconoscibile, è stato riconosciuto dai parenti come quello di Mattia Pascal. La notizia dapprima lo sconvolge, ma poi la sua fantasia si mette in moto : il caso lo ha reso finalmente libero e ricco; Mattia Pascal è morto: da questo momento egli potrà vivere una nuova vita sotto il nome di Adriano Meis. Si stabilisce a Roma in una pensione di via Ripetta, facendosi passare per un benestante. Ma ben presto si accorge dell'impossibilità di rifarsi una vita, di liberarsi dalle forme che la società impone a tutti. Infatti si innamora di Adriana , la figlia del proprietario della pensione, ma non può sposarla, perché Adriano Meis non figura in alcun registro di Stato civile; viene derubato e non può denunciare il furto; schiaffeggiato da un ospite della pensione, non può vendicare l'offesa con un duello. I contatti con gli altri diventano sempre più difficili, perché si comincia a diffidare di lui come di un fantasma. Egli si sente solo,smarrito, deluso, e l'equivoco delle due vite gli si rivela ancora più funesto della precedente situazione: " Ecco quello che restava di Mattia Pascal ,morto alla Stia: la sua ombra per le vie di Roma. Ma aveva un cuore ,quell'ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell'ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa ,ma per comprendere e pensare ch'era la testa di un'ombra, e non l'ombra di una testa". Per questo decide di "uccidere" Adriano Meis, deponendo, come testimonianza della sua seconda morte, il cappello e il bastone sul parapetto di un ponte del Tevere con accanto un biglietto di " Adriano Meis suicida". Riacquistata la forma di Mattia Pascal ,ritorna al paese, dove apprende che la moglie si è risposata ed è madre di una bambina . La legge gli consentirebbe l'annullamento di quel matrimonio , ma egli comprende che ormai non può più inserirsi nella vita degli altri; non gli resta che accettare la sua condizione di "escluso"; per questo si reca al cimitero e depone un mazzo di fiori sulla "sua" tomba : egli rimarrà "Il fu Mattia Pascal", perché così hanno voluto gli altri , che ormai non gli riconoscono altra personalità . Accetta in tal modo di vivere senza nome e senza volto , solo con sé stesso , oppresso dalla "pena del vivere così ".

Mattia Pascal ci insegna che non dobbiamo escluderci dal gioco della vita e che è necessario recitare giorno per giorno la nostra parte, se non vogliamo cadere in una solitudine senza speranza e senza conforto. Il romanzo , più che compiuta opera d'arte, è un documento interessante per l'impegno dello scrittore di chiarire la sua concezione di vita. Le situazioni del protagonista sono già di quelle che noi diciamo tipicamente "pirandelliane": la ribellione alla forma imposta dagli altri, il desiderio di liberarsi dall'equivoco per vivere la vera vita, lo sdoppiamento della personalità , l'amara constatazione dell'impossibilità di sfuggire all'assurdo gioco della vita , la solitudine a cui è destinato colui che si esclude dal mondo.



Uno, Nessuno e Centomila

Uno degli aspetti più caratteristici della concezione pirandelliana della vita è il relativismo, il principio cioè secondo cui "nulla è vero, nulla esiste, tutto è illusione creata da chi la pensa, o la sogna, e ciascuno se la crea e sogna a suo modo , e un'intesa tra la multiforme vanità di tutti questi sogni non è possibile".(S. D'Amico) Erroneamente l'uomo crede di essere "uno" e pretende che gli altri lo giudichino per quello che egli crede di essere; gli altri ci giudicano secondo l'opinione che essi hanno di noi e che è diversa da persona a persona , per cui diventiamo "centomila" agli occhi del mondo; in realtà nel continuo moto dello spirito, che partecipa della legge di perenne mutabilità a cui tutte le cose sono soggette, l'uomo non è "nessuno", perché nessuna di quelle maschere che egli si attribuisce o che gli altri gli impongono è quella vera e definitiva. E' questa la situazione che viene chiarita nel romanzo " Uno, nessuno e centomila", il cui protagonista , Vitangelo Moscarda, viene improvvisamente gettato nella più angosciosa ansietà per un motivo quanto mai futile : la rivelazione, fattagli dalla moglie , che il suo naso pende a destra , cosa di cui egli non si era mai accorto, ma che gli altri dovevano certamente aver notato. " Per gli altri che guardano da fuori - pensa Moscarda - le mie idee , i miei sentimenti hanno un naso. E hanno un paio d'occhi , i miei occhi , ch'io non vedo e ch'essi vedono. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me , nessuna. Io non penso col naso , né bado al mio naso , pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso?" Dunque egli è uno per sé e uno per gli altri; ma se ognuno vede le cose a suo modo , allora vedrà anche lui a suo modo , per cui egli non sarà unico per tutti , ma uno per ognuno , e cioè centomila . E così ossessionato dall'ansia di conoscere la verità e contemporaneamente convinto che " una realtà non ci fu data e non c'è , ma dobbiamo farcela noi , se vogliamo essere" , il povero uomo finisce per impazzire , commettendo una serie di stranezze , finché non viene rinchiuso in un ospizio. Qui, senza personalità e senza nome , diventa veramente "nessuno", ma contemporaneamente si libera da quel rodio del pensiero che scava in noi e distrugge ogni certezza , alienandoci. Vivendo come le cose della natura , in cui non c'è contrasto tra forma e contenuto perché esse "sono come appaiono", il povero Moscarda ritroverà la sua pace interiore e il suo equilibrio.



Le opere teatrali.

L'attività teatrale di Pirandello significò per il teatro italiano una svolta decisiva ed esemplare;e tra le numerose sue commedie alcune raggiunsero e conservano il livello di autentici capolavori. Pirandello giunse al teatro per una profonda convinzione di ordine morale ; era convinto cioè che attraverso la rappresentazione scenica potesse rivelare meglio agli uomini le verità alle quali egli era dolorosamente pervenuto ; egli definì perciò " teatro dello specchio " tutta la sua opera, perché in essa si rappresenta la vita senza maschera, quale essa è nella sua sostanza e nella sua verità , lo spettatore, l'attore e il lettore vi si vedono come sono , come chi si guardi ad uno specchio, vi si osservano con ansia e con curiosità , spesso vi si vedono deformati dagli altri, appunto come un cattivo specchio deforma l'immagine fisica; allora si riconoscono diversi da come si erano sempre immaginati e ne restano amareggiati e preoccupati . L'attività teatrale si può dividere approssimativamente in tre fasi: una prima, che comprende le commedie scritte negli anni che precedettero e accompagnarono la prima guerra mondiale , commedie ispirate a motivi dialettali e ad ambienti isolani (Lùmie di Sicilia, 1910, Liolà, 1916); una seconda, la stagione più propriamente pirandelliana, in cui le commedie riflettono, su un registro di vasta dialettica e insieme di sofferta umanità , la cognizione pirandelliana del vivere (è la stagione dei capolavori , come Cosi è, se vi pare, Il piacere dell'onestà, Ma non è una cosa seria, Sei personaggi in cerca d'autore, Enrico IV, ecc.); la terza, in cui lo scrittore sembra avvertire l'esigenza di porre un argine allo scetticismo, al nichilismo, ricorrendo ad un simbolismo " spiritualistico ", ma con risultati poco persuasivi (La nuova colonia 1928; Lazzaro, 1929; I giganti della montagna). Il suo capolavoro, per giudizio concorde della critica, è giudicato la commedia " Sei personaggi in cerca d'autore " (1921), che è anche la maggiore opera del teatro italiano del Novecento. In essa Pirandello, riprendendo l'antico artificio del " teatro nel teatro ", dà la più complessa e riuscita rappresentazione della condizione umana quale gli si era venuta configurando e, insieme, del suo modo di intendere il rapporto tra l'arte e la vita. I sei personaggi che chiedono al capocomico di essere tratti dal limbo della loro condizione, di poter vedere rappresentato il loro dramma e che poi non si riconoscono negli attori che tentano di riviverlo, sono un po' la cifra di tutta l'arte pirandelliana in perenne contesa con l'infida, inafferrabile realtà , che sembra di continuo assoggettarla, ma ne resta in effetti profondamente lacerata. La fama di Pirandello drammaturgo venne a noi dagli stranieri. Per lungo tempo da noi non si comprese la carica innovatrice contenuta nel teatro pirandelliano, mentre dobbiamo riconoscere che fu quasi esclusivamente attraverso la sua opera di drammaturgo che l'arte di Pirandello, e con essa tutta la nostra letteratura, si inseriva finalmente con autorità nella grande letteratura europea e mondiale a noi contemporanea, come espressione di una civiltà umana grandissima . contemporaneo .

Lo stile

Pirandello fu il narratore più essenziale e concettuale, più schivo degli svolazzi e delle manifestazioni esibizionistiche e coreografiche, tutto inteso a rappresentare l'essenza delle cose, il "di dentro", quel che non appare fuori. Il suo è uno stile personalissimo, fatto di cose, orientato verso uno scopo preciso, senza scoperte ambizioni letterarie. Pirandello quando scrive lo fa con la naturalezza e la spontaneità di un colloquio fra amici. Non è raro il caso che egli tenda a trasferire e a piegare i termini della lingua dalla loro comune accezione ad un più intimo e nuovo significato, e cioè secondo la maniera degli scrittori e dei poeti contemporanei appartenenti al Decadentismo e volti all'analisi e alla interpretazione del subcosciente, intesi alla creazione di un linguaggio tutto proprio, capace di esprimere quasi singolari stati d'animo, che li caratterizzano. Quella naturalezza e singolarità di linguaggio appaiono a volte asprezza, facilità un po' grezza e frettolosa, specialmente quando il linguaggio si frantuma nella sottigliezza dell'analisi, scarnificandosi. Evidentemente lo scrittore siciliano predilige la prosa virile, lucida, protesa verso l'essenziale di ciò che si deve dire, la parola non fine a se stessa, ma espressione di un animus, di un giudizio, il linguaggio pungente e realistico, senza indugi oziosi e blandi compiacimenti linguistici, un linguaggio che mentre da un lato rivela nell'autore la padronanza perfetta del mezzo espressivo, dall'altro ne sottolinea la trepida commozione con vibrazioni poetiche e umane. Se il discorso pirandelliano è sempre concreto e muscoloso, tuttavia affiorano, in particolare nelle novelle, pagine poetiche e di abbandono fantastico. Ciò avviene soprattutto quando la vicenda è ambientata in Sicilia; in questi casi Pirandello è più loquace, più arioso, più divertito e il discorso si fa più sciolto, più immediato e non è raro il caso che egli, come Verga, trapassi e svari nel discorso indiretto conservando movenze e ritmi del discorso diretto. In questo stile narrativo, espressivo e senza retorica la moderna prosa italiana trova un esempio da proporsi e si riscatta da gonfiezze e da paludamenti formali e inutili. C'è forse da osservare, soltanto, come a volte questa prosa sia un tantino trasandata, condotta quasi senza eccessivo impegno da parte del narratore, più intento forse a seguire l'intreccio dei fatti che la loro rappresentazione e il loro manifestarsi a tradursi in parola, con una sintassi del periodo a volte un po' spezzata, più disposta alle rapide battute del dialogo che alla narrazione.

Nella prosa pirandelliana quelle vibrazioni poetiche e umane sono frequenti perché non c'è in lui la scarnita e spietata vivisezione dell'anima umana, ma la cordiale comprensione verso i suoi personaggi, creature doloranti e vive, incarnazione di una parte di se stesso, non simboli astratti. Perfino l'umorismo e il sogghigno hanno un attimo di perplessità, come se l'autore si fermasse pensieroso e rattristato sul destino dei suoi personaggi, di tutti gli uomini e suo. Quel fondo raziocinante, umoristico e polemico, nelle sue opere migliori è percorso da un pathos umano, da una fraterna comprensione che innalza l'opera a poesia. L'umanità di Pirandello e la sua pena per la condizione umana assumono un atteggiamento particolarissimo, chiuso, che stenta ad esprimersi, perché sono incapaci di liberarsi in canto, in catarsi lirica; si esprimono, invece, in un grido lacerante di denuncia e di condanna. Pirandello dissimula le sue lacrime con un sorriso triste, assai più accorato e accorante di qualsiasi pianto, la sua pietà si manifesta per il povero derelitto, l'uomo comune della vita di ogni giorno: gli eroi non hanno cittadinanza nella sua arte; il solo vivere la vita, così come la viviamo, è già di per sé atto di eroismo.

Un'arte così decisamente ancorata alla vita e così intensamente umana è per se stessa ricca di intrinseca moralità: essa tende cioè, in ogni sua espressione, a sferzare la vita perché la vuole migliorare.



I personaggi pirandelliani non sono né cinici, né perversi, ma hanno una loro nobiltà e trovano una loro forma di catarsi attraverso la sofferenza del vivere. In quest'arte spira un moralissimo desiderio di liberazione dai ceppi della finzione e dalle assurde costruzioni, in cui l'uomo ha imprigionato la sua anima: è necessario strappare la maschera che gli uomini si mettono, denunciare i loro travestimenti e ciò per il loro stesso bene, perché essi non sanno accorgersene; è una moralità intrinseca e non formalistica, posta aldilà di ogni apparenza, rivolta contro il fariseismo e l'ipocrisia che tiene alle apparenze. La moralità di Pirandello non si identifica e non coincide con alcun credo morale di una qualsivoglia religione rivelata e tradizionale, proprio per la impossibilità connaturata al mondo pirandelliano di poter ammettere una soluzione al vivere, di poter fissarsi in una forma definita.

L'umorismo

Di fronte alla constatazione di quello che è il vivere nel mondo Pirandello assume un atteggiamento di umana compassione verso gli uomini che sono sottoposti a questa inesorabile legge del loro destino e che inconsciamente si ingannano; ma avventa il suo feroce umorismo contro il destino che condanna l'uomo all'inganno e più ancora contro coloro che scioccamente si ingannano o mostrano di ingannarsi, accettando il giuoco e assumendo maschere, atteggiamenti falsi, insinceri, equivoci.

Pirandello è convinto che la condizione umana è triste, pessima, ma gli uomini si illudono o ingannano se stessi e allora lo scrittore li deride, li sferza, li smonta, mostrando il contrasto tra quel che essi sono e quello che vogliono apparire. Tutte le funzioni umane, tutte le creazioni del sentimento possono essere oggetto di umorismo, quando la riflessione, come un demonietto impertinente, smonta il congegno delle immagini e dei fantasmi creati dal sentimento e lo smonta per vedere com'è fatto, per scaricarne la molla e vedere tutto quanto il congegno stridere convulso e ridicolizzato. Pirandello si addolora del male che è nel mondo, ma non sa spargere su quel male una lacrima quasi temesse di scoprirsi debole e fragile come tutti gli altri, se ne mostra invece contrariato, offeso e deluso; la caratteristica dell'umorismo pirandelliano è forse la risata. Nessuno che abbia assistito ad una recita dei "Sei personaggi in cerca d'autore" dimenticherà mai quella sferzante risata alla figliastra, che scompare nella platea tra il pubblico, riassorbita dalla vita impietosa e cattiva, al cospetto delle larve evanescenti degli altri personaggi immersi nella penombra del teatro. Si pensi pure a quanto sia lacerante e risolutiva per Moscarda la risata di Dida in "Uno, nessuno e centomila". Pirandello beffardo e mefistofelico irride ironico alla presunzione degli uomini di voler credere che la vita sia così o così, di voler credere in determinate idee, tradizioni e leggi fisse. La risata si fa più crudele quando tende a smascherare posizioni preconcette e la finzione di coloro che non credono, ma mostrano di credere, che appaiono in un modo e sono in un altro. Pirandello si può forse considerare il più grande scrittore umorista della nostra letteratura.

Nel saggio "L'umorismo" Pirandello distingue il comico dall'umorismo. Il primo, definito come "avvertimento del contrario", nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Nel saggio citato Pirandello ce ne fornisce un esempio:


«Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario"».

L'umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:


«Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico»

Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione. Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie. L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.


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