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Week- end en guatemala di miguel ángel asturias in relazione con la storia del paese


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WEEK- END EN GUATEMALA DI MIGUEL ÁNGEL ASTURIAS IN RELAZIONE CON LA STORIA DEL PAESE



Week-end en Guatemala di Miguel Ángel Asturias fu pubblicato nel 1956. Si tratta di un romanzo composto da otto racconti: Week-end en Guatemala, che dà il titolo all’opera, ¡Americanos todos!, Ocelote 33, La Galla, El Bueyón, Cadáveres para la publicidad, Los agrarios e Torotumbo. Tali racconti possono essere letti come episodi divisi o, più propriamente, come un unico progetto letterario, poiché le vicende narrate da Asturias sono legate l’una all’altra dal filo rosso della storia del Guatemala dell’autore. I primi sette episodi raccontano sotto prospettive diverse la crisi che ci fu nel Paese nel 1954 a causa del golpe attuato nei confronti del governo Árbenz, mentre l’ottavo riflette in chiave simbolica sulle vicende e sul destino del Guatemala.

Week-end en Guatemala non è stato trattato da molti crititci. Uno dei pochi è Seymour Menton, che non lo giudicò positivamente perché, nella sua visione, pecca di mancanza di unità. Ciò che Menton ha sostenuto in una sua opera del 19601 è che l’intenzione di Asturias era quella di scrivere un romanzo, e non, come affermano studi differenti, un insieme di racconti legati fra loro dal tema della realtà storica dell’invasione di Castillo Armas.

Dalla conquista attuata da parte degli spagnoli, la storia del Guatemala è segnata dallo sfruttamento senza scrupoli e dal lavoro schiavizzato, che portano gli indigeni e la loro cultura verso l’annientamento. Durante gli anni della dittatura di Estrada Cabrera, durata fino al 1920, si fa sempre più solido il potere

della borghesia agro-esportatrice e inizia l’ingresso del capitale statunitense nell’economia del Guatemala. Il governo dittatoriale di Estrada Cabrera favorisce lo sfruttamento degli indigeni e l’insediamento dei monopoli nordamericani. La maggior parte delle infrastrutture e delle fincas appartengono a imprese statunitensi.

Dal 1927 in poi Asturias scriverà articoli che toccano la scottante questione della presenza delle multinazionali straniere in Guatemala. I suoi articoli sullo sfruttamento degli indigeni propongono la creazione di un partito politico contadino, che avrebbe dovuto difendere gli interessi dei soggetti più deboli in questo contesto - i piccoli coltivatori, gli indigeni e i ladinos – dalla prepotenza delle compagnie straniere.2 Negli scritti di quegli anni Asturias denuncia le misere condizioni e i soprusi che i discendenti dei maya devono subire, costretti a cedere le proprie terre a multinazionali straniere, come la United Fruit Company. Ad esempio egli scrive:


[el extranjero] instalóse como gran señor, explotando entonces sus propiedades de Guatemala, donde los indios curvados, miserables, palúdicos y tristes, con su sudor contribuían, en las tierras que al disolverse las comunidades les habían arrebatado, a mantener el boato y la ostentación de un extranjero.3
Por cada uno de estos tíos que entre nosotros han encontrado el país ideal, porque no existen impuestos, cien indios trabajan doblegados hasta el aniquilamiento en su propio suelo, en el

suelo que era de sus mayores, y que una mala legislación liberal so capa de dar movimiento a la propiedad, permitió que cayerae en manos de ladinos que, ni vieron cómo, al oír sonar la plata colonizadora, lo vendieron a los que, al decir del sueco del libro, encuentran en Guatemala “grandes posibilidades de ganancia”.4

La crisi politica degli anni Cinquanta nacque dalla riforma agraria che il governo Árbenz iniziò nel mese di maggio del 1952. A quel tempo il sistema agricolo del Guatemala era basato sulla logica del latifondo. Infatti il 2,2% dei latifondisti possedeva più del 70% delle terre coltivabili. La riforma agraria attuò un’espropriazione delle parti di terre che non venivano coltivate per redistribuirle fra i contadini. In questo modo, però, i vecchi latifondisti perdevano la facoltà di fare cartello per i prezzi dei prodotti agricoli e per il salario da corrispondere ai dipendenti. La United Fruit Company e altre imprese straniere vennero toccate nei loro interessi. La United Fruit Company possedeva 209.824 acri di terra non coltivata, e tale area sarebbe stata espropriata per essere destinata ai contadini indigeni senza terra. Il governo del Guatemala promise alla compagnia un indennizzo di 627.572 dollari. L’entità dell’indennizzo si basava sul valore posseduto da quelle terre che era stato dichiarato al fisco dalla compagnia stessa.

Ci troviamo nel periodo della Guerra Fredda e bastò questo tentativo di riforma del sistema agricolo per accusare il governo Árbenz di comunismo. Il 20 aprile 1954 il segretario degli Stati Uniti John Foster Dulles inviò una nota di protesta ad Árbenz, dichiarando che il valore dell’indennizzo per la United Fruit Company calcolato dal governo del Guatemala non era adeguato. Tuttavia Árbenz andò avanti con la riforma agraria. Dulles chiese a John Peurifoy, l’ambasciatore americano in Guatemala, di fornire informazioni dettagliate sulla situazione del Paese. Peurifoy riferì al Congresso degli Stati Uniti che il Guatemala stava diffondendo “Marxist tentacles” in America Centrale. Fu pubblicato un libro, Report on Guatemala, il quale affermava che la riforma agraria di Árbenz era stata pianificata a Mosca. Il libro fu distribuito a tutti i componenti del Congresso statunitense.

Oltre alla riforma agraria Árbenz rappresentava un pericolo per gli interessi economici degli investitori stranieri, in particolar modo nordamericani. Per portare un solo esempio, il governo voleva obbligare la compagnia ferroviaria del Paese, a partecipazione nordamericana, a pagare allo Stato un’imposta sui biglietti che non era mai stata pagata, tanto che nel 1953 il debito nei confronti dell’erario ammontava a dodici milioni di dollari. 5

Le imprese statunitensi fecero forti pressioni sul Dipartimento di Stato, capitanato da Foster Dulles, per fare in modo di ristabilire i privilegi perduti. Così gli Stati Uniti diedero la possibilità e i mezzi necessari al colonnello Carlos Castillo Armas, che in quel momento si trovava in esilio, per attuare un’invasione e un colpo di Stato. Il diciassette giugno 1954 iniziò l’invasione del Guatemala da parte delle truppe di Castillo Armas, il quale chiamava questa operazione militare “guerra di liberazione contro il comunismo”. Il ventisette giugno Árbenz abbandonò il suo incarico e Castillo Armas diede inizio ad un’epoca di dittature. In tutto il continente latinoamericano crebbe una forte indignazione nei confronti della politica statunitense, che non si

riuscì ad eliminare negli anni successivi.

L’intromissione degli Stati Uniti nella vita politica ed economica dei Paesi centroamericani è purtroppo una costante storica. Tale zona è considerata da Washington la frontiera strategica meridionale degli Stati Uniti. Dall’epoca di Theodore Roosvelt gli Stati Uniti si sono arrogati un potere di polizia internazionale nella zona, talora controllando direttamente le finanze di Stati vacillanti, e talora facendo sbarcare i marines presso i vicini meridionali. Così, ad esempio, il Nicaragua è stato occupato militarmente dal 1912 al 1925, poi di nuovo dal 1926 al 1933, Haití dal 1915 al 1934, la Repubblica Dominicana dal 1916 al 1924.6 Le truppe statunitensi sono intervenute nella Repubblica Dominicana nel 1965 per evitare una “nuova Cuba” e nell’ottobre del 1983 nell’isoletta caraibica di Grenada per scacciare un governo di tipo castrista. L’aiuto fornito dagli Stati Uniti alle guerriglie controrivoluzionarie del Nicaragua, ostili al potere sandinista, rispondeva alle medesime preoccupazioni. L’atteggiamento neocolonialista degli Stati Uniti li ha portati ad appoggiare nella zona centroamericana qualsiasi tipo di regime, purché fosse filostatunitense, e a destabilizzare qualsiasi governo tentasse di liberarsi dal giogo nordamericano o toccasse gli interessi economici statunitensi. Week-end en Guatemala va quindi letto sulla base di questi presupposti storici.

Asturias avverte il suo lettore con un’epigrafe sul frontespizio che quello che leggerà ha così tanto dell’assurdo che è meglio considerare finzione letteraria ciò che invece rispecchia la realtà. Egli scrive:


¿No ve las cosas que pasan?…

¡Mejor llamarlas novelas !...

Gli episodi trattano in modo diverso il momento storico narrato. La Galla e Los Agrarios si situano all’interno della riforma agraria; Week-end en Guatemala e ancora Los Agrarios si riferiscono ai momenti in cui fu preparata l’invasione di Castillo Armas; Ocelote 33, ¡Americanos todos!, El Bueyón, Cadáveres para la publicidad, e ancora Los Agrarios e La Galla descivono gli accadimenti dell’invasione. Come già detto Torotumbo rappresenta simbolicamente la realtà guatemalteca e prospetta il suo futuro.



In Week-end en Guatemala, Asturias ci pone di fronte ad un’opera letteraria ricca di spunti ed ambiguità. In essa convivono nello stesso tempo diversi generi letterari, che, mescolandosi e fondendosi tra di loro, creano una visione d’insieme unica ed irripetibile. Se da una parte Asturias può fare riferimento alla tradizione del romanzo storico, i cui capisaldi sono classici di autori come Alessandro Manzoni e Walter Scott,7 dall’altra mostra profonde differenze rispetto a queste opere appartenenti ormai al canone letterario. Se nel romanzo storico ciò che si racconta solitamente è lontano nel tempo, mettendo in gioco anche gli artifici della mitizzazione e della visione della realtà da un piano prospettico di distanza, in Week-end en Guatemala il materiale narrativo è assolutamente e tragicamente presente, essendo contemporaneo all’autore. Questa contemporaneità porta alla luce un’altra caratteristica dell’opera in oggetto, ovvero una componente autobiografica. Per autobiografia non intendo il racconto della propria vita fatta da uno stesso autore. L’elemento autobiografico in questo caso non è riferito alla persona/personaggio Asturias, ma alle vicende raccontate, che, come indicato precedentemente, essendo marcate dall’elemento della contemporaneità, si inseriscono all’interno della vita dell’autore e di qualunque persona abbia vissuto quelle vicende storiche. I racconti di Week-end en Guatemala condividono anche elementi dell’opera di denuncia, proprio per il loro voler portare a conoscenza del lettore i soprusi commessi da uomini e nazioni potenti e crudeli verso soggetti più deboli.

L’insieme dei racconti di Week-end en Guatemala ha chiaramente l’intento di denunciare una realtà storica tangibile e dimostrabile, e per farlo Asturias usa una sapiente commistione di vero storico e vero poetico, così come succede nei veri e proprio romanzi storici. Ma il voler essere documento non toglie spazio al desiderio di essere opera d’arte e, come ci ricorda Giuseppe Bellini nel suo Mundo mágico y mundo real: la narrativa de Miguel Ángel Asturias8 :


La intención programática no sofoca el artista; partiendo de una realidad tan apremiante, el libro no se transforma en un documento árido, sino que todo deviene arte y si de cuando en cuando se notan desequilibrios, los justifica y ennoblece siempre una legítima pasión.9
Ciò che lega i racconti ad una realtà storica ben definita non sono certo gli avvenimenti particolari, che diventano materiale narrativo venendo traslati ad un livello letterario partendo da un livello storico. Gli avvenimenti del reale diventano così “finzioni storiche”, mentre il vero filo che unisce storia e letteratura è l’atmosfera di sopruso e di morte, un’atmosfera quasi infernale, che rimane dalla lettura.

Asturias non vuole quindi entrare nei particolari di una storia documentata, ma quello che alla fine fa con la sua scrittura è trasformare la storia vera in storia verosimile, usando una mistura di realtà e arte letteraria, manipolando i fatti per raggiungere il suo obiettivo artistico e di denuncia.



Week-end en Guatemala, il primo racconto, narra delle vicende del sergente Peter Harkins durante una sua missione in Guatemala, che sarebbe servita per fornire le armi ai mercenari di Castillo Armas. Dopo una breve presentazione del narratore, è lo stesso Harkins a raccontare i fatti, con un linguaggio ossessivo, reso anche dalla ripetizione di frasi come “Che dannazione vivere a Brooklin!…”. La vicenda è questa: Harkins si trova in Guatemala per un week-end. La sua missione è quella di recuperare segretamente durante la notte le armi che verranno lanciate su una spiaggia da un aereo e consegnate agli uomini dell’esercito di Castillo Armas. Prima di sera, però, il sergente alza un po’ il gomito e, guidando il camion che gli servirà per trasportare le armi, investe una persona, della quale non riesce a trovare altro che il cappotto. Mentre è alla guida, Harkins manifesta con il suo pensiero la paura del pericolo comunista che ossessionava, anche nella realtà storica, gli americani e i loro alleati all’epoca:
All’uscita della città ho sentito ruggire le belve…i leoni e le tigri che i “comunisti” tenevano pronti, eccitati dalla fame, perché sbranassero dei ricchi cattolici in una festa romana in allestimento nello stadio della Rivoluzione.10
Turbato dall’incidente, si reca verso la spiaggia, carica le armi sui camion, ma nel momento in cui apre il portellone per consegnarle scopre che non ci sono più. Nel settimo e ultimo capitolo del racconto il narratore non è più il sergente, ma Atala Menocal, studentessa universitaria di ventidue anni e appartenente alla S.P.S. (in guerra), Società Patriottica Segreta. Anche ella aveva una missione per quella sera: incontrare al casinò un uomo che avrebbe puntato sul 19 rosso, per informarlo dell’arrivo delle armi. Una volta uscita dal casinò è lei che viene investita dal sergente. Decide di nascondersi all’interno del camion, sotto un telo, e quando Harkins carica le armi, la donna le fa cadere per strada durante il tragitto per il bene della sua nazione. Nascosta nel camion, Atala prende coscienza del destino della sua piccola nazione, e di quello di tutte le altre piccole nazioni che si confrontano con una più grande e potente:
E in quella solitaria distesa marina, lungo l’Oceano Pacifico, ho preso coscienza del doloroso destino che ci attendeva: la lotta corpo a corpo, per generazioni di generazioni, tra il più grande e i più piccoli.
Il racconto si chiude con Atala che, dopo essere riuscita a scendere dal camion in corsa, trova rifugio presso una umile famiglia di contadini alla quale racconta di aver avuto un incidente. In questo brano, Asturias mostra tutta la “positività” insita in un contesto di povertà. La famiglia, infatti, cura premurosamente la giovane, e il pranzo si trasforma quasi in una festa.

In questo racconto possiamo trovare un elemento storicamente documentabile: un personaggio è riconducibile alla realtà. Harkins deve presentarsi davanti ad alcune delle autorità del suo Paese, ed in una di esse, il terribile ambasciatore, si può riconoscere Peurifoy.11 Chiaramente anche in questo caso la realtà storica si mescola al trattamento poetico, caratterizzando il personaggio secondo esigenze poetiche e certamente non secondo caratteristiche storiche.

Il protagonista di ¡Americanos todos! è Milocho, guida turistica per americani in visita in Guatemala. Emilio Croner Jaramill, questo il suo vero nome, è nato in Guatemala ma ha acquisito la cittadinanza statunitense. L’inizio della vicenda si svolge nel momento in cui gli aerei americani bombardano il Paese per facilitare l’invasione di Castillo Armas. Milocho assiste all’uccisione di un commerciante, di nome Moloy, che riposava placidamente vicino a lui. Lunga è la scena dei bombardamenti, che vede Milocho incredulo rispetto agli avvenimenti di quella giornata. Sa che gli americani avevano promesso che sarebbe accaduto, ma non credeva che stessero dicendo sul serio. Un uomo, Martín Santos, che prima dei bombardamenti si trovava in casa, esce, brandendo impotente il suo machete verso il cielo.

Milocho si reca dal colonnello Ponciano Puertas per ottenere un cavallo e un salvacondotto per andare in città. Il colonnello gli dice che stanno procedendo alla pacificazione, dove con il termine “pacificazione” si intende uccidere gli indios. La cosa che più sconvolge è il modo di parlare del colonnello, che descrive l’operazione come se stesse parlando di un normalissimo lavoro. Durante il suo viaggio, Milocho incontra diversi soldati, provenienti da varie nazioni latinoamericane. Capiamo che sono mercenari dai loro discorsi, come quello del nicaraguense Ernesto Sigüenza Montes, riportato in stile indiretto dall’autore:


Lo avevano arruolato per combattere a stipendio fisso, ma per ora aveva ricevuto solo un minimo anticipo, e in quanto al saccheggio, era una guerra piuttosto insipida, con più morti che saccheggi.
Anche in questo caso la realtà storica fa capolino all’interno del vero poetico. L’utilizzo di soldati mercenari provenienti dai Paesi limitrofi al Guatemala è cosa documentata. Ciò che riporta la realtà storica ad una realtà letteraria è, ancora una volta, la caratterizzazione dei personaggi.

Durante un’escursione in pullman, Milocho mostra le rovine delle città distrutte dai vulcani Agua, Fuego e Acatenango, una delle attrazioni turistiche del luogo, e rassicura i visitatori americani, con tono sarcastico, che non sono stati i loro aerei a distruggerle. Uno dei turisti multimilionari del gruppo di Milocho decide di finanziare la ricostruzione di Antigua, strappando, con la presunzione della sua ottusità, un pezzo di storia degli indigeni:


No, no- si leggeva sui giornali- non bisogna che la ricostruiscano, non è necessario che si disturbino…Ci hanno già rovinato abbastanza da non dover finire di distruggerci togliendoci anche le nostre rovine, base dell’industria turistica del paese.
Milocho è sopraffatto da un senso d’angoscia per via delle numerose morti innocenti dovute ai bombardamenti americani, e decide di vendicare i suoi connazionali uccisi dirigendo il pullman carico di turisti verso un burrone. Ad acuire la sua sete di vendetta sono anche le continue provocazioni di Alarica Powell, americana con la quale Milocho intrattiene una relazione. La donna è chiaramente a favore dell’operato del suo paese, che ha avuto il “merito” di farla finita con
quegli indigeni puzzolenti e quei villaggi, che è meglio radere al suolo coi bombardamenti così almeno glieli possiamo ricostruire in cemento armato.
L’autore rende evidente il tormento interiore e la rabbia crescente in Milocho negli attimi precedenti all’omicidio-suicidio attraverso un ritmo sempre più veloce del pensiero dell’uomo:
Sì, lo so, ma non voglio più sentirla, non voglio più sentirla…e suonava…suonava…suonava…e visto che era impossibile togliersi dalle orecchie la risata e le parole di miss Powell, suonava ai giganteschi pneumatici, facce di negro ridotte a bocche…bocche a forma di panino con le labbra nere…bocche nere…bocche con file di denti neri…bocche…bocche…bocche, che quando mordevano la terra gessosa della strada, dai cornicioni a strapiombo tra pareti di roccia e precipizi, gli ripetevano: non serve a niente…a niente…a niente…
Milocho, guatemalteco dalla cittadinanza americana, sente due forze dentro di sé mentre guida il pullman che condurrà verso la morte:
Il “cittadino” contava i suoi compatrioti…Il nativo contava i fucilati. Anche se adesso non erano ubriachi, il “cittadino dell’impero” e il povero diavolo indigeno si stavano affrontando di nuovo (…).
Alla fine Milocho segue la strada della vendetta, lasciando poi agli indios il compito di recuperare i cadaveri.

Ocelote 33 si apre con la descrizione di una casa, evidentemete di una famiglia benestante. All’interno di questa vivono due anziane zitelle e una loro nipote, Valeria, con i suoi tre figli. Le zitelle mettono a disposizione la casa all’esercito del Guatemala, di cui fa parte anche il colonnello Prinani de León. Dopo una prima vittoria guatemalteca, i mercenari catturati vengono fatti sfilare per le vie della città. Tra questi Valeria riconosce Chus Najarro, suo marito. Per salvarlo dalla fucilazione e riaverlo accanto a sé, la donna si piega alle avances del colonnello Prinani de León. Dopo la liberazione del marito, gli americani e l’esercito mercenario riescono a conquistare il Paese. Durante una notte di bombardamenti Valeria e il marito, su due posizioni diverse, discutono riguardo ciò che sta accadendo e nella donna si fa strada sempre di più la convinzione di avere accanto un traditore della patria. Valeria ha fiducia, una fiducia sincera nelle possibilità che ha il suo paese di salvarsi dall’invasione straniera, ma è troppo ingenua per comprendere gli sporchi meccanismi che stanno dietro a una tragedia simile:


“Non vincerete, Chus, non è possibile, abbiamo l’esercito…”

“È venduto…”

"Abbiamo il popolo…”

“È disarmato.”


Valeria dovrà presto confrontarsi con la realtà dei fatti, e comprendere che quando c’è di mezzo il potere niente è quello che sembra. Il mattino seguente, quando ormai il Paese è nelle mani di Castillo Armas, il colonnello e Najarro si abbracciano, perché si scoprono entrambi appartenenti a “Ocelote 33”, un gruppo colluso con il nuovo governo dittatoriale. Valeria, disperata perché si è dovuta concedere ad un traditore della nazione per salvarne un altro, va avanti a vivere la sua vita pensando solo ad accudire i figli, ma con l’ossessionante ricordo di quel nome, “Ocelote 33”.

Il racconto vuole evidentemente denunciare una realtà ben presente durante quelle vicende: la disposizione delle alte cariche dell’esercito al tradimento ed al doppio gioco. In Ocelote 33 Asturias denuncia senza mezzi termini la corruzione, storicamente reale, degli uomini ai quali è affidata la storia del Paese in un frangente così delicato.

Il racconto successivo, La Galla, prende il titolo dal soprannome di un suo personaggio, doña Bernardina Coatepec. Le vicende di questo racconto si svolgono nel periodo della redistribuzione delle terre. All’inizio, infatti, la terra è protagonista per qualche riga: Asturias descrive al lettore un verde pendio, il cui colore “entra” negli occhi di Diego Hun Ig, capo della Confraternita Grande, che sta raggiungendo il consigliere comunale per farsi spiegare i meccanismi della redistribuzione. La sera tutti gli appartenenti alla Confraternita Grande vengono chiamati a raccolta a suon di tamburi per essere informati riguardo la nuova legge agraria.

Al villaggio, intanto, la Galla va su e giù per il suo emporio, fortemente infastidita dal suono dei tamburi, che le ricorda la vigilia della rivolta degli indios, durante la quale suo padre, uomo spregiudicato che sfruttava e maltrattava i lavoratori indigeni, era stato ucciso.

Ma nell’atmosfera di festa che avvolge la Confraternita, Diego Hun Ig deve udire una profezia terribile rivelatagli dal più anziano del villaggio, Tucuche:


(…) verranno altri “uomini biondi” e ci saranno nuove lotte, ci saranno nuovi tributi e grandi sofferenze. (…) Ci sarà una guerra strana, molto strana. Ci faranno la guerra, e non sapremo mai chi ce la fa. E, anche se lo si saprà, non lo si dirà. Tutti taceranno. Il mistero sta in questo. Per toglierci la terra ci sarà una guerra dal cielo, e nessuno, Diego, nessuno saprà il perché di quel massacro…
Per il saggio Tucuche non è ancora arrivato il momento di riavere le terre, poiché questo potrà succedere solo quando “Penne Maestose”, ovvero il serpente piumato Quetzalcoatl, tornerà sulla terra e darà inizio ad una nuova età dell’oro per gli indios. Il ricorso al mito rappresenta ancora una volta in Asturias un elemento importante di salvezza in cui cercare rifugio ed in cui riporre le proprie speranze.

Alcuni mesi dopo la cerimonia di redistribuzione, la Galla riceve la visita di una sua vecchia compagna di scuola che le chiede di compilare una lista con i nomi di tutte le persone che sa essere comuniste. Naturalmente la donna indica tutti gli appartenenti alla Confraternita Grande. Ecco quindi le “famose” liste redatte da chi non amava perdere i suoi privilegi a causa degli indios e della riforma del governo Árbenz. Ora arrivano anche i giornalisti, che cominciano la loro campagna pubblicitaria per far credere che in Guatemala esista davvero un pericolo comunista. Un giornalista intervista Diego Hun Ig e, manipolando le sue dichiarazioni, tra sé e sé pensa: Il capo dei comunisti intervistato da un giornalista. Poco dopo hanno inizio i bombardamenti. Diego e gran parte dei membri della Confraternita Grande vengono uccisi. È la Galla stessa che indica ai soldati mercenari le case dei presuenti comunisti. Dopo la prima giornata di sterminio la Galla quasi impazzisc e dalla gioia e grida in mezzo alla piazza tutto il suo odio nei confronti degli appartenenti alla Confraternita Grande.

Il racconto si chiude con l’immagine della figlia di Diego Hun Ig che, inerme, viene stuprata da un tenente dell’esercito d’invasione. La violenza sessuale è stato uno degli ingredienti fondamentali per seminare il terrore nella popolazione durante tutti i massacri che sono avvenuti nella storia del Guatemala. Questi non sono stati fatti isolati, ma hanno permeato tutte le forme di violenza nei confronti delle donne.12

El Bueyón è il racconto più breve di Week-end en Guatemala, ma allo stesso tempo il più commovente. La prima parte vede la presenza di un narratore onnisciente. Viene descritta la distruzione di una casa di indios a causa dei bombardamenti americani e gli ultimi momenti che la precedono. I personaggi sono Caiduna e “Bueyón”, suo marito. Caiduna, disperata per via dell’invasione, fa fuggire i figli sulle montagne e vuole convincere anche il marito ad andarsene. Nella consapevolezza che sarà privata della sua terra distrugge le piante che aveva coltivato con cura per non far godere dei loro frutti gli invasori. Ad un certo punto la casa viene bombardata, e questo fatto è descritto da Asturias come l’arrivo di un temporale:


Improvvisamente, Santo Dio!, si udì lontano un boato. Poi, silenzio. Per lo spavento alla Caiduna sfuggì di mano il machete. (…) Un altro immenso boato, più vicino. Corse a ripararsi nella casa vuota. Un temporale senza pioggia? Un terremoto in cielo?
I bombardamenti distruggono tutto e uccidono il marito. Nell’ultima parte del racconto Caiduna dialoga con la nipotina, raccontandole di come un giorno la nonna e il nonno ricevettero in regalo la terra e di come gli americani se la ripresero. In effetti, come già detto, nella realtà le terre vennero regalate agli americani: Castillo Armas cedette a quarantasei imprese petrolifere nordamericane 4.600.000 ettari di terreno, vale a dire quasi la metà del territorio guatemalteco. 13

Un segnale di speranza nel futuro è dato dalle parole della bambina, la quale dice che le idee non si spengono e che quel bel sogno che era la terra potrà tornare ad essere realtà.. Infine il narratore descrive i pensieri della donna, che immagina il ritorno degli uomini uccisi dai bombardamenti, pronti a ridare le terre ai legittimi proprietari. Il mito entra nella storia, per diventare conforto e salvezza. Il clima mitico è rifugio e consolazione per affrontare un presente troppo duro e crudele.



Cadáveres para la publicidad è un racconto starziante che si situa nel pieno dell’invasione. Gli uomini che hanno opposto resistenza agli sfruttatori latifondisti organizzandosi in un sindacato vengono catturati e costretti a scavare una fossa per raccogliere i loro cadaveri, pratica bellica purtroppo piuttosto usuale in molte guerre. Il colonnello degli invasori, uomo dall’aspetto quasi animalesco, di un animale che ha appena spolpato la sua preda con i suoi denti di avorio rossastro, dà a chi si dissoci dall’operato del sindacato la possibilità di avere salva la vita, ma nessuno tradisce i suoi ideali e così tutti i prigionieri vengono uccisi. Parallelamente viene raccontata la storia dell’ultima notte di vita di una prostituta, la Quinancha, amante del colonnello Gerardino Cárcamo, colui che ha ordinato l’uccisione degli appartenenti al sindacato.

La donna si ammala di tetano a causa del contatto con il fango usato per sepellire i cadaveri. La notte subito dopo l’eccidio, la Quinancha si trova nella camera del colonnello e, nel delirio della malattia, vede una vecchina che odorava di mais vecchio – palese riferimento ad uno dei simboli sacri della cultura maya – alla quale promette che convincerà il colonnello a dare l’ordine di permettere ai familiari delle vittime di prendere i corpi dei loro cari per sepellirli al cimitero. Alla fine la Quinancha muore gridando al suo amante, che rimane insensibile davanti al suo dolore, “ Gerardino! Gerardino! La tua caimana! La tua caimana!…”. L’orrore più grande descritto all’interno di questo racconto è quello della campagna pubblicitaria che il nuovo governo attua sotto il consiglio di un esperto pubblicitario americano, Jerome Mc Fee. I cadaveri degli uomini fucilati dagli invasori vengono riesumati e fotografati per dare prova dei delitti commessi dal comunismo. In tutto il Paese avvengono fucilazioni per fornire cadaveri alla campagna pubblicitaria:
Bisogna mettere insieme il maggior numero possibile di cadaveri e, una volta pronto il materiale, lo fotograferemo. Poi lo pubblicheremo sui giornali, riviste e manifesti, lo presenteremo al cinema, alla televisione e su tutti i mezzi di comunicazione, mostrando le vittime della barbarie rossa.
Anche in questo racconto si mostra come la sola parola “comunismo” possa portare a giustificare le azioni più crudeli verso il genere umano.

Orde di giornalisti nordamericani invadono il cimitero per fotografare i corpi dei morti a causa dei “rossi”, mentre le donne, madri, mogli e figlie difendono i corpi dei loro cari dagli avvoltoi, ingordi di cadaveri proprio come i giornalisti: “Avvoltoio! Avvoltoio! Figlio di puttana, sembri proprio uno yankee!” è l’esclamazione di una delle coraggiose donne, protettrici dei corpi dei loro cari.

In Cadáveres para la publicidad Asturias non rappresenta e accusa individui reali, ma si limita a localizzare geograficamente gli avvenimenti.14 Come affermato anche da Giuseppe Bellini quello che interessa in questo racconto non è il documento storico, bensì lo scenario che Asturias è capace di rappresentare; uno scenario così apparentemente verosimile da sembrare reale:
Lo que interesa no es el documento, sino el cuadro convincente, la impresión que suscita, y la brutalidad humana queda denunciada en su desconcertante criminalidad. Es suficiente este relato para marcar para siempre de modo infamante, la acción de cualquier gobierno.15
Il vero storico ed il vero poetico si mischiano, ed il secondo prende il sopravvento sul primo, ma invece di eliminarlo palesemente si nasconde sotto le sue vesti, portando il lettore a provare una sensazione di sconcerto e spaesamento.

Los agrarios si colloca nel periodo della riforma agraria e dell’invasione. Il racconto inizia con una scena casalinga. Un uomo, Tiburcio, torna a casa da sua moglie dopo aver cacciato delle quaglie nella terra che finalmente è di loro proprietà, perché gli è stata restituita dal governo. Un altro uomo entra in casa, ma quest’ultimo non è uno di famiglia, bensì don Félix, il vecchio proprietario, il quale pensa che tutto gli sia dovuto dai suoi ex dipendenti. Egli vuole che gli vendano il caffè raccolto, ma non intende pagarlo al giusto prezzo, quello che gli verrebbe corrisposto in città. Gli indios, ormai proprietari della loro terra, non si fanno mettere i piedi in testa dal vecchio padrone, e gli negano il caffè. La sera stessa, dopo essere tornato a casa, don Félix va a trovare Tocho e Luis Néstor, due fratelli, anch’essi propietari terrieri. In questa occasione discutono anche della nuova legge agraria, e l’unico che vede positivamente questo cambiamento è Tocho. La sera seguente i tre si incontrano a casa di Luis Néstor, ed in questa occasione confabulano su come far cadere il governo, per loro l’unica soluzione per ripristinare i vecchi privilegi. Anche in questo caso l’unico in disaccordo è Tocho. Qualche giorno dopo, la moglie di Luis Néstor e don Félix incontrano Mr. Maylan, con il quale discutono dei metodi per far cadere il governo. Mr. Maylan finge di essere un cacciatore di farfalle, ma in realtà è un infiltrato, come lo sono molte altre persone. In questa parte del racconto avviene la vera e propria organizzazione dell’invasione. I due proprietari terrieri vengono informati su dove verranno paracadutate le armi e su come si dovranno comportare. Nei loro discorsi vengono toccati due argomenti riconducibili alla realtà storica: quello della tassa sui biglietti ferroviari e quello della campagna pubblicitaria negativa nei confronti del governo. Parlando di pubblicità, doña Lucrecia, la moglie di Luis Néstor, non esita a raccomandare a Mr. Maylan la figlia, Coralia, laureanda in pubblicità negli Stati Uniti. Alla fine dell’incontro apprendiamo dai suoi pensieri che Mr. Maylan faceva parte del Ku Klux Klan, comprendendo così la voglia di violenza e di sangue che nella realtà ha spinto questi uomini all’azione:


(…) gli sarebbe mancata solo la tunica per essere quello che era stato in gioventù, un flagellatore di negri ad Atlanta City, vestito con la divisa del Ku Klux Klan…bene…si disse soddisfatto…sono cambiate solo le “bestie”…ora cominciava a essere uno sterminatore di indios…
Intanto Coralia si trova negli Stati Uniti e durante una lezione del professor Carey, perde la vista per causa nervosa. Il professore, infatti, accusa il Guatemala, la sua terra, di essere un paese comunista. Coralia difende la sua patria, ma il professore le rivela che l’università ha intercettato tutte le lettere spedite da sua madre, che le raccontavano presunte atrocità commesse in Guatemala da parte dei “rossi” indios. Coralia grida, accusa il professore di essere un ipocrita; si porta le mani agli occhi per capire cosa succede, perché improvvisamente ha perduto la vista. La giovane torna a casa, viene accolta con una festa e finalmente può riabbracciare lo zio Tocho, che l’ammira per le sue idee e il suo coraggio.

Durante l’invasione Tocho si suicida. Coralia, per lo shock, torna a vedere, e vede suo zio che sta morendo. L’ultimo commiato di Tocho è per sua nipote, così simile a lui nei sentimenti e nelle idee:


“Chiudi gli occhi!…- lo si udì balbettare, e furono le sue ultime parole - . Chiudi gli occhi…non guardare…aspetta che il tuo paese torni libero!”
Torotumbo è l’ultimo racconto, dal quale verrà poi tratto anche un testo teatrale. Questo è probabilmente uno dei racconti in cui la connessione fra vero storico e vero poetico è più fragile che in altri. L’episodio si può infatti situare in un ipotetico futuro, quando il dittatore ed i suoi sostenitori verranno sconfitti dalla forza della ribellione popolare. Lo stesso giorno scelto per l’abbattimento della dittatura, il giorno del Torotumbo, dà al racconto un’aurea mitica. E’ come se Asturias cercasse realmente la salvezza all’interno della sua narrazione attraverso il ricorso ai miti ed alle tradizioni indigene, così come avviene ad esempio nel finale del racconto El Bueyón e all’interno di La Galla.

La storia inizia con lo stupro e la conseguente morte della piccola india Natividad Quintuche, bimba di sette anni, da parte di un vecchio, proprietario di un negozio di costumi, di nome don Estanislao. Approfittando della superstizione del padre e dello zio della piccola, fa in modo che credano che lo stupro e l’omicidio siano stati messi in atto dal diavolo in persona. Infatti, dopo averla fatta morire, il vecchio la copre con Carne Cruda, costume raffigurante il diavolo che, per via della mente malata dell’uomo, diventa il suo consigliere.



Realtà ed allucinazione si confondono. Un fantoccio diventa un essere che ha vita propria, nel segno della commistione fra realtà vera e realtà romanzata. Riflettendo sul realismo magico, Asturias giunge alla conclusione che gli abitanti dell’America Latina sono portati a confondere realtà ed allucinazione, facendo diventare questa confusione una convinzione16. Questo è proprio quello che in questo caso accade al vecchio don Estanislao.

Il suo vicino di casa, Tizonelli, sa che il colpevole è don Estanislao e lo ricatta: in cambio del suo silenzio, ogni settimana dovrà dargli la lista dei condannati a morte decisa dal “Comitato

di difesa dal Comunismo”, del quale don Estanislao fa parte. La piccola Natividad viene riportata nel suo villaggio dal padre e dal padrino. Le donne la lavano e la vestono come un angelo:

ora la bambina è un essere celeste, incaricata di portare a Dio tutte le preghiere che le vengono affidate sotto la forma di nastri colorati. Lo stupro della piccola india da parte di don Estanislao, ad una lettura più profonda, può suggerire una riflessione, può rappresentare il Guatemala stuprato e sfruttato da individui senza scrupoli e avidi di denaro che non sono in grado di comprendere le radici di un popolo, manifestate nel racconto dal Torotumbo, danza di purificazione ed esorcismo che gli indios celebrano quando avviene un fatto di profonda offesa all’interno della comunità.

Sentendosi in colpa, il vecchio decide di confessare il suo crimine ad un sacerdote appartenente al comitato, ma riesce a dirgli solo di non aver denunciato un delitto commesso dal diavolo in casa sua.

Non stupisce la presenza di un sacerdote dalla parte degli interessi filostatunitensi. Come è noto la Chiesa ha, ed ha avuto anche nel passato, un forte ascendente ed un marcato potere sulla popolazione dell'America Latina (e non solo). Giuseppe Bellini ricorda al lettore che:
…el 10 de abril de 1954, el arzobispo de Ciudad de Guatemala había invitado al pueblo a sublevarse contra el gobierno, cosa que no representaba una novedad en las republicas latinoamericanas.17
Il sacerdote identifica Carne Cruda, il diavolo, con il

comunismo, per lui il vero “violentatore” della patria:


(…) Non si tratta di bruciare un Diavolo di cartone, ma di bruciare il Diavolo Rosso, quello che mette la bomba in mano al terrorista, quello che mette la dinamite negli edifici, che fa deragliare i treni, che inventa gli scioperi e sovverte l’ordine, quello che in mezzo a noi ha violentato e ucciso una piccola india…che…chi era?…don Estanislao, chi è quella indianina?…rifletta, ragioni, pensi per un attimo a chi è che noi proteggiamo e capirà immediatamente che quella piccola india era la Patria violata e insanguinata dal Comunismo…
Il sacerdote gli consiglia di organizzare un rito di purificazione durante la giornata del Torotumbo, che si sarebbe svolto a breve nel paese. Don Estanislao avrebbe dovuto bruciare il costume di Carne Cruda alla presenza di importanti autorità. Informato della cosa, Tizonelli riempie di dinamite la casa del vicino e alla fine un immenso boato interrompe il rito del Torotumbo.

Il racconto mostra come in quel periodo la parola “comunismo” potesse portare a sospettare delle persone e ucciderle, ma allo stesso tempo accende la speranza di una sollevazione del popolo per difendere la giustizia e l’uguaglianza.



E’ necessario riflettere su come, in Asturias, la realtà storica si mescoli alla finzione letteraria, o addirittura al meraviglioso.

Alcuni passi dei diversi racconti, come, a titolo esemplare, la vecchina che odorava di mais vecchio in Cadáveres para la publicidad o la piccola Natividad Quintuche trasformata in essere celeste in Torotumbo, ci riportano quasi ad un concetto di realismo magico. Lo stesso Asturias, in un’intervista con Günthe Lorenz, afferma:
Le allucinazioni, le impressioni che l’uomo [americano] percepisce dal suo ambiente tendono a trasformarsi in realtà, soprattutto là dove esiste una determinata base religiosa e di culto, come nel caso degli indigeni. Non si tratta di una realtà palpabile, ma sì di una realtà che emerge da una determinata immaginazione magica. Perciò, nell’esprimerlo, lo chiamo “realismo magico”.18
E’ quindi normale che in Asturias la realtà, e di conseguenza la storia, vengano trasfigurate in qualcosa di diverso: ecco quindi, ad esempio, la bomba sganciata da un aereo americano che diventa il tuono di un temporale in El Bueyón o Carne Cruda che diventa essere pensante e parlante in Torotumbo. La realtà, vista sia dalla prospettiva dello scrittore sia da quella del lettore, entra a far parte della categoria del fantastico, e la rappresentazione della storia vera diventa, di conseguenza, rappresentazione di una storia verosimile.

L’immaginario del lettore europeo ha la forte esigenza di trovare nella realtà americana qualcosa di magico e speciale, qualcosa che nella relatà del Vecchio Mondo non esiste. Il realismo magico svolge proprio la funzione di rispondere a questo bisogno. In Week-end en Guatemala Asturias vuole conservare la memoria storica traslandola all’interno della realtà letteraria, ma qua e là sprazzi della magia che tanto si desidera dall’America Latina fanno capolino. Nella “magia a tutti i costi” può esserci un unico problema: dimenticarsi di ciò che è davvero la realtà. Dante Liano ci mette in guardia di fronte a questo pericolo:
Andiamo incontro, quindi, a esercizi di stile delocalizzati, metaletterari, senza memoria. C’è qualcosa di allarmante in questa richiesta di realtà magica o libresca che rifiuta un’altra realtà latinoamericana, ben presente purtroppo nelle statistiche o semplicemente nelle strade: la realtà sociale. O peggio ancora: il riscatto della memoria storica.19
Io credo che Asturias in Week-end en Guatemala abbia saputo evitare il pericolo di dare alla storia un aspetto semplicemente magico, che avrebbe portato alla negazione della realtà trasfigurandola in maniera troppo accentuata. Ciò che nei racconti di Week-end en Guatemala è meritevole è proprio la capacità dello scrittore di saper piegare la storia reale per i suoi fini letterari, inventare una storia verosimile che corre parallelamente alla storia vera, che, pur essendo finzione letteraria, non ci fa perdere di vista la realtà e l’atmosfera di sofferenza, crudeltà, tradimento e morte che si è vissuta realmente nel Guatemala ferito dall’invasione di Castillo Armas.

Vera Maria Morreale

Matr. 687655

Corso di laurea in lingue e



letterature europee ed extraeuropee

BIBLIOGRAFIA


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1 Seymour Menton, La novela esperimental y la república comprensiva de Hispanoamérica, Humanitas, I, 1960

2M. A. Asturias, Indispensable necesidad de organizar el partido político de los campesinos, in « El imparcial » 16 e 21 maggio 1928 ; M. A. Asturias, Nacionalismo económico, in « El imparcial » 2 settembre 1929.

3 M. A. Asturias, Ojo nuevo, in « El imparcial » 2 luglio 1929

4 M. A. Asturias, El caso de los guatemaltecos, in « El imparcial » 3 gennaio 1930

5 Luis Cardoza y Aragón, Guatemala : 1954-1964, diez años de gloriosa revolución, in Cuadernos Americanos, XXIII, 1964

6 Per maggiori dettagli. Alain Rouquié, L’america Latina, Milano, Paravia Bruno Mondadori, 2000

7 Per quanto riguarda la tradizione occidentale ottocentesca del romanzo storico si può ricordare ad esempio Enrique Larreta con il suo La gloria de Don Ramiro (1908), ricostruzione storica e letteraria della Spagna del XVII secolo. Per avvicinarci a tempi più recenti in America Latina si ricordi Gabriel García Márquez con El general en su labirinto (1989), che racconta gli ultimi anni di vita di Simón Bolívar

8 Giuseppe Bellini, Mundo mágico y mundo real: la narrativa de Miguel Ángel Asturias, Bulzoni editore, Roma, 1999

9 Giuseppe Bellini, op.cit., p. 95

10 Tutte le citazioni in italiano sono tratte da: M. A. Asturias, Week-end in Guatemala, Vinnepierre edizioni, Milano, 2004, a cura di Emilia Perassi

11 Giuseppe Bellini, op.cit. p. 98

12 Vedi Guatemala : nunca más : informe del Proyecto interdiocesano recuperacion de la memoria historica. - Version resumida, Donostia, Tercera prensa, 1998. In particolare il Capitolo V: De la violencia a la afirmación de las mujeres

13 Luis Cardoza y Aragón, op. cit., p. 21

14 Giuseppe Bellini, op. cit., p. 104

1515 Giuseppe Bellini, op. cit., p. 104

16 Per maggiori dettagli vedi: Dante Liano, Il realismo magico non esiste, in Storia politica e storia sociale come fonti creative. Due centenari: Pablo Neruda e Alejo Carpentier, Atti a cura di Clara Camplani e Patrizia Spinato Bruschi, Bulzoni Editore, Roma, 2005

17 Giuseppe Bellini, op. cit., p.93

18 Günther Lorenz, Diálogo con Miguel Ángel Asturias, Mundo Nuevo, 43, enero de 1979, pag. 42

19 Dante Liano, op. cit., p. 161





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