Ana səhifə

Interventi sul piano urbanistico di traù durante I primi decenni del dominio veneto (1420-1450)


Yüklə 227 Kb.
səhifə2/5
tarix27.06.2016
ölçüsü227 Kb.
1   2   3   4   5

Cambiamenti nel sistema delle fortificazioni

Dopo la conquista della città, Venezia decise di costruirvi un castello, dandogli una funzione di caposaldo per il proprio esercito. Questo principio veniva da Venezia messo in atto in tutte le città assoggettate.37 L’edificazione del castello significava la presenza fisica dell’esercito veneto nella città, il che in modo del tutto realistico indicava i limiti reali dell’autonomia comunale. Così, Venezia dava un’impronta alla propria presenza in senso fisico e simbolico. Per tal motivo, i legati di Traù a Venezia inoltrarono la richiesta di non erigere alcuna nuova fortificazione. Ritenevano che il territorio della città fosse troppo ristretto per contenere un castello, ed inoltre le spese della sua costruzione avrebbero causato l’impoverimento della città. Però, Venezia non diede peso a queste suppliche, come neanche nel caso delle altre città della Dalmazia, e determinò l’edificazione del castello nel modo da lei ritenuto più conveniente.38 In fatti, anche nelle altre città (Zara, Spalato e Selenico) Venezia edificava e restaurava dei castelli. Nella maggior parte dei casi questi erano situati in periferia della città, il che permetteva una difesa separata. Per esempio, Venezia s’impegnò a Spalato nel 1420 a non edificare alcuna fortificazione, ma nello stesso anno determinò di costruire un castello. L’edificazione del castello di Spalato durò trent’anni, ed esso fu la sede permanente del castellano nominato dalle autorità venete allo scopo di difendere la città. Nonostante le suppliche di dissenso dei cittadini, la costruzione del castello di Sebenico cominciò già nel 1416.39 A Zara, essa propose il consolidamento del castello all’ingresso del porto ed il suo utilizzo come sede del proprio esercito.40

Per Traù fu destinata l’edificazione del castello, di una torre sopra il porto e di un’altra nei pressi del palazzo vescovile.41 All’inizio del secondo libro delle Riformazioni dello Statuto il doge Mocenigo nel 1420 si obbligò ad edificare nella “propria” città di Traù le fortificazioni (facere fortilicia in civitate nova), le quali dovevano servire “al benessere e alla sicurezza” della città.42 Prima del suo rientro a Venezia, il Loredano cercò di stabilire il sito per la costruzione del castello. Dal doge Francisco Foscari richiese l’invio a Traù di un ingegnere, il quale avrebbe trovato la soluzione migliore.43 Il doge inviò in città i comandanti delle galere venete Paolo Pasquali, Nicolò Trivisano e Bartolo Lombardo, per esaminare l’isolotto da tutti i lati e per decidere il sito più conveniente del castello, che avrebbe dovuto difendere la città sul suo lato più vulnerabile.44 Secondo il Loredano il castello doveva essere costruito ad est, e non ad ovest lungo il porto, dove si trovava la vecchia torre, la quale chiudeva il porto con una grossa catena (come suggeriva l’ingegnere veneto Pisiano). Il Loredano spiegò che sul lato occidentale vi erano troppe case molto vicine una all’altra.45 Il 1. settembre 1420. fu concordato che il castello doveva esser edificato nel Sobborgo vicino al porto, dove si trovava l’antica “torre delle catene” poligonale (per la chiusura del porto), la quale presentava il nucleo del castello costruito più tardi.46 Il castello doveva trovarsi nella posizione chiave dal punto di vista strategico, dalla quale avrebbe potuto esser sorvegliata sia l’entrata in città dalla parte del mare, ma pure l’area della stessa città.47 Un fosso divideva il castello di Traù dal resto dell’isolotto, ed in tal modo formava un’isola artificiale separata. Il fosso era largo circa 20 metri, ed era particolarmente assicurato dalla parte interna, in modo di poter esser difeso bene dalla torre a nord-ovest.48 Di fronte al fosso, una parte della riva occidentale dell’isolotto fu arginata ed appianata. A causa dell’edificazione del castello furono abbattute alcune case di legno, ma con i loro proprietari fu concordato l’acquisto o il cambio. Sulle mura meridionali del Sobborgo, di fronte al castello, fu aperta una nuova porta per permettere ai soldati di entrare in città.49

Il 2 settembre 1420 fu ordinato al conte d’avviare i lavori di restauro delle fortificazioni nei pressi della porta e del ponte che conduceva verso terraferma. L’ulteriore erezione delle fortificazioni fu affidata al conte Simone Detrico.50 L’8 settembre il Detrico stipulò un accordo con il protomastro, imprenditore locale Marin Radojev in riguardo alla costruzione delle mura del castello, e così pure con altri tre scalpellini che dovevano preparare le pietre per l’erezione delle fondamenta del castello.51 Il protomastro Marino era il direttore della “fabricha del castello” iniziata il 20 novembre 1420, ed era anche l’autore dei piani di costruzione.52 Sono state conservate delle descrizioni dettagliate dell’edificazione e della ristrutturazione del castello, come pure il prezzo delle pietre, dei trasporti ecc: fu accordato d’arrotondare e d’abbassare la torre nei pressi della “torre maggiore” in modo d’ottenere l’altezza di 10 tese venete, che doveva essere solidamente costruita con della calce e delle pietre. Doveva essere collegata con un passaggio sulle mura in direzione della città. Le nuove mura cittadine del Sobborgo dovevano essere costruite 30 passi più a nord per allontanarle dal castello, e dovevano essere larghe 15 piedi.53 Il comune eseguiva i lavori sulle fortificazioni in conformità alle proprie possibilità e con l’aiuto diretto di Venezia.54 Il 23 agosto 1424 al Loredano furono inviati da Venezia degli altri mezzi per continuare la costruzione delle fortificazioni.55 Le mura della Città Nuova avevano la stessa altezza della torre del Castello. Il Loredano decise di abbattere parzialmente queste mura, perché fossero un po’ più basse del Castello costruito in seguito, mentre destinò di abbattere totalmente la torre quadrata che fino ad’allora faceva parte delle sopradette mura. Fu determinato d’abbattere anche una parte delle mura cittadine verso sud, di fronte ad una piccola torre nei pressi del Castello, in modo di poter arrampicarsi, attraverso la piccola torre che doveva essere costruita sul barbacane, sulle mura meridionali con l’aiuto di un gancio. Questo progetto fu eseguito in base ai piani del Castello di Zara. Anche se la pavimentazione interna, in legno, non si è conservata, grazia ai resti dei sostegni è possibile distinguere i livelli dei piani interni.56

I fondi ricevuti da Venezia furono utilizzati anche per la costruzione del porto. Sembra che il protomastro Marin Radojev fosse pure il direttore della “fabrica” del porto. Secondo l’accordo del 1438 Marin si occupava dell’acquisto delle pietre necessarie per l’edificazione delle fondamenta della banchina del porto.57 Nel 1429 a Traù scoppio un’epidemia di peste, la quale sospese l’edificazione del castello fino al 1432, quando fu rinnovata la “fabrica del Castello”.58 Si è conservato un documento del 1435 con il quale il conte ordinò ai mastri Simon Bilsich e Matei Allegretti Anibo, di Zara, di edificare le fondamenta per i magazzini (fundamentus fovee) nel Castello di Traù, sul suo lato orientale in direzione del Sobborgo.59 Sulle mura occidentali interne del Castello s’appoggiava anche una piccola cappella, visibile sulle antiche piante del Castello. Sopra la cappella, una scala portava in cima al Castello. Era menzionata anche la costruzione del pavimento e del tetto del Castello, come pure dell’appartamento per il conestabile. Furono costruite anche le stanze per l’acquartieramento dei soldati ed una cisterna capiente. Al centro del cortile vi è il pozzo, ma oggi non ha più la merlatura alla sua apertura.60 Le priorità venete erano chiare – eccetto la costruzione del castello, s’investiva nell’edificazione delle più importanti parti strategiche della città. Il Loredano emanò il 3 aprile 1424 una disposizione riguardante la riparazione delle torri e dei ponti cittadini, e quindi in quell’anno furono organizzate le “fabbriche” per la costruzione delle mura e furono ingaggiati degl’operai. Allo stesso anno risale la disposizione d’abbattere la torre appoggiata sul lato meridionale delle mura del Sobborgo, perché era prevista la costruzione di un’altra torre nelle vicinanze del Castello.61 Tra la torre del palazzo comunale e la torre di S. Giovanni Battista, nei pressi della casa di Joannes Cega (dietro la cattedrale), il comune aprì una porta nelle mura di cinta verso oriente, mediante la quale fu liberato il passaggio verso la piazza centrale. Fu costruita anche una piccola torretta nell’ambito del palazzo vescovile. Davanti alle alte mura cittadine si trovavano delle altre e più basse mura di cinta, descritte già nella trattazione sull’aspetto delle fortificazioni del ‘300. Sono state rappresentate nell’immagine d’Angelo degli Oddi risalente al ‘500 e sulla pianta del ‘700, sulla quale sono visibili anche le parti abbattute delle mura.62

Similmente ai casi delle altre costruzioni, anche per l’edificazione delle mura cittadine fu organizzata la “fabbrica”. Quest’istituzione era molto diffusa nel ‘400: collegava gli architetti, gli ingegneri, vari mastri e operai, e doveva provvedere ai materiali e ai mezzi per la costruzione. I soldi per le fabbricazioni erano pochi, perché nel ‘400 fu messa in atto la completa ristrutturazione della città. Tutti gli abitanti del comune dovevano partecipare alla costruzione delle torri, le quali dovevano in primo luogo servire al comune. La ducale del 12 dicembre 1442 dispose di scavare un fosso intorno alla città, però i popolani cercarono di liberarsi di questo lavoro, affermando che non erano mai tenuti ad eseguire questo tipo di lavori.63 Avevano addirittura inviato i loro rappresentanti Mattia Mihovilov, Vlatko Markizovich, Toma Zlatar e Grgur Tantepić dal doge a Venezia, ma infine dovettero anche in seguito prendere parte ai lavori pubblici. Questo criterio fu applicato da Venezia anche nelle altre città. A Spalato nel 1492 i veneziani esigevano sia dai popolani ricchi, che di quelli poveri di partecipare ai lavori pubblici e alle fabbriche. Però, fu disposto che i popolani più distinti non fossero tenuti ad eseguire i lavori più “pesanti ed umilianti.”64

A causa delle incursioni sul territorio del distretto di Traù nella prima metà del ‘400, la ducale del 26 luglio 1436 dispose che, dopo il compimento del castello, ormai imminente, avrebbero dovuto esser restaurate le mura sul versante verso la terraferma. Per paura delle incursioni ottomane del 1442, la città inviò al doge Dragolin Nicola e Donato Mazzarella con la supplica di mezzi per il restauro d’alcune parti delle mura, completamente indifese. In seguito a queste suppliche, il 19 febbraio 1442 fu emanata la ducale con la disposizione di riparare le mura a spese della cassa statale. Nell’angolo nord-occidentale dell’isolotto, di fronte alla torre della Città Nuova, incominciò la costruzione della fortificazione di San Marco, che doveva esser circondata da un fossato della stessa larghezza di quello del Castello. Secondo la descrizione dell’Andreis, deriva che la torre di San Marco nel 1443 era ancora in costruzione.65 Questa torre nella sua forma attuale fu completata appena nel 1470 in seguito alla disposizione del conte Alvise Lando. Alla sua edificazione presero parte i mastri Giocondo Capello e Domenico Alegretov di Ragusa.66

Per dei motivi di sicurezza dall’esterno era necessario assicurare il ponte e la porta che conducevano sulla terraferma, perché furono abbattuti in occasione dell’assedio veneto. La loggia aperta dell’antico ponte chiamata Capello, la quale si trovava sulla riva, fu completamente abbattuta. Fu abbattuta pure la scala che portava nella torre, e edificarono due ali delle mura su ambedue i lati del ponte.67 Nel 1420 Give Ludovikov, l’inviato di Traù presso il doge, richiese degli altri mezzi per la costruzione del ponte.68 L’inizio di questa costruzione coincideva con la conclusione dei lavori sul Castello nel 1437.69 Il nuovo ponte fu costruito con al centro una struttura mobile in legno, a differenza di quello vecchio che era interamente di pietra. Di notte la parte mobile veniva alzata.70 All’inizio del nuovo ponte si trovava la guardiola, sopra la quale c’era una torretta con una gratta mobile. Per uso delle guardie, il comune comprò una casetta sulla terraferma, situata di fronte alla città, che in precedenza era di proprietà di un certo Toma Lutak. Il porto cittadino verso terraferma aveva la riva edificata con tre strati di pietre incrociate tra loro, e s’estendeva da ambedue le parti del ponte in pietra.71 In seguito all’abbattimento del ponte verso terraferma, la porta meridionale fu spostata verso occidente. La vecchia porta perse il suo ruolo di un tempo, e fu chiusa completamente nel 1647 in occasione dell’edificazione del bastione di San Lorenzo.72 Anche il ponte che conduceva all’isola di Bue, il cosiddetto ponte Bove, subì dei cambiamenti.73 L’isola era collegata con la città tramite un ponte costituito da tre parti, due delle quali in pietra, ed una in legno, quest’ultima era mobile in modo di permettere il passaggio alle navi.74 Su ambedue i lati del ponte si trovava un “castelletto” con un corpo di guardia per la difesa del ponte (“cinque nobili cittadini”). Il ponte verso l’isola di Bue non poteva essere aperto senza il permesso del conte o del capitano. Il rivellino o il barbacane ad ovest dal ponte che conduceva sull’isola di Bue fu demolito nel 1420, ma furono conservati i pilastri, riutilizzati per sostenere il nuovo ponte.75 Negl’ambiti del Sobborgo, nei pressi del bastione di San Marco fu edificata una nuova porta, la cosiddetta Porta dell’immonditie, utilizzata per buttare i rifiuti cittadini.76 Probabilmente la porta fu aperta vicino al posto in cui, anche prima della costruzione delle mura, veniva buttata l’immondizia (in capite burgi).77

Il Castello di Traù con la sua iconografia presentava la Repubblica ed i suoi rappresentanti. La sua locazione sulla riva del mare accentuava l’orientamento marinaresco dello Stato ed i suoi scopi strategici.78 Sul lato meridionale delle mura del castello, sopra la porta d’ingresso si trovava il leone marciano con il libro. Sotto il leone erano stati scolpiti gli stemmi di Pietro Loredano, del conte Maddaleno Contarini e del doge Francesco Foscari.79 Il leone marciano presentava nello stesso tempo un motivo statale e sacro, il quale simboleggiava in primo luogo che la città era soggetta a Venezia, ed inoltre, il suo ruolo difensivo e d’unità statale. Pertanto, questo è il simbolo che troviamo in tutte le città sotto dominio veneto.80

Con l’edificazione delle fortificazioni di Traù, come anche nelle altre città dalmate, fu trascurata la componente della terraferma, che altrettanto metteva in risalto le caratteristiche marinaresche di Venezia. A parte le città della terraferma veneta, il territorio dello stato veneto fino al ‘400 era esclusivamente da mar, il che fino ad un certo punto facilitava l’approccio ai problemi e alle necessità delle varie parti dello Stato. Le città della Dalmazia erano rivolte al mare, il che possibilitava loro la difesa ed il controllo delle rotte di navigazione sull’Adriatico.81 Dalla fine del ‘400 e nel corso del ‘500, con la presenza del pericolo ottomano acquistò maggior importanza la difesa del retroterra delle città dalmate; Traù con le nuove fortificazioni perdette il suo ideogramma gotico-rinascimentale.82



1   2   3   4   5


Verilənlər bazası müəlliflik hüququ ilə müdafiə olunur ©atelim.com 2016
rəhbərliyinə müraciət