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Il nome della rosa


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« Com’è? »

« Facilis. Pigli el casio che non sia troppo vecchio, né troppo insalato e tagliato in feteline a boconi quadri o sicut te piace. Et postea metterai un poco de butierro o vero de structo fresco à rechauffer sobre la brasia. E dentro vamos a poner due fette de casio, e come te pare sia tenero, zucharum et cannella supra positurum du bis. Et mandalo subito in tabula, che se vole mangiarlo caldo caldo. »

« Vada per il casio in pastelletto, » gli dissi. Ed egli scomparve verso le cucine, dicendomi di attenderlo. Arrivò mezz’ora dopo con un piatto coperto da un panno. L’odore era buono.

« Tene, » mi disse, e mi allungò anche una lucerna grande e piena di olio.

« Per che fare? » chiesi.

« Sais pas, moi, » disse con aria sorniona. « Fileisch tuo magister vuole ire in loco buio esta noche. »

Salvatore sapeva evidentemente più cose di quanto non sospettassi. Non investigai oltre, e portai il cibo a Guglielmo. Mangiammo, e io mi ritirai nella mia cella. O almeno, finsi. Volevo trovare ancora Ubertino, e di soppiatto rientrai in chiesa.

Dopo compieta.

Dove Ubertino racconta ad Adso la storia di fra Dolcino, altre storie Adso rievoca o legge in biblioteca per conto suo, e poi gli accade di avere un incontro con una fanciulla bella e terribile come un esercito schierato a battaglia.
Trovai infatti Ubertino alla statua della Vergine. Mi unii silenziosamente a lui e per un poco finsi (lo confesso) di pregare. Poi ardii parlargli.

« Padre santo, » gli dissi, « posso chiedervi luce e consiglio? »

Ubertino mi guardò, mi prese per mano e si alzò, conducendomi a sedere con lui su di uno scranno. Mi abbracciò stretto, e potei sentire il suo alito sul mio viso.

« Figlio carissimo, » disse, « tutto quello che questo povero vecchio peccatore può fare per la tua anima, sarà fatto con gioia. Cosa ti turba? Le ansie, vero? » domandò quasi con ansia anch’egli, « le ansie della carne? »

« No, » risposi arrossendo, « se mai le ansie della mente, che vuole conoscere troppe cose... »

« Ed è male. Il Signore conosce le cose, a noi tocca solo adorare la sua sapienza. »

« Ma a noi tocca anche distinguere il bene dal male e comprendere le umane passioni. Sono novizio ma sarò monaco e sacerdote, e devo imparare dove stia il male, e che aspetto abbia, per riconoscerlo un giorno e per insegnare agli altri a riconoscerlo. »

« Questo è giusto, ragazzo. E allora cosa vuoi conoscere? »

« La mala pianta dell’eresia, padre, » dissi con convinzione. E poi, tutto di un fiato: « Ho udito parlare di un uomo malvagio che ne ha sedotti altri, fra Dolcino. »

Ubertino stette in silenzio. Poi disse: « E’ giusto, ci hai sentito farvi cenno l’altra sera con frate Guglielmo. Ma è una storia molto brutta, di cui mi dà dolore parlare, perché insegna (sì, in questo senso dovrai saperla, per trarne un utile insegnamento), perché insegna, dicevo, come dall’amore di penitenza e dal desiderio di purificare il mondo possa nascere sangue e sterminio. » Si sedette meglio, allentando la sua stretta intorno alle mie spalle, ma tenendo sempre una mano sul mio collo, come per comunicarmi non so se la sua sapienza o il suo ardore.

« La storia comincia prima di fra Dolcino, » disse, « più di sessanta anni fa, e io ero un bambino. Fu a Parma. Ivi iniziò a predicare un certo Gherardo Segalelli, che invitava tutti a vita di penitenza, e percorreva le strade gridando ’penitenziagite!’ che era il suo modo di uomo indotto per dire: ’Penitentiam agite, appropinquabit enim regnum coelorum.’ Invitava i suoi discepoli a farsi simili agli apostoli, e volle che la sua setta fosse intitolata all’ordine degli apostoli, e che i suoi percorressero il mondo come poveri mendicanti vivendo solo di elemosine... »

« Come i fraticelli, » dissi. « Non era questo il mandato di Nostro Signore e del vostro Francesco? »

« Sì, » ammise Ubertino con una leggera esitazione nella voce e con un sospiro. « Ma forse Gherardo esagerò. Lui e i suoi furono accusati di non riconoscere più l’autorità dei sacerdoti, la celebrazione della messa, la confessione, e di vagabondare nell’ozio. »

« Ma di questo accusarono anche i francescani spirituali. E non dicono oggi i minoriti che non bisogna riconoscere l’autorità del papa? »

« Sì, ma non dei sacerdoti. Noi stessi siamo sacerdoti. Ragazzo, è difficile distinguere in queste cose. La linea che divide il bene dal male è così sottile... In qualche modo Gherardo sbagliò e si macchiò di eresia... Chiese di essere ammesso nell’ordine dei minori, ma i nostri confratelli non lo accettarono. Passava i giorni nella chiesa dei nostri frati e vide qui dipinti gli apostoli coi sandali ai piedi e i mantelli avvolti intorno alle spalle, e così si fece crescere i capelli e la barba, si mise i sandali ai piedi e la corda dei frati minori, perché chiunque vuole fondare una nuova congregazione prende sempre qualcosa dall’ordine del beato Francesco. »

« Ma allora era nel giusto... »

« Ma in qualcosa sbagliò... Vestito con un mantello bianco sopra una tunica bianca e coi capelli lunghi, si acquistò presso i semplici fama di santità. Vendette una sua casetta e, avutone il prezzo, si pose su una pietra dalla quale in tempi antichi i podestà erano soliti concionare, tenendo in mano il sacchetto dei danari, e non li disperse, né li dette ai poveri, ma chiamati dei ribaldi che giocavano lì vicino li sparse tra loro dicendo: ’Ne prenda chi ne vuole’, e quei ribaldi presero il danaro e andarono a giocarlo a dadi e bestemmiavano il Dio vivente, ed egli che aveva dato, udiva e non arrossiva. »

« Ma anche Francesco si spogliò di tutto e ho udito oggi da Guglielmo che andò a predicare a cornacchie e sparvieri, nonché ai lebbrosi, e cioè alla feccia che il popolo di coloro che si dicevano virtuosi tenevano ai margini... »

« Si, ma Gherardo in qualcosa sbagliò, Francesco non si mise mai in urto con la santa chiesa, e il vangelo dice di dare ai poveri, non ai ribaldi. Gherardo dette e non ricevette nulla in cambio perché aveva dato a gente cattiva, ed ebbe cattivo inizio, cattivo proseguimento e cattiva fine perché la sua congrega fu disapprovata da papa Gregorio Decimo. »

« Forse, » dissi, « era un papa meno lungimirante di quello che approvò la regola di Francesco... »

« Sì, ma in qualcosa Gherardo sbagliò, e invece Francesco sapeva bene cosa faceva. E infine, ragazzo, questi custodi di porci e di vacche che all’improvviso diventano pseudo apostoli volevano beatamente e senza sudore vivere delle elemosine di coloro che i frati minori avevano educato con tante fatiche e con tanto eroico esempio di povertà! Ma non si tratta di questo, » aggiunse subito, « è che per assomigliare agli apostoli, che erano ancora giudei, Gherardo Segalelli si fece circoncidere, il che va contro le parole di Paolo ai Galati — e tu sai che molte sante persone annunciano che l’Anticristo venturo verrà dal popolo dei circoncisi... Ma Gherardo fece di peggio, andava raccogliendo i semplici e diceva: ’Venite con me nella vigna’ e coloro che non lo conoscevano entravano con lui nella vigna altrui, credendola sua, e mangiavano l’uva degli altri... »

« Non saranno stati i minori a difendere la proprietà degli altri », dissi impudentemente.

Ubertino mi fissò con occhio severo: « I minori chiedono di essere poveri, ma non hanno mai chiesto agli altri di essere poveri. Non puoi impunemente attentare alla proprietà dei buoni cristiani, i buoni cristiani ti indicheranno come un bandito. E così accadde a Gherardo. Di cui dissero infine (bada, io non so se sia vero, e mi fido delle parole di frate Salimbene, che conobbe quella gente) che per mettere a prova la sua forza di volontà e la sua continenza dormì con alcune donne senza avere rapporti sessuali; ma come i suoi discepoli tentarono di imitarlo, i risultati furono ben diversi... Oh, non sono cose che deve sapere un ragazzo, la femmina è vascello del demonio... Gherardo continuava a gridare ’penitenziagite’ ma un suo discepolo, un certo Guido Putagio, cercò di prendere la direzione del gruppo, e andava in gran pompa con molte cavalcature e faceva grandi spese e banchetti come i cardinali della chiesa di Roma. E poi vennero a rissa tra loro, per il comando della setta, e accaddero cose turpissime. Eppure molti vennero da Gherardo, non solo contadini, ma anche gente di città, iscritti alle arti, e Gherardo li faceva denudare affinché nudi seguissero Cristo nudo, e li mandava per il mondo a predicare, ma lui si fece fare una veste senza maniche, bianca, di filo forte, e così vestito sembrava più un buffone che un religioso! Vivevano all’aperto, ma talora salivano sui pulpiti delle chiese interrompendo l’assemblea del popolo devoto e cacciandone i predicatori, e una volta posero un bambino sul trono vescovile nella chiesa di Sant’Orso a Ravenna. E si dicevano eredi della dottrina di Gioacchino da Fiore... »

« Ma anche i francescani, » dissi, « anche Gherardo da Borgo San Donnino, anche voi! » esclamai.

« Calmati ragazzo. Gioacchino da Fiore fu un grande profeta e fu il primo a capire che Francesco avrebbe segnato il rinnovamento della chiesa. Ma gli pseudo apostoli usarono la sua dottrina per giustificare le loro follie, il Segalelli portava con sé un’apostolessa, una certa Tripia o Ripia, che pretendeva avere il dono della profezia. Una donna, capisci? »

« Ma padre, » tentai di obbiettare, « voi stesso parlavate l’altra sera della santità di Chiara da Montefalco e di Angela da Foligno... »

« Esse erano sante! Vivevano nell’umiltà riconoscendo il potere della chiesa, non si arrogarono mai il dono della profezia! E invece gli pseudo apostoli asserivano che anche le donne potessero andare di città in città a predicare, come fecero molti altri eretici. E non conoscevano più alcuna differenza tra celibi e sposati, né alcun voto fu più considerato perpetuo. In breve, per non tediarti troppo con storie tristissime di cui non puoi capire bene le sfumature, il vescovo Obizzo di Parma decise infine di mettere Gherardo in ceppi. Ma qui accadde una cosa strana, che ti dice come sia debole la natura umana, e come insidiosa la pianta dell’eresia. Perché infine il vescovo liberò Gherardo e lo accolse presso di sé a tavola, e rideva dei suoi lazzi, e lo teneva come il suo buffone. »

« Ma perché? »

« Non lo so, o temo di saperlo. Il vescovo era nobile e non gli piacevano i mercanti e gli artigiani della città. Forse non gli era discaro che Gherardo con le sue prediche di povertà parlasse contro di loro, e passasse dalla richiesta di elemosina alla rapina. Ma infine intervenne il papa, e il vescovo tornò alla sua giusta severità, e Gherardo finì sul rogo come eretico impenitente. Era l’inizio di questo secolo. »

« E cosa c’entra con queste cose fra Dolcino? »

« C’entra, e questo ti dice come l’eresia sopravviva alla distruzione stessa degli eretici. Questo Dolcino era il bastardo di un sacerdote, che viveva nella diocesi di Novara, in questa parte dell’Italia, un poco più a settentrione. Qualcuno disse che nacque altrove, nella valle dell’Ossola, o a Romagnano. Ma poco importa. Era un giovane di ingegno acutissimo e fu educato alle lettere, ma derubò il sacerdote che si occupava di lui e fuggì verso oriente, nella città di Trento. E lì riprese la predicazione di Gherardo, in modo anche più ereticale, asserendo di essere l’unico vero apostolo di Dio e che ogni cosa doveva essere comune nell’amore, e che era lecito andare indifferentemente con tutte le donne, per cui nessuno poteva essere accusato di concubinato, anche se andava con la moglie e con la figlia... »

« Davvero predicava quelle cose o fu accusato di questo? Perché ho udito che anche gli spirituali furono accusati di crimini come quei frati di Montefalco... »

« De hoc satis, » interruppe bruscamente Ubertino. « Quelli non erano più frati. Erano eretici. E proprio insozzati da Dolcino. E d’altra parte, ascolta, basta saper quello che Dolcino fece dopo, per definirlo come malvagio. Come fosse venuto a conoscenza delle dottrine degli pseudo apostoli, non so neppure. Forse passò da Parma, giovane, e udì Gherardo. Si sa che mantenne nel bolognese contatto con quegli eretici dopo la morte del Segalelli. Ma si sa di certo che iniziò la sua predicazione a Trento. Lì sedusse una fanciulla bellissima e di nobile famiglia, Margherita, o essa sedusse lui, come Eloisa sedusse Abelardo, perché ricorda, è attraverso la donna che il diavolo penetra nel cuore degli uomini! A quel punto, il vescovo di Trento lo cacciò dalla sua diocesi, ma ormai Dolcino aveva raccolto più di mille seguaci, e iniziò una lunga marcia che lo ricondusse nei paesi dove era nato. E lungo il cammino gli si univano altri illusi, sedotti dalle sue parole, e forse gli si unirono anche molti eretici valdesi che abitavano le montagne da cui passava, o egli voleva riunirsi ai valdesi di queste terre a settentrione. Giunto nel novarese Dolcino trovò un ambiente favorevole alla sua rivolta, perché i vassalli che governavano il paese di Gattinara a nome del vescovo di Vercelli erano stati cacciati dalla popolazione, che accolse quindi i banditi di Dolcino come buoni alleati.

« Cosa avevano fatto i vassalli del vescovo? »

« Non lo so, e non spetta a me giudicarlo. Ma come vedi l’eresia si sposa alla rivolta contro i signori, in molti casi, e per questo l’eretico comincia a predicare madonna povertà e poi cade preda di tutte le tentazioni del potere, della guerra, della violenza. C’era una lotta tra famiglie nella città di Vercelli, e gli pseudo apostoli se ne approfittarono, e queste famiglie si avvalsero del disordine apportato dagli pseudo apostoli. I signori feudali arruolavano avventurieri per rapinare i cittadini, e i cittadini chiedevano la protezione del vescovo di Novara. »

« Che storia complicata. Ma Dolcino con chi stava? »

« Non so, faceva parte per se stesso, si era inserito in tutte queste dispute e ne traeva occasione per predicare la lotta contro la proprietà altrui in nome della povertà. Dolcino si accampò coi suoi, che ormai erano tremila, su un monte vicino a Novara, detto della Parete Calva, e costruirono castelletti e abitacoli, e Dolcino dominava su tutta quella folla di uomini e donne che vivevano nella promiscuità più vergognosa. Di lì inviava lettere ai suoi fedeli, in cui esponeva la sua dottrina eretica. Diceva e scriveva che il loro ideale era la povertà e non erano legati da alcun vincolo di obbedienza esteriore, e che lui Dolcino era stato mandato da Dio per dissigillare le profezie e capire le scritture dell’antico e del nuovo testamento. E chiamava chierici secolari, predicatori e minori, ministri del diavolo, e scioglieva chiunque dal dovere di ubbidir loro. E distingueva quattro età della vita del popolo di Dio, la prima dell’antico testamento, dei patriarchi e dei profeti, prima della venuta di Cristo, in cui il matrimonio era buono perché la gente si doveva moltiplicare; la seconda l’età di Cristo e degli apostoli, e fu l’epoca della santità e della castità. Poi venne la terza, in cui i pontefici dovettero dapprima accettare le ricchezze terrene per poter governare il popolo, ma quando gli uomini cominciarono ad allontanarsi dall’amore di Dio venne Benedetto, che parlò contro ogni possesso temporale. Quando poi anche i monaci di Benedetto tornarono ad accumulare ricchezze, vennero i frati di san Francesco e di san Domenico, ancora più severi di Benedetto nel predicare contro il dominio e la ricchezza terrena. Ma infine ora, che la vita di tanti prelati di nuovo contraddiceva tutti quei buoni precetti, si era giunti alla fine della terza età e occorreva convertirsi agli insegnamenti degli apostoli. »

« Ma allora Dolcino predicava quelle cose che avevano predicato i francescani, e tra i francescani proprio gli spirituali, e voi stesso, padre! »

« Oh sì, ma ne traeva un perfido sillogismo! Diceva che per por fine a questa terza età della corruzione occorreva che tutti i chierici, i monaci e i frati morissero di morte crudelissima, diceva che tutti i prelati della chiesa, i chierici, le monache, i religiosi e le religiose e tutti coloro che fan parte degli ordini dei predicatori e dei minori, degli eremiti, e lo stesso Bonifacio papa avrebbero dovuto essere sterminati dall’imperatore prescelto da lui, Dolcino, e questo sarebbe stato Federico di Sicilia. »

« Ma non era proprio Federico che accolse in Sicilia con favore gli spirituali cacciati dall’Umbria, e non sono i minoriti a chiedere proprio che l’imperatore, anche se ora è Ludovico, distrugga il potere temporale del papa e dei cardinali? »

« E’ proprio dell’eresia, o della follia, trasformare i pensieri più retti e volgerli a conseguenze contrarie alla legge di Dio e degli uomini. I minoriti non hanno mai chiesto all’imperatore di uccidere gli altri sacerdoti. »

Si ingannava, ora lo so. Perché quando alcuni mesi dopo il Bavaro instaurò il proprio ordine a Roma, Marsilio e altri minoriti fecero ai religiosi fedeli al papa proprio quanto Dolcino chiedeva si facesse. Con questo non voglio dire che Dolcino fosse nel giusto, se mai Marsilio era nell’errore anch’egli. Ma incominciavo a chiedermi, specie dopo il colloquio del pomeriggio con Guglielmo, come fosse possibile ai semplici che seguivano Dolcino distinguere tra le promesse degli spirituali e l’attuazione che ne dava Dolcino. Non era forse egli colpevole di mettere in pratica quanto uomini reputati ortodossi avevano predicato per via puramente mistica? O forse lì stava la differenza, la santità consisteva nell’attendere che Dio ci desse quanto i suoi santi avevano promesso, senza cercare di ottenerlo per mezzi terreni? Ora so che è così e so perché Dolcino era in errore: non si deve trasformare l’ordine delle cose anche se si deve fervidamente sperare nella sua trasformazione. Ma quella sera ero in preda a contraddittori pensieri.

« Infine, » stava dicendomi Ubertino, « la marca dell’eresia la trovi sempre nella superbia. In una seconda lettera Dolcino, nell’anno 1303, si nominava capo supremo della congregazione apostolica, nominava come suoi luogotenenti la perfida Margherita (una donna) e Longino da Bergamo, Federico da Novara, Alberto Carentino e Valderico da Brescia. E iniziava a vaneggiare su una sequenza di papi venturi, due buoni, il primo e l’ultimo, due cattivi, il secondo e il terzo. Il primo è Celestino, il secondo è Bonifacio Ottavo, di cui i profeti dicono ’la superbia del tuo cuore ti ha infamato, o tu che abiti nelle fessure delle rocce’. Il terzo papa non è nominato, ma di lui avrebbe detto Geremia ’ecco, qual leone’. E, infamia, Dolcino riconosceva il leone in Federico di Sicilia. Il quarto papa per Dolcino era ancora sconosciuto, e avrebbe dovuto essere il papa santo, il papa angelico di cui parlava l’abate Gioacchino. Avrebbe dovuto essere eletto da Dio e allora Dolcino e tutti i suoi (che a quel punto erano già quattromila) avrebbero ricevuto insieme la grazia dello Spirito Santo e la chiesa ne sarebbe stata rinnovata sino alla fine del mondo. Ma nei tre anni che precedevano la sua venuta avrebbe dovuto essere consumato tutto il male. E questo Dolcino cercò di fare, portando la guerra ovunque. E il quarto papa, e qui si vede come il demonio si prenda gioco dei suoi succubi, fu proprio Clemente Quinto che bandì la crociata contro Dolcino. E fu giusto, perché in quelle lettere ormai Dolcino sosteneva teorie inconciliabili con l’ortodossia. Egli affermò che la chiesa romana è una meretrice, che non si deve obbedienza ai sacerdoti, che ogni potere spirituale era ormai passato alla setta degli apostoli, che solo gli apostoli formano la nuova chiesa, che gli apostoli possono annullare il matrimonio, che nessuno potrà essere salvato se non farà parte della setta, che nessun papa può assolvere dal peccato, che non si devono pagare le decime, che è vita più perfetta vivere senza voto che non col voto, che una chiesa consacrata non vale nulla per la preghiera, non più di una stalla, e che si può adorare Cristo nei boschi e nelle chiese. »

« Disse davvero queste cose? »

« Certo, questo è sicuro, le scrisse. Ma fece purtroppo di peggio. Come si attestò sulla Parete Calva, iniziò a saccheggiare i villaggi a valle, a compiere scorrerie, per procacciarsi i rifornimenti, conducendo insomma una vera e propria guerra contro i paesi vicini. »

« Tutti contro di lui? »

« Non si sa. Forse ricevette appoggi da alcuni, ti ho detto che si era inserito in un nodo inestricabile di discordie del luogo. Era caduto intanto l’inverno dell’anno 1305, uno dei più rigidi degli ultimi decenni, e c’era tutto intorno una grande carestia. Dolcino inviava una terza lettera ai suoi seguaci e molti ancora lo raggiungevano, ma lassù la vita si era fatta impossibile e arrivarono a tale fame che mangiavano le carni dei cavalli e di altre bestie e il fieno cotto. E molti ne morirono. »

« Ma contro chi si battevano, ora? »

« Il vescovo di Vercelli si era appellato a Clemente Quinto ed era stata bandita una crociata contro gli eretici. Fu emanata una indulgenza plenaria per chiunque vi avesse partecipato, furono sollecitati Ludovico di Savoia, gli inquisitori di Lombardia, l’arcivescovo di Milano. Molti presero la croce in aiuto dei vercellesi e dei novaresi, anche dalla Savoia, dalla Provenza, dalla Francia, e il vescovo di Vercelli ebbe il comando supremo. Erano continui scontri tra le avanguardie dei due eserciti, ma le fortificazioni di Dolcino erano imprendibili, e in qualche modo gli empi ricevevano dei soccorsi. »

« Da chi? »

« Da altri empi, credo, che traevano soddisfazione da quel fomite di disordine. Sul finire dell’anno 1305 l’eresiarca fu costretto però ad abbandonare la Parete Calva, lasciando i feriti e i malati, e si portò nel territorio di Trivero, dove si arroccò su un monte, che allora veniva chiamato Zubello e che da allora in poi fu detto Rubello o Rebello, perché era divenuto la rocca dei ribelli alla chiesa. Insomma, non ti posso raccontare tutto quello che avvenne, e furono stragi terribili. Ma alla fine i ribelli furono costretti alla resa, Dolcino e i suoi furono catturati e finirono giustamente sul rogo. »

« Anche la bella Margherita? »

Ubertino mi guardò: « Ti sei ricordato che era bella, vero? Era bella, dicono, e molti signori del luogo tentarono di farla loro sposa per salvarla dal rogo. Ma essa non volle, morì impenitente con quell’impenitente del suo amante. E questo ti serva di lezione, guardati dalla meretrice di Babilonia, anche quando assume la forma della creatura più squisita. »

« Ma ora ditemi, padre. Ho appreso che il cellario del convento, e forse anche Salvatore, incontrarono Dolcino, e furono con lui in qualche modo... »

« Taci, e non pronunziare giudizi temerari. Conobbi il cellario in un convento di minoriti. Dopo i fatti che riguardano la storia di Dolcino, è vero. Molti spirituali in quegli anni, prima che decidessimo di trovar rifugio nell’ordine di san Benedetto, ebbero vita agitata, e dovettero lasciare i loro conventi. Non so dove sia stato Remigio prima che io lo incontrassi. So che fu sempre un buon frate, almeno dal punto di vista dell’ortodossia. Quanto al resto, ahimè, la carne è debole... »

« Cosa intendete dire? »

« Non sono cose che devi sapere. Ebbene, insomma, poiché ne abbiamo parlato, e devi poter distinguere il bene dal male... » esitò ancora, « ti dirò che ho sentito sussurrare qui, all’abbazia, che il cellario non sappia resistere a certe tentazioni... Ma sono mormorazioni. Tu devi imparare a non pensare neppure a queste cose. » Mi trasse di nuovo a sé abbracciandomi stretto e mi indicò la statua della Vergine: « Tu devi iniziarti all’amore senza macchia. Ecco colei in cui la femminilità si è sublimata. Per questo di lei puoi dire che è bella, come l’amata del Cantico dei Cantici. In essa, » disse col volto rapito da un gaudio interiore, proprio come l’Abate il giorno prima, quando parlava delle gemme e dell’oro dei suoi vasellami, « in essa persino la grazia del corpo si fa segno delle bellezze celesti, e per questo lo scultore l’ha rappresentata con tutte le grazie di cui la donna deve essere adornata. » Mi indicò il busto sottile della Vergine, tenuto alto e stretto da un corsetto legato al centro con lacciuoli, con cui giocavano le piccole mani del Bambino. « Vedi? Pulchra enim sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice, nec fluitantia licenter, sed leniter restricta, repressa sed non depressa... Cosa provi davanti a questa dolcissima visione? »

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