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Addendum Teresa Hankey e Gabriele Zanella


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Addendum

Teresa Hankey e Gabriele Zanella *

Leggere il proprio nome in capo ad un titolo del Bullettino non è cosa di tutti i giorni. L’accostamento poi del nome a quello del proprio oggetto di studio è ulteriore elemento gratificante: sembra certificare, comunque, il riconoscimento da parte di qualcuno della, diciamo così, non inutilità del proprio lavoro. Se non fosse che nella fattispecie il senso complessivo della nota condensata in quel titolo sia quello di classificare quel lavoro giusto come inutile, se non peggio.

La presentazione a dittico è artificio piuttosto comune, tanto efficace risulta a condensare i termini di un certo argomento, ed è di antica tradizione, basti pensare a «Romana» e «Getica». Io stesso ho dedicato recentemente un saggio a «Riccobaldo e Livio» 1; un altro mando alle stampe dal titolo «Riccobaldo e Seneca». Solitamente l’estrema semplificazione risulta immediatamente perspicua; nel mio caso i due termini dell’accostamento appaiono chiaramente indicare che si tratta «di ciò che Riccobaldo ha conosciuto ed adoperato, e come, di Livio/Seneca», in una prospettiva di storia della cultura. Ma nel caso di «Gabriele Zanella e Riccobaldo da Ferrara», nel Bullettino 98 (1992) [1993] 413-15, non è proprio così. Si sarebbe portati ad interpretare di primo acchito: «quello che Gabriele Zanella ha fatto a proposito di Riccobaldo»; ed invece chi giunge alla fine della lettura delle sapide due paginette e mezza deve concludere che il significato di quel titolo è ben diverso: «quello che Gabriele Zanella erroneamente dice a proposito di Riccobaldo, o attribuendo a se stesso scoperte che sono mie, Teresa Hankey, o sbagliando di proprio», visto che l’unico merito che mi si riconosce è quello di essermi «mostrato disposto ad accettare come valide e utili le mie [Hankey] ricerche su Riccobaldo da Ferrara»; merito del resto del tutto trascurabile, perché poi nel prosieguo non vi si accenna in alcun modo.

La nota testimonia immediatamente due cose: prima di tutto la presenza assolutamente cursoria dell’oggetto di studio; in secondo luogo la suscettibilità - mi astengo da qualificazioni ulteriori - dell’autrice. Non credo esista giudice più severo nei miei confronti di me stesso, ed ammetto come normale, anzi giudico del tutto fecondo, ed accolgo con sincero piacere, checché ne pensi la Hankey, qualunque osservazione che mi dimostri un mio errore, pronto a correggermi. Ma mi interessa solamente che si argomenti sulle «cose», mirando ad un ampliamento delle conoscenze; l’acrimonia mi lascia del tutto indifferente. Per questo motivo ho risposto in passato a Carlo Dolcini ed a Diego Quaglioni in tema di pensiero politico 2 e ad Alexander Patschovsky in tema ereticale 3. Ma qui si tratta della mia reputazione, che per il Cassio dell’Othello è tutto, dell’eticità del mio mestiere, di Riccobaldo e, mi si perdoni, ultimo ma tutt’altro che ultimo, della verità. Mi rendo perfettamente conto che il lettore non possa che manifestare un profondo fastidio di fronte a quella che si può presentare null’altro che l’ennesima discussione tra studiosi, che più o meno elegantemente si insultano a vicenda. Chiedo scusa, ma ribadisco il mio obbligo a rispondere, per la pura necessità di ristabilire la verità dei fatti, e protesto per conto mio del resto per la fatica e la perdita di tempo che mi costa redigere questa risposta, che disgraziatamente non serve quasi a nulla per Riccobaldo: è la ragione per cui ho scelto il titolo di questa nota, che, se ha il torto di somigliare ad un annuncio di nozze, almeno circoscrive chiaramente a sufficienza il tema, e mi pare l’unico congruo. Cercherò di essere solo ed esclusivamente, puntigliosamente quanto noiosamente puntuale, il più gelidamente asettico sarò capace (la ridondanza barocca rende lampante il fallimento del proposito).



Nel leggere le sue voci su Riccobaldo e sulla Istoria imperiale nel Repertorio della Cronachistica Emiliano-Romagnola (sec. IX-XV), ed. A Vasina, Roma 1991, sono però rimasta spiacevolmente colpita dal fatto che le mie [Hankey] scoperte non mi vengano specificatamente attribuite: non compaio nemmeno a p. 163 tra quelli che si stanno occupando di Riccobaldo.

Il passo in questione è il seguente: «Il suo [Riccobaldo] itinerario culturale è per qualche aspetto sufficientemente chiarito, mentre per qualche altro rimane ancora inindagato, ma molto si sta attivamente facendo da parte di Gabriele Zanella, di Giuseppe Billanovich e della sua scuola». Mi pare chiaro che il mio brano non sia diretto affatto ad informare circa l’attività degli studiosi di Riccobaldo in generale, ma solo per quel che concerne «il suo itinerario culturale»; vi si dice, provo una pena infinita a ripetere, che già qualche cosa sappiamo in proposito, naturalmente anche per merito della Hankey, ma anche di altri, Simonsfeld, Holder-Egger, Fabre, Longhena, Gribaudi, Massèra, Campana, Ponte, ed altri variamente, che qui non vengono menzionati (ma manca qualcuno di loro nella Bibliografia che conclude la voce?), la gran parte dei quali è - per mia fortuna - passata a miglior vita e non può irritarsi per una citazione mancata; qualcuno però è vivo e vegeto, grazie a Dio, come Campana, che non mi risulta covare alcun ingiustificato risentimento. Ma rimane che molto altro ancora non sappiamo. Al momento della redazione delle voci del Repertorio, nel 1988-89, io conoscevo della intensa attività di Giuseppe Billanovich e di Angelo Brumana, che molto sa e poco scrive, ovviamente di me stesso, e della mia allieva Alessandra Trippa, mentre non sapevo che altri stessero lavorando, ripeto, alla ricostruzione dell’itinerario culturale di Riccobaldo. Ho letto poi (si faccia attenzione alle date) dell’impegno della Hankey in una nuova edizione della Compilatio solamente in A. T. Hankey Riccobaldo of Ferrara and Giotto: an Update, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» 54 (1991) 244. Non vedo come e perché dovessi citare nel 1988 la Hankey, che - fra l’altro - non avevo ritrovato nel convegno padovano del settembre 1986, che pure si occupò di Riccobaldo e di cui la studiosa britannica - lo so per certo dalla cortesia di Giuseppe Billanovich - era informata, e che quindi giudicai poco interessata in quel momento a temi riccobaldiani.

Proseguiamo:


Questo fatto colpisce ancora di più in quanto, a parte uno sbaglio attribuibile a Zanella, i dati da lui enunciati nei paragrafi precedenti si trovano tutti alle pp. xvi-xx della mia edizione del Compendium pubblicata da questo Istituto, sulle «Fonti per la storia d’Italia», nn. 107-108, (1984).

Dove pare di dover capire che io abbia tratto di peso dalla Hankey, naturalmente senza riconoscerne la paternità (o si dovrebbe dire: maternità?), quanto dico «nei paragrafi precedenti», a parte uno «sbaglio» tutto mio, che però non si dice quale sia, né io son riuscito ad identificare. I paragrafi che precedono sono tre. Nel primo si forniscono i dati biografici finora noti del ferrarese. Là dove la Hankey, nel testo indicato, si diffonde (La vita di Riccobaldo) per 7 pagine (xvi-xxii) io mi limito a 9 righe: se ho «copiato» si tratta di una notevole sintesi. Francamente non vedo proprio la parentela:



Hankey
Riccobaldo da Ferrara nacque verso il 1245 da un Bonmercato forse notaio ferrarese. Si trovava a Ferrara nel 1251 quando «puer» vide Innocenzo IV predicare al popolo e nel febbraio del 1264 quando «adolescens» fu presente ai funerali del marchese Azzo VII e ascoltò il discorso di Alderigo Fontana che raccomandava ai Ferraresi di accettare la successione di Obizzo II: quindi si può dare per certo che sia cresciuto lì…

Zanella
Nacque a Ferrara (o nel Ferrarese), con tutta probabilità nel 1246, da un certo Bonmercato. Il 4 ottobre 1251, puer, assiste in Ferrara al transito di Innocenzo IV; il 17 febbraio 1264, adolescens, è presente nella sua città ai funerali di Azzo VII d’Este; è testimone in uno statuto ferrarese del 15 dicembre 1274…

Tranne che nei dati di fatto; ma non posso credere che la Hankey mi accusi di aver scritto, ad esempio, di Innocenzo IV quando effettivamente si trattava di Innocenzo IV… Se però il senso dell’osservazione della studiosa del Kent è che i dati biografici di Riccobaldo le appartengono per priorità di scoperta, allora devo dire che, anche se lo fossero, sarebbero ormai di “pubblico dominio” e che nessuna royalty mi pare dovuta dalla comunità scientifica al riguardo, ma soprattutto che si devono ad altri, prevalentemente al Massèra. A tagliare la testa al toro dirò che per comodità ho redatto la voce del Repertorio riutilizzando quanto già avevo scritto in Riccobaldo e dintorni. Studi di storiografia medievale ferrarese Ferrara 1980 23:



Riccobaldo nasce a Ferrara probabilmente nel 1246, da un certo Bonmercato. Il 4 ottobre 1251 puer vede in Ferrara Innocenzo IV; il 17 febbraio 1264 adolescens assiste ai funerali di Azzo VII d’Este…

Ed anzi quello che il Massèra non aveva trovato, e che quindi sono mie scoperte, l’atto del 1274 e la residenza a Nonantola (quest’ultima riconosciutami esplicitamente in G. Billanovich La tradizione del testo di Livio e le origini dell’Umanesimo. I. Tradizione e fortuna di Livio tra Medioevo e Umanesimo. P. I, Padova 1981 28 nota 3), si trovano giusto in quel mio lavoro, del resto noto alla Hankey nel 1984 4. Piccole acquisizioni, per carità, che non sopravvaluto; vanno allineate accanto ad altri contributi, ognuno minuscolo, e tutti ugualmente importanti: il pugno di documenti scoperto da Adriano Franceschini, il frammento di codice del Pomerium ritrovato da Cesare Scalon. In ogni caso non mi si vorrà dire di aver copiato nel 1980 un testo della Hankey uscito nel 1984! Semmai, chi volesse, non io, potrebbe rovesciare l’accusa… Se poi il mio «sbaglio» consiste nell’aver indicato come data di nascita «probabilmente» il 1246, invece del 1245 della Hankey, osservo che noi arriviamo a quella data partendo dall’attestazione di Riccobaldo nel prologo al Compendium, la cui narrazione giunge al 1318, che si dice «annum etatis tertium et septuagesimum explens». 1318 meno 73 fa giusto 1245, ma senza tener conto dell’anno di partenza e di quello d’arrivo; se poi, come credo, il prologo è stato scritto nei primi mesi del 1319, e già lo dicevo nel 1980, la data del 1246 non credo si possa considerare uno «sbaglio», quanto piuttosto un’ipotesi ragionevole. Inezie, comunque, bazzecole, quisquiglie, pinzillacchere, accumulerebbe Totò, tempesta in un bicchier d’acqua all’italiana, storm in a teacup alla scozzese.

Nel secondo paragrafo si parla del nome «Gervasio» attribuito a Riccobaldo, della sua appartenenza alla famiglia Mainardi, del suo canonicato a Ravenna, dei titoli di dominus e magister di cui si fregiò il notaio ferrarese; di tutto questo la Hankey non fa cenno alcuno. Dell’esilio ravennate la Hankey ripete l’interpretazione data dal Massèra, mentre io mi dimostro molto perplesso al riguardo, soprattutto in base alla constatazione della presenza a Ravenna di un noto fautore degli Estensi quale Obizzo Sanvitale, ed anche questo è argomento del tutto estraneo alla Hankey. Il terzo paragrafo attesta l’importanza testimoniale del notaio ferrarese; ed anche di questo non si trova nulla di esplicito nei lavori della Hankey.

Proseguiamo:



Dopo la morte di Massèra negli anni Venti, sono stata io a ‘rilanciare’ Riccobaldo in Riccobaldo of Ferrara, Boccaccio and Domenico di Bandino, «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» XXI (1958), pp. 208-226. Articolo e edizione compaiono nella bibliografia fornita dallo Zanella, a p. 168 il primo e a p. 181 l’altro, quindi Zanella li conosce - fatto di cui non si poteva comunque dubitare… Forse troppo influenzato dalla brutta abitudine medievale di non fare il nome di fonti contemporanee (ma fa eccezione per il proprio!), basa buona parte delle sue voci sulle mie scoperte senza mai ammetterlo.


Lento pede: che la Hankey rivendichi un ‘rilancio’ di Riccobaldo è comprensibile, ma francamente si ponga mente alle proporzioni. Nel 1958 la Hankey pubblicava il suo saggio, di 19 pagine, comprendente cinque appendici (per quanto non sia il numero di pagine a certificare l’importanza di uno studio, si trattava comunque di un avvio, come si intendeva chiaramente, non certo di un’opera capitale), su Riccobaldo, Boccaccio e Domenico di Bandino, in cui si mostrava come materiale riccobaldiano fosse trascorso nelle opere degli altri due personaggi citati. Che si trattasse di un ‘rilancio’ francamente mi pare eccessivo, per lo meno non di un rilancio in grande stile, tanto più che il lavoro della Hankey non veniva ripreso, nelle linee da lei tracciate, da nessuno dopo di lei. Né si può dimenticare che altri contributi alla ricerca su Riccobaldo erano venuti, su diversi versanti, da parte di altri, dopo la scomparsa di Massèra, seppure in maniera certamente cursoria: Muratori nel 1929, Mercati nel 1937, Mancarella nel 1955, Campana in quello stesso 1958, e poi Caracciolo e Davis nel 1968 (fu proprio la lettura delle pagine del Davis su “il buon tempo antico” a costituire la mia via a Riccobaldo), Ponte nel 1972, ancora Campana nel 1973, Vasina nel 1974, ancora Ponte nel 1975, Resta nel 1976. Ma il primo libro su Riccobaldo, per quanto difettoso lo si voglia vedere, era il mio del 1980. Per quanto la Hankey lamenti che io non abbia adeguatamente ricordato il suo articolo e l’edizione del Compendium, c’è stato anche chi - spero si vorrà credere non plagiato da me… - ancora recentissimamente ha ritenuto doveroso far notare che la letteratura citata nell’edizione di cui parliamo non esaurisce la bibliografia riccobaldiana 5. Che io conosca i lavori della Hankey sembra alla studiosa inglese non normale informazione doverosa per chi compie questo mestiere, ma spia per avvalorare il suo sospetto (macché sospetto: certezza) che io abbia compiuto un furto a suo danno. Tralascio la perfidia dell’inciso e dei punti di sospensione. Confesso di faticare a capire il significato della «brutta abitudine medievale di non fare il nome di fonti contemporanee». Degli uomini del Medioevo? O forse si voleva dire dei medievisti? «Fonte» è per me - forse non solo per me - un qualche cosa di diverso da un contributo storiografico. In ogni caso è un’abitudine che non ho, e lo dimostra chiaramente il fatto che le opere di chi mi ha preceduto, e da cui ho tratto materiale per proseguire, sono sempre tutte e puntualmente citate, come riconosce in fondo la Hankey, anche se quelle citazioni, sparse in luoghi per lei incongrui (una bibliografia che conclude una voce! Un’inaudita aberrazione!), dimostrano solo la sua perspicacia nello «scoprire» gli indizi a mio carico. Sembra sfuggito infine alla Hankey quanto scrivo nel Repertorio a p. 166: «Ma fu circa dalla metà del nostro secolo che le indagini di Augusto Campana, di Teresa Hankey, di Giuseppe Billanovich, di Gabriele Zanella hanno ampliato notevolissimamente l’attenzione a temi di cultura in senso generale, di testimonianza storica, di pensiero politico. I lavori fervono ancora e c’è molto da attendersi». Come si vede non ho presente solo la mia incommensurabile persona.

Ed ecco la ragione di fondo:



Forse non dovrei rimanerne sorpresa, giacché nel suo Riccobaldo e dintorni, Ferrara 1980, p. 43, Zanella si lamentò che «invano abbiamo chiesto di vedere le bozze del Compendium». Non accenna al fatto che cercava di vederle a mia insaputa, e che, anche quando ha capito che occorreva il mio permesso, ha insistito per rimanere per me solo «uno studioso». In queste circostanze, non credo che il mio rifiuto di far vedere le bozze a uno che rimaneva un anonimo fosse ingiustificato.

Riflettiamo: a parte il fatto che la sostanza del passo mostra all’evidenza che ci si trova di fronte ad una classica excusatio non petita, il pensiero della Hankey è che io, dopo aver tentato fraudolentemente di approfittare del suo lavoro, abbia maturato tanto livore da decidere di non più citare la Hankey, da quel momento in poi. Non è vero nulla, o, se si vuole, tutto falso. Mentre sarebbe veramente curioso che, dopo aver tentato l’effrazione, io lo ammettessi così improvvidamente e gratuitamente in quella frase citata 6 - la Hankey mi giudica proprio un sempliciotto -, la pura verità è che il mio non era affatto un «lamento», ma una pura informazione. Ho appreso che l’edizione del Compendium era imminente (in realtà dovemmo attendere ancora cinque anni) presso l’Istituto da Ovidio Capitani, a parte delle mie ricerche da sempre, sul finire del 1979; Capitani mi suggerì di rivolgermi a Girolamo Arnaldi, cosa che feci. Arnaldi sollecitamente mi fornì un indirizzo della Hankey, degno di figurare tra le pagine de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco: PHD Flat 2 41 Ventuor Villas Hoves XBN3 3DA. Scrissi a quell’indirizzo nel gennaio 1980, e della lettera conservo copia! Sono pronto ad esibirla di fronte a qualunque procura, della Repubblica o del Regno Unito. Ovviamente non posso sapere né se l’indirizzo era esatto, né se le poste italiane e/o inglesi abbiano regolarmente recapitato la mia missiva. Di fatto la lettera non tornò al mittente, né ebbi direttamente dalla Hankey nessuna notizia, mai. Non ho chiesto a nessuno, tranne che alla Hankey medesima, di vedere le bozze di un lavoro che mi si diceva praticamente finito, alla vigilia della pubblicazione. Arnaldi segnalò a Capitani, e Capitani a me il rifiuto dell’autrice, e ne presi tranquillamente atto, comunicandolo anche al mio lettore. Così andavano le cose nel 1980. La Hankey era padronissima di negare, ed io non giudicai in alcun modo il rifiuto un’offesa personale. Non ho affatto «insistito» - ben strano davvero che io abbia «insistito per rimanere per Teresa Hankey solo uno studioso», come se mi fosse stata richiesta una domanda di adozione che io non volli fare -, né ho mai preteso di essere altro che «uno studioso», per quanto «anonimo» agli occhi della Hankey.

Per le «varie e numerose sviste, omissioni e gravi sbagli in quelle voci, laddove scrive di testa sua» dobbiamo attendere il volume che la studiosa è sulla via di condurre «a termine in questi giorni per questo Istituto», ma già qualche cosa è possibile anticipare.


Zanella riprende l’indice delle fonti della mia edizione del Compendium, pp. xl-xli, 848-853, mescolando i libri ivi citati alle fonti del De locis da lui edito. Chi non fosse ben informato in materia, penserebbe magari che sono le fonti del Pomerium di cui parla subito dopo, e di cui dice che sta preparando l’edizione. Invece sono le fonti del Compendium: non mi risulta infatti che Riccobaldo conoscesse lo pseudo-Turpino, Floro, «Egesippo» o Eginardo all’epoca in cui si accinse a scrivere il Pomerium.

Siamo in presenza di un fraintendimento. La scheda in questione è la prima di tutte quelle che si riferiscono a Riccobaldo, e come tale contiene nella prima parte il profilo della parabola umana, intellettuale e culturale del ferrarese, ed a questo profilo rimandano, per ovvi motivi di economia, le schede successive. Non si dice dunque, in quel punto, delle fonti del Pomerium, né del Compendium, né del De locis o di altro; si dice di tutte le opere di cui, nel corso di tutta la sua vita, Riccobaldo venne in possesso. La distinzione è chiara e netta, perché più sotto, quando si tratta esplicitamente del solo Pomerium, p. 165, si fa cenno succintamente (molto succintamente) delle «fonti principali», e fra di esse non si legge appunto l’elenco fornito dalla Hankey (ma nel caso dello pseudo Turpino assicuro che è tra le fonti del Pomerium…). So benissimo che tra Pomerium e Compendium il bagaglio delle fonti a disposizione di Riccobaldo mutò sensibilmente, tanto è vero che proprio soprattutto a questo proposito ho approntato da tempo una lunga serie di osservazioni in margine all’edizione del Compendium, che però tarda disgraziatamente, non per mia colpa, ad essere stampata.



A p. 165 era doveroso fare il mio nome accanto a quelli di Holder-Egger e di Massèra a proposito delle redazioni del Pomerium, v. ed. cit., pp. xxxix-xl, xliii.

L’aver identificato diverse redazioni del Pomerium (due per l’Holder-Egger, tre per il Massèra) pertiene (rispetto per le «scoperte» altrui…) a quelli che ho menzionato; la Hankey ha accolto l’idea, come altri, senza produrre, almeno a tutt’oggi, ulteriori argomenti. Mi corre l’obbligo di ribadire, come si legge nella scheda, che io sono convinto invece che si tratti di una sola redazione. Qualche cosa in merito ho detto nel mio Riccobaldo e Livio, ed altro dirò altrove.



A p. 166 lo Zanella di nuovo mi usa come fonte (insieme, penso, alle carte Massèra) per l’elenco degli studiosi, per cui R. è «stato alla base». Quando dice «non è ancora ben chiaro quanto si citasse dal Pomerium e quanto invece dalla Historia Romana (= Historie)», il parere è da me espresso, ibid. p. xliii.

La prima frase mi risulta del tutto incomprensibile: non so in quale lingua si esprima la Hankey, ed attendo interprete. Nella seconda si rimanda a questo «parere»: «Siccome parecchi scrittori - compresi Benvenuto e Niccolò - si servivano di più d’uno dei suoi lavori e altri scrittori quali il Boccaccio, fra Pipino e Domenico di Bandino adoperavano le Historie e altri ancora qualche altro suo lavoro, rimando ad altra sede una discussione particolareggiata sulla natura e sulla diffusione della influenza di Riccobaldo e del suo Compendium sulla storiografia del Trecento e del Quattrocento,…». Mentre io mi limito alle citazioni dal Pomerium e dalla Historia Romana (insisto a chiamarla per ora così), la Hankey rimandava ad un suo futuro lavoro l’indagine sul Fortleben di tutta la produzione riccobaldiana. Evidentemente si tratta di due cose diverse.

Continuiamo:


A p. 174, come mai non fa presente che il merito di aver identificato e descritto tutti e tre i codici da lui elencati delle Historie spetta a me? Non compaio nemmeno nella bibliografia sotto la suddetta voce; fa finta invece di pensare che io abbia sbagliato, mentre invece tutti i dati per quella voce - compresa la correzione alla data di Domenico di Bandino - gli vengono dal mio articolo e da Compendium, p. xiii.

Nessuna delle schede del Repertorio, non solo le mie, registra il riconoscimento della scoperta dei singoli testimoni al momento della loro segnalazione. Ma se, nonostante questo, vogliamo entrare decisamente nel merito, dei tre codici in questione due furono segnalati per primo come testimoni delle Historie, come le designava, da Giuseppe Billanovich, che anzi signorilmente lo ha rivendicato: «Poi il discorso fu ripreso abilmente dalla Hankey…» 7. Vengono spontanei alla mente graziosi pensierini: “Chi è causa del suo mal…”, con quel che segue; «Chi la fa l’aspetti”, “Andarono per suonare, e furono suonati”, ed altre amenità. Il terzo invece, già segnalato dal Nogara fin dal 1908, e di nuovo nel 1912, come contenente i primi tre libri del Pomerium, ma già da Ludwig Bethmann nelle Nachrichten über die von ihm für die Monumenta Germaniae historica benutzen. Sammlungen von Handschriften und Urkunden Italiens, aus dem Jahre 1854, come cronaca diversa dal Pomerium, «bis auf Cäsar», effettivamente fu indicato come testimone della Historia Romana dalla Hankey. Se il suo nome non compare nella bibliografia sottostante è perché, come sempre nel Repertorio, si rimanda per il completamento, dopo la bibliografia specifica, non indicata nelle pagine precedenti, a quella che correda la prima scheda del gruppo: «vedi G 2», dove naturalmente il rimando alla Hankey è contemplato. Se io poi faccio «finta invece di pensare» ad un errore della Hankey scrivendo: «Si sa per certo solamente che venne composta a Padova, attorno al 1313. Per la verità la Hankey pensa al periodo 1305-1308, soprattutto in considerazione del fatto che nel 1308 R. ricompare a Ferrara, ma Domenico di Bandino diceva che le storie di R. giungevano fino ad Enrico VII e Francesco Pipino la segue fino a Bonifacio VIII», giudichi il lettore.

Altra statio:


Parlando della Istoria Imperiale, a p. 182, attribuisce a se stesso quello che ho scritto io nell’articolo già citato e nega «la paternità riccobaldiana» a tutta l’opera, mentre io ho identificato quale stesura del Pomerium sia la fonte della prima metà - ancora inedita - della Istoria. Ho l’impressione che lo Zanella non abbia neanche visto il codice.

Comincio con il rassicurare la Hankey: ho visto, maneggiato, studiato il codice classense. Ma qui l’esame diretto non c’entra proprio nulla. Distillando ancora una volta a fatica il pensiero hankeyano (la grammatica, almeno quella italica, vacilla), io ho adoperato i suoi argomenti (un altro furto inconfessato) per concludere in maniera diversa da lei. Comportamento decisamente bizzarro. Ricordo pedantemente alla studiosa inglese di aver dedicato il primo capitolo del mio libro del 1980 esclusivamente alla questione dell’Istoria Imperiale (3-17); in esso, dopo aver riferito delle opinioni del Ponte e della Hankey («La differenza sostanziale tra le due opinioni è che l’uno ritiene senza ombra di dubbio che si tratti di un lavoro boiardesco, mentre l’altra lascia in sospeso il giudizio sulla paternità di quell’amplificazione; che si tratti della traduzione di una parte del Pomerium nessun dubbio da parte di entrambi» 4), riaffrontavo l’argomento svolgendo considerazioni del tutto diverse (vogliamo dire: nuove?), sulla base delle quali, a torto o a ragione, ma non mi risulta che nessuna sia mai stata discussa, giungevo a concludere, appunto in maniera molto diversa da chi mi aveva preceduto, e successivamente, lo dico ora per la prima volta, ebbi il conforto dell’opinione del Massèra, quale risulta dalle sue carte della Gambalunga. Che non si tratti di questione passata in giudicato lo dimostra il fatto che Giuseppe Billanovich, dopo la Hankey e dopo di me, abbia manifestato ancora la convinzione che si tratti di lavoro interamente riccobaldiano 8, e, per quel che mi risulta, non ha cambiato fino ad ora opinione; mentre ripetutamente Alfredo Cottignoli ha accettato il mio punto di vista 9, fra l’altro non rilevando affatto (o anche Cottignoli «finge»?) il mio plagio, il che, forse, confermerà alla Hankey che è in atto una congiura a suo danno, ma che agli altri, spero, renderà trasparenti i termini della questione. Riassumendo: per la Hankey la prima parte è copia del Pomerium, per me è opera di altri su materiale prevalentemente, ma non esclusivamente riccobaldiano, per Billanovich è lavoro di Riccobaldo. Ma allora, dunque, in che consiste l’accusa?

Ci avviamo alla fine:


Mi limito infine ad elencare qui qualche sbaglio in ciò che dice lo Zanella alle pp. 164-166 a proposito del Pomerium, perché è il testo, di cui dovrebb’essere esperto.

Facciamo finta, davvero questa volta, di non cogliere il sarcasmo del condizionale, e leggiamo oltre:



Pomerium VI non contiene solo un «catalogo» dei papi bensì una historia pontificum (anche se di scarsa originalità), seguita da una catalogo dei papi e dei patriarchi di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Ravenna, e, in certi casi, da altre liste ancora. Sia la historia che il catalogo giungono almeno a Bonifazio VIII in tutti i codici integri, e non solo in «quelli che giungono al 1302». La datazione di alcuni codici è errata. Il codice erroneamente collocato da Holder-Egger a Cheltenham, perché si trovava nei dintorni all’epoca, è certamente il Phillips; quindi non «rimane da verificare». Il codice della Biblioteca Universitaria di Bologna 1287 non contiene Pomerium, parte V, ma solo 17 capitoli di essa, (ff. 491r-499r) insieme ad una pagina della VI parte (f. 500r-v) e al testo del Compendium. Tutto questo viene segnalato da me, nella mia edizione a p. xxiii, dove ho spiegato anche che il codice rappresenta una copia tardiva del cod. Ottoboniano 2073.


Con ordine. Per la parte conclusiva del Pomerium il discorso sarebbe troppo lungo: rimando all’edizione cui sto lavorando, che però, avverto, non è imminente; per ora si veda quanto ne dico in Riccobaldo e Livio. Che la datazione di alcuni codici sia da ricontrollare è certo; che il codice di Cheltenham sia il Phillipps (non: «Phillips») riapparso recentemente nel mercato dell’antiquariato, come segnalato da Billanovich, è sicuro: fatto sta che io ripetevo l’Holder-Egger, e gli errori, semmai sono suoi; per me rimaneva tutto «da verificare». Sul codice bolognese ha lavorato Alessandra Trippa, e ne dirà in futuro.

La Hankey mi dà un appuntamento prossimo, in cui svelerà altri misfatti di cui sono reo; ma, lo dico apertamente, continueremo a discutere urbanamente, insieme con Campana, Billanovich ed i più giovani “riccobaldisti”, se insieme mireremo solo ad accertare ed a progredire di conoscenza su Riccobaldo (e dintorni); altrimenti, ed è perentorio, per me la questione termina irrevocabilmente qui.



Torno a lavorare.

* Pubblico qui la risposta inviata a suo tempo tempestivamente al Bullettino, ma mai apparsa.

1 «Studi Petrarcheschi» 6 (1989) [1991] 53-69.

2 Equissimus tirannus «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia» dell’Università di Potenza 1987-89 [1990] 187-97.

3 Volo radente ibid. 1989-91 [1992] 305-07. La meticolosa demolizione di P. Gautier Dalché Riccobaldus de Ferrare géographe. À propos de l’édition du De locis orbis et insularum et marium, «Sacris erudiri» 30 (1987-88) 411-34, richiede come risposta una riedizione, cui sto attendendo.

4 Compendium, p. XLIII, nota 59.

5 G. Ropa Agiografia e liturgia a Ravenna tra alto e basso Medioevo in Storia di Ravenna. III. Dal Mille alla fine della signoria polentana, Venezia 1993 389-90 nota 313: «Sul notaio cronista vedi una bibliografia selettiva in Riccobaldi Ferrariensis Compendium Romanae Historiae, a cura di A. T. Hankey («Fonti per la Storia d’Italia», 108), vol. i, Roma 1984, p. XI, nota 4 (contributi dell’Holder-Egger, del Massera ecc.). La rassegna è da integrare coi molti fondamentali studi di G. Zanella, tuttora impegnato nella ricerca riccobaldiana».

6 Con la variante, del tutto trascurabile, che io scrivevo di «lavoro» al posto di «Compendium».

7 Billanovich La tradizione… 26 nota 4.

8 La tradizione… 21-22: «… supero, per i molti controlli che ho eseguito, le incertezze che ancora durano…», e la nota relativa rimanda anche all’articolo della Hankey.

9 Dietro le quinte dei Rerum: Muratori fra Boiardo e Riccobaldo in Per formare un’Istoria intiera. Testimoni oculari, cronisti locali, custodi di memorie private nel progetto muratoriano. Atti della I giornata di studi muratoriani (Vignola, 23 marzo 1991), Firenze 1992 (Biblioteca dell’edizione nazionale del carteggio di L. A. Muratori 8) 63-72; Cultura letteraria e storiografia a Ravenna fra Medioevo e Umanesimo in Storia di Ravenna. III… 641-56.



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