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Interventi sul piano urbanistico di traù durante I primi decenni del dominio veneto (1420-1450)


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IRENA BENYOVSKY
INTERVENTI SUL PIANO URBANISTICO DI TRAÙ DURANTE I PRIMI DECENNI DEL DOMINIO VENETO (1420-1450).

Il saggio tratta gli interventi subiti da Traù durante i primi decenni del dominio veneto nel '400. Gli interventi si manifestarono in primo luogo nel sistema delle fortificazioni, nei rapporti di possessione, nell'organizzazione e nelle funzioni dell’area cittadina, nonché nei simboli del governo instaurato da poco.

La Dalmazia, una provincia estesa dalle Isole Osserine (Cherso e Lussino) a Nord fino all'isola di Curzola a Sud, tra gli anni 1409 e 1420 divenne parte del dominio veneto sulla costa orientale dell'Adriatico (dall'Istria all'Albania) chiamato Colfo o Culphum.1 I comuni della costa orientale dell'Adriatico presentavano uno dei segmenti più importanti di uno Stato sistematicamente organizzato, specialmente di quello del tipo di “stato territoriale”, in primo luogo per delle ragioni strategiche ed economiche, ma anche simboliche (la tradizionale cerimonia dello sposalizio del doge con il mare Adriatico).2 Siccome lo Stato Veneto geograficamente e geopoliticamente non formava un’unità coerente, un sistema giuridico ed amministrativo alquanto unificato, e neppure un sistema di fortificazioni e d’organizzazione urbanistica standardizzato. Ogni provincia era governata da un’amministrazione veneta (capitani, provveditori, sindici) direttamente soggetta al doge, e le cui ordinanze erano eseguite in tutte le parti dello Stato da mar (tutti i territori dall’Adriatico fino a Levante). Le diverse parti dello Stato dovevano essere tenute assieme anche dalla gloria della città di Venezia – il suo sito, la sicurezza, la stabilità politica delle istituzioni. Al livello locale, d’altra parte, i nuovi acquisti dello Stato conservarono diverse delle loro caratteristiche, e così pure certe parti del proprio autogoverno. Le città dalmate conservarono certi elementi dell’antico sistema giuridico-amministrativo (il consiglio cittadino, gli statuti ecc.), mentre i Veneti trovarono sostegno in parte nella nobiltà locale e parzialmente nei popolani. Gli interventi urbanistici e l’edilizia caratteristici del ‘400 manifestarono la tendenza veneta di mettere in risalto la sovranità e la protezione di Venezia, ma così pure il suo impegno di uniformare i bisogni locali con le tendenze strategiche ed economiche della metropoli.

La conquista e la ristrutturazione della città

In seguito agli attacchi eseguiti dalla terraferma e dal mare che durarono alcuni mesi, Traù si arrese il 22 luglio 1420.3 Entrati in città, i veneziani “in nome di Dio e di San Marco” sulla piazza principale e su tutte le torri issarono la bandiera con il leone veneto.4 Quest’evento non privò Traù della sua municipalità e del suo stato statutario, ma fu ridotta la sua autonomia, e ad esempio, d’allora in poi il conte cittadino veniva eletto a Venezia.5 L’esercito veneto entrò in città il 22 luglio dal lato occidentale dell’isolotto, dove le mura della cinta erano più basse, seguendo la via salinarum in Civitate Nova.6 Sebbene l’esercito penetrò in città dal Sobborgo, numerose prove materiali testimoniano che gli attacchi più forti della flotta veneta siano stati sferrati sul lato orientale della città. In tal modo, la parte orientale del nucleo urbano, dove erano concentrati i più importanti edifici civili ed ecclesiastici, fu maggiormente colpita dalle bombarde. La cattedrale ed il palazzo comunale sulla piazza subirono i maggiori danni.7 Il campanile della cattedrale fu particolarmente danneggiato,8 ed ancora oggi sono visibili sul muro portante del portico dei massi di pietra con delle tracce lasciate dal fuoco.9 In una nota del 6 settembre 1420 Laurentino Victuri, capitano di marina veneto inviato da Venezia ad ispezionare le città dalmate, descrisse le mura di Traù come vecchie e in rovina.10 Pare che le torri sul lato meridionale delle mura cittadine fossero danneggiate fino all’altezza delle mura di cinta, ed in particolar modo quella di San Nicolò nella quale furono rinvenuti dei resti delle palle di pietra.11 Oltre agli edifici pubblici e alle mura di cinta, furono danneggiate anche diverse case private. Lo storico Giovanni Lucio (1609-1679) testimoniava che ancora nel periodo della sua vita era possibile vedere delle palle di pietra conficcate nei muri di case private, specialmente sulla via che portava verso la Città Nuova, cioè sulle case degli Andreis e dei Rosani (nella parte occidentale del nucleo urbano).12 Dei recenti scavi archeologici rinvennero negli angoli d’alcune case delle palle di pietra di circa 12 centimetri di diametro.13 Nel 1420 fu abbattuto anche il ponte di pietra che portava verso la terraferma, del quale sono rimaste soltanto delle tracce dei supporti in pietra inseriti nella facciata della torre del ponte.14



Le fonti testimoniano l’inizio dei restauri subito dopo l’instaurazione dell’amministrazione veneta.15 In agosto del 1420 furono emanate le prime ducali riguardanti l’edificazione delle mura del Sobborgo di Traù. Il comune richiese da Venezia che la torre del palazzo comunale e quella del palazzo vescovile, parzialmente devastate dalle bombarde venete, fossero ricostruite con delle spese minime. Il loro consolidamento mediante l’edificazione dei barbacani16 e delle cinte di consolidamento doveva essere realizzato secondo i progetti dell’ingegnere veneto.17 Questa è l’unica menzione dell’esistenza di una torre del palazzo comunale.18 La torre era situata tra la casa di Johannes, figlio di Doymo Cega (la quale si trovava dietro l’abside della cattedrale) e la torre del vescovo (nei pressi del palazzo vescovile). Fu determinato pure il restauro della torre dell’abbazia di S. Giovanni e di quella nei pressi del ponte che conduceva all’isola di Bue.19 La disposizione del 1404 in conformità alle volontà testamentarie della quale venivano destinati 10 soldi per la costruzione delle mura e dell’ospedale, fu ripetuta anche nelle riformazioni del 1420.20 Nel 1420 le autorità comunali introdussero per tutti gli abitanti della città e del distretto l’obbligo dell’eseguimento di certi lavori concernenti il restauro delle mura cittadine. I mezzi ed i materiali edili necessari per l’intervento furono assicurati dalla cassa comunale di Traù, ma fu richiesto pure un supporto finanziario da Venezia. Le torri cittadine furono gradualmente restaurate e portate allo stesso livello della linea delle mura, mentre il processo di restauro e delle nuove costruzioni era controllato dalla Repubblica.21 L’intervento più urgente era presentato dalla ricostruzione delle mura sul lato occidentale, dove si trovava la cosiddetta Torre maggiore, perché in quel punto l’accesso alle navi nemiche era facilissimo a causa della sufficiente profondità del mare. Su quel lato era prevista la costruzione delle mura di 7,5 piedi in larghezza e di altro 4 tese di Traù in altezza senza tener conto della corona.22

I documenti descrivono i lavori concernenti il restauro del palazzo comunale nel 1426.23 Gli scavi archeologici hanno scoperto dei resti delle bombarde nei muri del palazzo.24 Il restauro del devastato convento francescano situato sulla riva del mare venne decisa già il 13 novembre 142025, mentre i lavori di restauro sulla cattedrale incominciarono nel 1421. Il 18 aprile 1421 nella cattedrale fu stipulato tra l’operario Dragolino Nicolò e il mastro tagliapietra Matei Goicovich l’accordo riguardante il risanamento dei blocchi di pietra danneggiati sul campanile della cattedrale, come pure il restauro e la pavimentazione di tutta la corona del campanile verso la piazza. Seguendo il modello di quelle vecchie e danneggiate, furono scolpite e decorate due colonne, le quali in seguito furono messe sul campanile al posto delle colonne mancanti. Eccetto il campanile, che fu maggiormente devastato, anche il muro della chiesa subì dei danni. Con lo stesso mastro, il capitolo stipulò l’accordo concernente la riparazione di tutte le fratture e delle fessure sul lato meridionale della cattedrale, intorno al rosone, come pure della parte orientale dello stesso rosone. E’ menzionato anche il restauro della colonna di supporto e di una finestra della chiesa.26 Nel 1420 furono eseguiti i lavori di restauro esterno sulla chiesa di S. Maria de platea. Il Consiglio organizzò “la fabbrica” per la ricostruzione della chiesa menzionata, finanziandola con la somma di 40 libre (reparatione ipsius ecclesia et campanilis seu in paramentis et aliis rebus necessariis).27 L’accordo del 4 agosto 1426 ricorda che durante i bombardamenti veneti fu danneggiata anche una casa comunale con delle botteghe al pianterreno, situata nei pressi della piazza e del “nuovo cimitero” davanti alla cattedrale. In occasione dell’assalto alla città crollò il tetto e una parte del muro, sul lato verso il cimitero, della detta casa, per la qual causa marcirono i pavimenti, le travi e tutte le parti in legno. Il conte Giacomo Barbadigo “per il bene del comune” dispose che la detta casa dovesse esser restaurata, perché altrimenti sarebbe crollata da se “in danno alla città”. Il Consiglio offri ai cittadini di Traù il restauro della detta casa, e in tal modo di acquisire il diritto di stabilirvisi. Lo speziale Ventura Johannis stipulò nello stesso anno un accordo con il conte, obbligandosi a restaurare la detta casa con le minime spese possibili (e di renderne conto al conte). Aveva il diritto di abitare nella detta casa pagando un affitto annuo di 60 libre.28 Davanti a questa casa c’erano delle panche e dei posti a sedere che restavano nella proprietà del comune, dal momento che erano stati edificati con i mezzi del comune e che si trovavano sulla pubblica via. A differenza di quanto detto sopra, la copertura situata sopra la finestra che dava sulla piazza, perché era stata costruita a proprie spese, rimase di proprietà del Ventura.29

Non è stato notificato se l’edificio dell’ospedale sia stato danneggiato durante il bombardamento, però ci giunge una notizia del 1428, che l’ospedale di Santo Spirito si trovava “in uno stato talmente malandato che era pericolante di crollare.” Lo stesso anno il conte ed i giudici emanarono nuovamente l’antica terminazione che obbligava tutti i cittadini ed abitanti del distretto di Traù di lasciare testamentariamente la somma di almeno 10 soldi piccoli all’ospedale. Nel caso che questa volontà testamentaria fosse stata omessa dalle ultime volontà del testatore, gli esecutori testamentari avevano l’obbligo di risarcire la detta somma dal patrimonio del defunto.30 Dal registro dei testamenti di questo periodo (Francesco de Viviano, 1448-1452) risulta che quasi ogni testamento contenesse due disposizioni: in primo luogo, ogni testatore lasciava la somma di 10 soldi in opere muri Civitatis Nove Tragurii, e altri tanti in opere hospitali sancti Spiritus de Tragurio.31 Molti testatori destinavano spontaneamente delle somme maggiori non solo per l’ospedale, ma anche per la costruzione della chiesa e della confraternita di Santo Spirito. Secondo la Riformazione del 1428 l’obbligo degli amministratori comunali era “non soltanto di vigilare sopra la conservazione in buono stato della città, ma anche sopra la manutenzione delle sue chiese ed orfanotrofi, dove la gente cercava la salvezza per le proprie anime e la tutela per le proprie vite.”32 Nel periodo del restauro della città venero ricostruiti anche gli edifici economici danneggiati nel corso dei bombardamenti. Nel 1420 Pietro Loredano dispose ai cittadini di Traù la ricostruzione dei propri mulini, fatti abbattere dal conte Micazzo Rituri, perché durante l’assedio non fossero utilizzati come punti d’appoggio dall’esercito veneto.33 La proprietà sopra i mulini passò dal comune ai privati mediante certe aste pubbliche. Fino a quel momento rendevano alla città la somma di 2400 libre venete.34 Il restauro della città era necessario subito dopo il 1420 a causa dei danni causati dai bombardamenti veneti, ma la priorità fu data alla costruzione del castello situato nella parte sudoccidentale della città. Soltanto dopo il suo compimento, cominciò il restauro e l’edificazione delle altre fortificazioni.35 Anche nelle altre città che passarono sotto il dominio veneto, furono restaurati dei singoli edifici e certe fortificazioni.36 In tal modo Venezia esprimeva la propria “cura” nei confronti delle città sottomesse come un “buon padrone”, e controllava la seguente pianificazione delle menzionate città.



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