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Promenade des anglais


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PROMENADE METAFISICA IN TOSCANA…
«

Ci sono cose che ci sono ma non si vedono ed altre che si vedono ma non ci sono». Così è Lucca, dove da Porta S. Anna al ritrovo in Piazza Vittorio Emanuele, meeting point del VI MEETING TOSCANO “PROMENADE DES ANGLAIS” cerchi inutilmente i cartelli segnaletici promessi dagli organizzatori: perché pare strano che ci si debba infilare dietro gli spalti e passare sotto il tunnel di una casamatta cinquecentesca delle mura. Ti fermi, richiami al cellulare e ti dicono di salire sugli spalti. Devi fare attenzione ai pedoni e a quelli che fanno jogging, perché la zona è tassativamente riservata a loro, e - sempre più strano - senza che nessuno di lor pedoni faccia una grinza, o accenni a mandarti con un gestaccio… altrove, mentre li affianchi con la massima cautela, vedi finalmente in fondo al viale lo schieramento della 46 MG disposto a raggiera, molto pittoresco, a fianco di un edificio neoclassico, stile Grand Palais, che una volta fungeva da caffè giardino, atmosfera parigina fin de siécle, con signore in gonna lunga plissée e signori in cilindro che scendevano da fiacchere e landò; edificio ora in disuso e maltenuto. C’era e non c’è più. Il Burrini ci ha predisposto più sotto gli spalti, in una birreria, una colazione – rinfresco, dato il calduccio. Qui ci si saluta un po’ tutti; Anna e Gigi Cavagnolo, come gli altri sono pronti a intraprendere la libera visita della città, che è subito lì, attraente. «Torniamo a rivedere Ilaria del Carretto», dice Anna, arrotando le erre. «Chi è? Una di quelle figliole che hanno il ban’hetto de’ dolciumi di fianco a San Mi’hele?», chiede uno dei partecipanti. «Ma no! », si stizza un poco Anna, «è quella giovane che si trova nella sacrestia del Duomo». «Allora ’un la ’honosco, ’un so’ prati’ho di sacrestie». «Ma è un sarcofago scolpito da Jacopo Della Quercia!», dice Anna arrotando sempre di più le erre. «Sar’hofagi?! Miseri’hordia! Gli è roba ’he ’un fa per noi».

Così è Lucca, una città chiusa e compatta dove è impossibile perdersi, perché “in un attimo capisci da dove viene la luce e ti orienti” [Renzo Piano]: una città di evocazioni.

E

-vocare, cioè richiamare dal profondo. Venendo dalle vie e dai vicoli, si confluisce negli ampi spazi regolari delle piazze, che hanno come punto di riferimento e identità la chiesa e la torre, dotate di una possente spinta verticale. Chiese policrome, torri merlate, che sono come l’ago della bussola per gli abitanti della contrada; in alto, negli ampi finestroni delle celle campanarie sembrano inglobare il cielo; cosa c’è di più evocativo della chioma arborea posta in cima alla torre dei Guinigi, sotto una luce meridiana, resa ancor più intensa dal riverbero dei selciati e dei bugnati: pietra chiamata “serena”? O della popolaresca piazza ellittica, che in età romana era l’anfiteatro, colma di fiori e del giallo dei muri delle case?

Nelle città toscane la luce è un fenomeno imprescindibile, una definizione metafisica, qualcosa che va oltre il puro dato fisico. Quando si visita una città toscana riaffiorano in superficie le immagini dei dipinti di Ottone Rosai o di Carlo Carrà. Nelle vie l’atmosfera sospesa annulla la presenza umana e la materialità delle cose, e ricrea un ambiente metamorfico fatto di riflessi sempre cangianti, dove la trasparenza trasfigura gli oggetti, come se fossero sospesi a mezz’aria. Lucca andrebbe visitata all’alba o al tramonto, quando i passanti si fanno radi e la luce è soffusa, lontano dal baccano festaiolo portato nei megaweekend dalla massa dei turisti, che si ammassano e tutto appiattiscono. Solo allora si coglie la musica dell’anima, quella stessa che emana dall’organetto della giostra di legno dorato che gira nella piazza di Palazzo Ducale, richiamo alla memoria della canzonetta di Ardengo Soffici:


“Palazzeschi, eravamo tre,

noi due e l’amica ironia,

a braccetto per quella via

così nostra alle ventitre .”

Quel ventitre inteso come atteggiamento burlesco, un cappello indossato un po’ a sghimbescio, raffinato sberleffo… In quel momento transitano dalla piazza PPP e l’inseparabile Melandri e loro - in quel momento - paiono impersonare i due poeti a zonzo. Ho trovato una notarella di Freud, riferita alla sua opera «Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio» in cui der Doktor sostiene che “il piacere preliminare ottenuto con la tecnica del motto di spirito è utilizzato per liberare un maggior piacere eliminando le inibizioni interiori”. Annotazione che si attaglia benissimo ai due nostri eroi.

Piacere prolungato – dalla fase visiva a quella orale - all’ora di pranzo all’Antica Trattoria Stefani di San Lorenzo a Vacoli. Parlar bene delle portate di carne nei ristoranti toscani è pleonastico, ma quei crostini all’antipasto li ho trovati prelibati come mai prima.

Per poi risalire la valle del Serchio, che da Lucca si presenta ampia e soleggiata, ma ben presto si fa più chiusa, tra monti che hanno la stessa spinta verticale delle basiliche romaniche lucchesi, con una nota di colore unica: il verde di maggio intenso dei boschi d’acacia è attenuato e reso più luminoso dai riflessi del bianco dei fiori a grappolo, bianco che inonda la vallata come una nevicata fuori stagione.

A


Borgo a Mozzano il PONTE DEL DIAVOLO, noto a tutti i forestieri con questa denominazione, è chiamato sui cartelli turistici DELLA MADDALENA. E questa doppia identità è una vera sorpresa. Senza scomodare IL CODICE DA VINCI e Dan Brown, che qui troverebbe ampia materia per le sue figure angeliche e demoniache, presenze che sul Serchio si librano nell’aria, più prosaicamente, vien da pensare che i pellegrini romei, dopo aver valicato le aspre catene montuose che abbiamo di fronte e messisi alle spalle le insidie diaboliche del percorso e dei tagliaborse, qui, in vista di Lucca, abbiano trovato accanto al ponte qualche maddalena compiacente, ben disposta a recar loro un qualche conforto, prima di varcare la soglia di San Pietro per ottenere l’indulgenza plenaria e il lavacro di ogni peccato. D’altronde si sa, la pecunia, in un modo o nell’altro, è destinata a tornare al demonio, che ne è origine e autore.

Via, presto, che qui la sosta di 46 MG blocca la strada; hanno telefonato i vigili, che hanno già pronte diaboliche sanzioni, mentre di contro ci aspettano a Barga.


Barga, abbarbicata in cima a un monte, ma nobile d’arte e d’edifici. Parcheggiamo nel piazzale sottostante e a riceverci è Antonio Nardini che ci farà da guida. Nardini ci parla dei pregi monumentali di Barga, della sua storia e del suo popolo, dell’accoglienza a Garibaldi e della militanza garibaldina della valle, di Giovanni Pascoli e della Linea Gotica, che era sopra a questi monti e ha significato per Barga lo scotto di un alto prezzo pagato alla guerra, in termini di distruzione: come per Castelnuovo, che visiteremo domani. Ma s’infiamma d’entusiasmo quando arriviamo al Duomo, posto al culmine del monte. Basilica – fortezza, parallelepipedo tetragono, sulle cui pareti massicce si aprono strette monofore da cui si potevano lanciare dardi contro i nemici, senza ricevere ingiuria; solo potevano penetrare nel tempio lame di luce cruda, che fendevano il buio della grande sala dove trovava rifugio il popolo tutto, pronto a chiedere grazie, per la vita quotidiana (il pulpito finemente istoriato), come per le grandi minacce, che qui erano frequenti, data la via di transito. E il buio era tranquillità e unione, lo sviluppo in altezza e lo spessore delle mura e dei pilastri sicurezza; la preghiera il conforto; forza era la statua lignea di San Cristoforo dominante la parete dell’abside, un possente tronco rozzamente scolpito in sembianze umane del santo che sorregge il bambinello. Figura t

otemica, da portare in processione sulle mura per colmare di terrore i nemici. Lui, sacrale protettore del viaggio e dei viaggiatori, avrebbe sicuramente indotto in disgrazie e sventure durante il rientro in patria coloro, empi nemici, che avevano osato scagliare frecce contro la santa icona e cercato di fare violenza agli abitanti del luogo.
Serata al CIOCCO, per cenare e trascorrere la notte. CIOCCO – LATO, come dice il Melandri: che evoca il lato dolce della colazione: ma ogni riferimento alla vastità dell’insediamento immobiliare-alberghiero non è puramente causale.
Dal Ciocco a Castelnuovo, capitale della Garfagnana. «Meglio un padrone esoso, ma lontano, che i Fiorentini all’uscio», pensarono, all’inizio del Cinquecento, gli abitanti della Garfagnana, e si concessero agli Estensi. Fu così che scesero a Castelnuovo, in qualità di governatori prima Ludovico Ariosto e successivamente Fulvio Testi.

La sera precedente – i tempi di percorrenza sono tiranni – non avevamo potuto far visita alla villa di campagna dei Cardosi-Carrara, situata ai Caproni di Castelvecchio, “una bicocca con attorno un po’ d'orto e di selva”, come la definì il Pascoli, dove, nella cappella riposa il Fanciullino, rimasto per sempre nella dimora che dà sulla vallata. A Castelvecchio il Poeta trascorse gli anni più tranquilli della sua esistenza, dal 1895 al 1912. Qui hanno visto la luce alcune delle sue più belle raccolte poetiche.

Nella piazza di Castelnuovo, dove abbiamo parcheggiato le macchine in visita alla città Franco Perazzini, in vena di facezie, si dilunga a raccontarci un episodio accaduto poco tempo fa all’ospedale di Rimini: un medico, in visita a un anziano paziente, aveva pensato di fare il brillante, mettendosi a parlare - l’archiatra - all’anziano signore in greco, che è la lingua dei medici, di prognosi, diagnosi, eziologia, descrivendogli l’anamnesi completa della sua patologia… Quando, fissando negli occhi persi il nonnetto, aveva concluso con un «Non so se sono stato esaustivo». Al ché l’ometto aveva risposto (lo scrivo in dialetto reggiano, che è dello stesso ceppo linguistico di quello riminese) «Lô, s’gnôr dutor, al s’rà ancha stē esaustivo, ma me a’n gò capì un caz!».

(Lei, signor dottore, sarà anche stato esaustivo, ma io non ci ho capito un razzo!).

L

o dice – ogni riferimento non è puramente casuale – mentre stiamo entrando in duomo, la cui austera facciata dell’inizio del Cinquecento già invoglia alla visita. Sostiamo davanti alla Pala di San Giuseppe, della scuola dei Della Robbia, e allarghiamo lo sguardo a tutto il tempio, di chiara matrice brunelleschiana. Quello che più colpisce – e lo descrivo agli astanti – è il salto di ritmo architettonico, rispetto al romanico lucchese, insito nel nuovo equilibrio geometrico rinascimentale, dato dal rapporto tra la misura quadrata di ogni sezione dell’edificio e la semicirconferenza degli archi a tutto sesto che sovrastano i quadrati. Dà come risultato una grande compostezza e unità formale, accentuate dalla luce tenue e diffusa, che entra da ampi finestroni, nascosti alla vista per non abbagliare gli astanti, e dal colore chiaro (Old English White) degli intonaci, abbinato al grigio dei materiali in rilievo e delle colonne. Invita all’armonia spirituale e al raccoglimento interiore. Ma mentre mi giro, solo Patricia e Fabio sono rimasti ad ascoltare: dei riminesi alle mie spalle non resta che l’eco…

Ripartiamo seguendo l’eco ariostesca di Astolfo e dell’ippogrifo, volati sulla luna a recuperare il senno d’Orlando. E ci vuole del senno a percorrere la strada tuttacurve che s’insinua nella stretta vallata che ci conduce alle cave di marmo sulle Apuane. Ho davanti la MG TF, classe 1954, di Mr. Farina e, francamente, è impegnativo, con una TF 2004, tenergli dietro, mantenendo una condotta prudente di guida, per le qualità di accelerazione, tenuta, e manico del pilota. Per non parlare delle armoniche che escono dagli scarichi, il classico bull roaring (muggito di toro, come lo definiscono gli Inglesi) dei motori Morris. Meglio che avere due woofer nell’abitacolo. A stargli appresso c’è da farsi prendere un po’ dalla strizza, perché la strada è aperta al traffico. Quando arriviamo alla cava, non posso che complimentarmi con Giacomino e con l’inglesina, consorte permettendo. Dice «Chi me l’ha venduta me l’aveva detto, che il motore era stato elaborato. La MGA coupé che abbiamo utilizzato al Winter, in confronto, sembra ferma».

S

iamo alla cava di marmo dismessa della società francese HENRAUX; siamo davanti a una vasta parete grigio chiaro in mezzo a cui si apre una fenditura alta una ventina di metri, attraverso la quale si passa per addentrarsi in un anfiteatro dalle pareti candide e levigatissime. «Vieni che facciamo una foto di gruppo alle macchine sotto l’Arco di Tito?». Do un’occhiata alla scritta arrugginita che campeggia sulla fenditura. Un demone bizzarro deve essersi divertito a far cadere la R centrale. Sono rimaste due sillabe: a sinistra HEN, a destra AUX. Pare un invito ad attizzare i messaggi che giungono dall’inconscio. Già la forma della fenditura ricorda quella cosa il cui nome corrisponde alla sigla del volo Firenze-Cagliari: quella cosa che tutti i maschietti sanno dove ce l’hanno le femminucce, ma loro, i maschietti, ce l’hanno sempre in testa. Ma poi quelle due sillabe, lette all’inglese fanno IN – OUT, e in francese EN – AU (dentro – al… all’antro primigenio).

In questo anfiteatro che pare un abbozzo di tempio michelangiolesco, si va a evocare, come per incanto, il mito della Gorgone. Avete presente il capolavoro del Cellini che si trova a Firenze sotto la Loggia dei Lanzi? Il Perseo che ostenta la testa di Medusa ai passanti. I Fiorentini non ci fanno ormai caso e passano oltre, ma gli stranieri che la guardano, rimangono impietriti. È l’effetto Medusa, come ce lo racconta Ovidio. Usando la testa di Medusa, Perseo muta il gigante Atlante in monte, una delle metamorfosi più impressionanti del libro; dalle gocce del sangue di Medusa, cadute quando Perseo la decapita, nasce il cavallo alato, Pégaso, che con un colpo dei suoi zoccoli fa scaturire la fonte delle Muse. Dalla Gorgone, in fondo, viene la poesia. Dallo sguardo che pietrifica di Medusa nasce la scrittura di Ovidio. E mediante questo mito primordiale, che forse cerca di descrivere come dall’unità di ideazione e abilità manuale nascano gli oggetti quotidiani, come pure l’oggettivazione poetica, troviamo il filo conduttore che ci conduce dal blocco di marmo all’opera di Michelangelo. Medusa è l’occhio dell’artista, la fantasia creatrice che noi non riusciamo a vedere, ma che rende reali, solide le immagini più pure.

Ripartiamo sotto una leggera pioggia, mentre il cielo minaccia ben più terribili cataratte, ma il maltempo si è già scaricato oltre la galleria del Cipollaio, quando l’attraversiamo per entrare nella provincia di Massa. I monti intorno sembrano giganti pietrificati, cui sono state inflitte profonde ferite che mettono in evidenza la vena marmorea. La strada che scende verso il mare si avvolge come le pliche della veste e la barba del Mosè, che rappresenta per la critica una figura “animata da un potente movimento incipiente, che “con fatica domina la sua emozione interiore: “l’ampia fronte sembra essere solo un velo della grande mente del profeta”. Un capolavoro, il patriarca Mosè – Papa Giulio, che Freud ha sentito il bisogno di sottoporre ad analisi.

A Massa siamo ricevuti in gran spolvero presso il Palazzo della Provincia, con sentito scambio di cortesie. Noi lasciamo l’impronta MG, donando il gagliardetto del Club, e riceviamo in cambio dal Presidente della Provincia un libro edito dalla Franco Angeli sui Fabbricotti, una dinastia del marmo con una tradizione plurisecolare sul blasone.

E

Carlo Carrà - Marina


finalmente, scortati dalla polizia provinciale, con le divise che sembrano quelle della Wehrmacht, ci affacciamo in corteo alla marina . Inizia la lunga, promessa, promenade des Anglaises sul lungomare da Marina di Massa al Lido di Camaiore, attraverso il Forte e Marina di Pietrasanta; e dato il protrarsi inevitabile dei riti precedenti, più che l’ora che volge al desio, a quest’ora si rivolge lo stomaco. Sbarchiamo al Grand Hotel LE DUNE e andiamo a collocare le macchine su un pratino verde tenero, che pare il green di un campo da golf, con tutt’attorno i diversi corpi dell’hotel: calati in un’atmosfera più prossima a Miami e alla Florida che alla tradizione toscana. Ma anche questa novità, dona a tutti un senso di euforia. Occorre qui fare i complimenti a Gualtiero per il dinner party a buffet del ristorante LE DUNE. Cápita spesso in questi servizi al banco che gli ultimi non si sentano beati perché trovano a malapena i primi… e i secondi. Qui il tutto era gestito da un vecchio marpione della ristorazione alta, con il piglio di un maresciallo di Francia, coadiuvato al bisturi da un cuoco dal berretto a larghe falde come un capitano della Guardia Svizzera. Il meccanismo era scaltro: le leccornie più accattivanti le trovavi in fondo alla fila delle portate, quando ormai avevi il piatto pieno.

Al momento dei saluti – complimenti di nuovo a Gualtiero e a Luigi Buti per la Sesta, una sinfonia capolavoro, come LA PASTORALE di Beethoven: chissà come verrà la Nona… - attraversiamo la strada e ci infiliamo nel primo bagno, davanti all’hotel. Per guardare il mare. Con un’ultima sensazione che mi sovviene tutte le volte che vengo in Versilia. Nel linguaggio comune, quando si lascia la costa e ci si spinge al largo, si parla di alto mare: non del PROFONDO, ALTO. E quando mi metto davanti al Tirreno la sensazione è quella di essere al cospetto di un mare più alto del mare nostro, l’Adriatico; di essere sovrastati, dominati dalla sua magica presenza: Herr Doktor, non so se sono stato esaustivo.


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