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Vita e opere Cinque fasi della vita e della produzione letteraria


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Luigi Pirandello
Vita e opere

Cinque fasi della vita e della produzione letteraria
Tenendo presente l'evoluzione culturale e artistica di Pirandello, è possibile distinguere cinque diversi periodi nella sua vita e nella sua produzione let­teraria e teatrale: 1) quello della formazione, che giunge sino al 1892, quando egli decide di dedicarsi alla letteratura; 2) quello della coscienza della crisi (1892­-1903) e del primo, ancora contraddittorio, affiorare di tematiche relativistiche; 3) quello della narrativa umoristica (1904-1915), da Il fu Mattia Pascal (1904) a Si gira... (1915); 4) quello del teatro umorista e del successo internazionale (1916­1925); 5) la stagione surrealista (1926-1936), segnata dai "miti teatrali" e dalle ultime novelle.
Gli anni della formazione (1867-1892)

Tre diversi ambienti influiscono sulla formazione psicologica e culturale di Pi­randello: quello siciliano, quello tedesco, quello romano.

L'ambiente siciliano contribuisce a determinare la fisionomia psicologica ma anche quella sociale e politica dello scrittore, e a radicarlo in un tessuto folk­lorico, nutrito di suggestioni magico-popolari che non verrà mai dimenticato (un ruolo decisivo in tal senso ebbe la nutrice, Maria Stella). Il padre Stefano era stato garibaldino e dirigeva miniere di zolfo nella zona di Girgenti (Agrigento dal 1927), dove nacque lo stesso Pirandello; la madre, Caterina Ricci-Gramitto, veniva da una famiglia di patrioti antiborbonici. Già da questa circostanza deri­vano alcune interessanti conseguenze: Luigi è educato al patriottismo e al culto dei valori risorgimentali, che non verranno mai meno in lui. Nello stesso tempo, proviene da una famiglia la cui situazione economica e sociale, per quanto di una certa agiatezza, è alquanto precaria e segnata dall'instabilità (il padre ebbe frequenti rovesci di fortuna). Quando poi il giovane Luigi si iscrive all'Univer­sità di Palermo (nel 1886-87 frequenta i corsi di Legge e di Lettere), entra in con­tatto con un ceto intellettuale, quello siciliano, ancora più inquieto e marginale il rispetto a quello del Nord o del Centro, e attraversato da fermenti anarchici (il maestro dei giovani siciliani era allora il poeta anarchico e ribelle, anche se in­sopportabilmente retorico, Rapisardi) e da esigenze confusamente socialiste che porteranno alcuni degli amici di allora a guidare il movimento dei fasci siciliani. Questa tendenza anarchica verrà a incontrarsi poi, all'inizio del Novecento, con il sovversivismo delle generazioni più giovani, restando una componente fon­damentale della cultura di Pirandello. Contemporaneamente però Pirandello non accetterà mai del tutto le soluzioni irrazionalistiche dei "giovani", e resterà invece fedele a un ideale di sana e risentita eticità e a un uso impietoso degli stru­menti logici e concettuali: tutti aspetti nei quali persiste un elemento di mora­lità e di razionalità ottocentesche.

Nello stesso tempo il rapporto con il padre mostra componenti conflittua­li e antagonistiche. La personalità brusca e invadente del genitore, le sue avven­ture sessuali (una delle quali scoperta dal giovinetto, che in quell'occasione sputò in faccia all'amante del padre), la sua distanza dal figlio possono spiegare il rifiuto di certi aspetti della figura paterna, come il senso degli affari, la capa­cità di decidere, la disinvoltura nel mondo della pratica quotidiana: ne deriva un senso di inettitudine per certi versi simile a quello del giovane Tozzi, schiaccia­to da un padre ancora più prepotente e tirannico. Esso si manifesta in modo chiaro nel fallimento del tentativo di Luigi, durato soltanto tre mesi nel corso del 1886, di lavorare nell'amministrazione delle miniere di zolfo. E certamente influenza anche la decisione di dedicarsi alla letteratura, quasi a compensare un senso di scacco e di frustrazione. Di questo periodo infatti è una lettera alla so­rella Lina, in cui la vita è già vista come «un'enorme pupazzata» priva di ogni possibile «spiegazione» e la letteratura e lo studio sono lucidamente considera­ti come una forma di compensazione, del tutto vana e tuttavia necessaria per continuare a vivere.

L'ambiente romano fu frequentato da Luigi per due anni nel 1887-89 e poi definitivamente, dopo la parentesi tedesca, a partire dall' autunno 1891. A Ro­ma Luigi fu studente di Lettere, ed ebbe per amici il letterato messinese Ugo Fleres e un intellettuale calabrese, Giuseppe Mantica. Si tratta di un ambiente ancora provinciale, assai diverso da quello frequentato negli stessi anni da d'An­nunzio (che era stato, anche lui, studente di Lettere all'Università di Roma). Tut­tavia fu questo ambiente a porlo in contatto con Capuana e a far maturare in lui la vocazione letteraria, di cui è manifestazione la pubblicazione a Palermo di un libro di poesie, Mal giocondo (1889).

Un contrasto con il professore di latino, che minacciava di espellerlo dall'Università, indusse Luigi ad accettare il consiglio del filologo romanzo Er­nesto Monaci di andare a laurearsi a Bonn. Nella città tedesca Pirandello abitò dal 1889 al 1891, facendo letture (Goethe, Heine, Tieck, Chamisso, forse an­che Schopenhauer e Nietzsche) che lo influenzarono in modo probabilmente decisivo. Qui si laureò in filologia romanza con una tesi di carattere linguisti­co, Laute und Lautentwicklung der Mundart von Girgenti [Suoni e sviluppo del suono nel dialetto di Girgenti]. Nella città tedesca ebbe una relazione con una ragazza, Jenny Schulz-Lander, a cui dedicò il secondo libro di poesie, Pasqua di Gea (1891).


La coscienza della crisi (1892-1903)

Tornato da Bonn e stabilitosi di nuovo a Roma, di qui in avanti Pirandello de­dica la propria vita alla letteratura e al teatro, anche se, dal 1897, intraprende anche la carriera di professore universitario insegnando lingua italiana all'Isti­tuto Superiore di Magistero di Roma. Dopo aver scritto alcune novelle che usci­ranno nel 1894 con il titolo Amori senza amore e avere tentato anche la comme­dia e un atto unico, si impegna nel romanzo su consiglio di Capuana e scrive nel 1893 Marta Ajala, pubblicato nel 1901 con il titolo L'esclusa. Del 1895 è il ro­manzo breve Il turno. Con gli amici Fleres e Mantica, e con Giovanni Alfredo Cesareo, un altro siciliano, dà vita alla rivista «Ariel» (1897-98), che si oppone al misticismo, al Simbolismo e all'estetismo dominanti nell'ambiente romano. Di questo periodo è lo scritto Arte e coscienza d'oggi (1893), una sorta di "esa­me di coscienza di un letterato", documento di un «malessere intellettuale» non solo privato, ma generazionale. Pirandello, insomma, comincia a fare i conti con la crisi dei valori ottocenteschi, a partire da quelli cari alla cultura positivistica in cui pure da giovane si era formato. Si fa strada in lui l'idea della modernità come relativismo, come contrasto incessante, come contraddizione aperta e ir­risolta di posizioni, nessuna delle quali può assurgere a verità o a certezza. Scri­ve poesie (le traduzioni delle Elegie romane di Goethe, la raccolta Zampogna), novelle (la prima serie di Beffe della morte e della vita e Quand'ero matto), sag­gi in cui si profilano già il superamento dell'iniziale positivismo, l'assunzione di atteggiamenti problematici, l'interesse per il comico e per l'umoristico.

Nel 1903 il dissesto economico della famiglia paterna segna una data im­portante. Lo scrittore siciliano nel 1894 aveva sposato Maria Antonietta Portu­lano, su pressione della famiglia più che per scelta propria. La dote della moglie era stata poi investita dal padre nelle miniere di zolfo. Quando nel 1903 un al­lagamento fa perdere il capitale investito, le conseguenze per Pirandello sono doppiamente negative: da un lato, la moglie viene colpita da una paralisi che in­fluisce in modo decisivo su una psicologia già debole e alterata, minandone per sempre l'equilibrio mentale; dall'altro, privato della rendita paterna, e con tre figli sulle spalle (nati fra il 1895 e il 1899), lo scrittore deve impegnarsi in lezio­ni private e in collaborazioni giornalistiche, di cui di qui in avanti pretende il pa­gamento del compenso. Nasce anche da questa situazione l'impegno di scrittu­ra del romanzo pubblicato a puntate sulla «Nuova Antologia» (per trarne an­che così un guadagno economico) nel 1904: Il fu Mattia Pascal.
Il periodo della narrativa umoristica (1904-1915)

Con Il fu Mattia Pascal la produzione letteraria di Pirandello subisce una svolta di grande importanza: lo scrittore abbandona i precedenti timidi tentativi teatra­li e si dedica per alcuni anni (1904-1910) esclusivamente alla narrativa; e anche quando nel 1910 torna a cimentarsi con il teatro, lo fa in modo poco convinto e saltuario, continuando a concentrare la maggior parte dei propri sforzi sulla no­vellistica e sul romanzo sino al 1916. Inoltre è questo il periodo dell'elaborazio­ne della poetica dell'umorismo, già evidente nel Fu Mattia Pascal e nei saggi del 1904-1907 diversi dei quali poi rifusi nel libro L’umorismo (1908), scritto per un'occasione accademica: il passaggio di ruolo sempre presso l'Istituto Superio­re di Magistero (avvenuto in effetti nel 1908). In questo periodo pubblica i ro­manzi I vecchi e i giovani (uscito in parte nel 1909, poi in volume per intero nel 1913), Suo marito (1911), Si gira... (1915) e comincia la laboriosa stesura di Uno, nessuno e centomila (che però sarà finito solo negli anni Venti e uscirà nel 1925). È questo anche il momento di una attività molto intensa nel campo della novel­listica: i suoi racconti, che sempre più spesso, a partire dal 1909, escono sul «Cor­riere della Sera», vengono poi riuniti in volume. Nel 1912 esce l'ultimo libro di poesie, Fuori di chiave. Del 1910 sono l'adattamento teatrale della novella Lumìe di Sicilia e un altro atto unico, La morsa, entrambi rappresentati dalla compagnia di Nino Martoglio a Roma. Ma per avere un segnale forte di cambiamento di in­teressi dalla narrativa alla drammaturgia occorre attendere altri cinque anni: nel 1915 infatti la compagnia di Marco Praga, con l'attrice Irma Grammatica, mette in scena la commedia di Pirandello Se non così... peraltro scritta anni prima. La svolta teatrale si realizzerà compiutamente a partire dall' anno successivo.


Il teatro umoristico e il successo internazionale (1916-1925)

Dopo l'atto unico All’uscita (1916) cominciano a uscire alcune delle opere più im­portanti di Pirandello in campo teatrale: Pensaci Giacomino! e Liolà nel 1916; Co­sì è (se vi pare), Il berretto a sonagli e Il piacere dell'onestà nel 1917; Il giuoco del­le parti nel 1918, che suscitano critiche, perplessità, accuse. È il periodo del "tea­tro del grottesco". Nel contempo la situazione familiare si aggrava: i figli sono in guerra, e uno, Stefano, viene preso prigioniero dagli austriaci; la moglie si aggra­va e nel 1919 viene fatta ricoverare dal marito in una clinica psichiatrica, non sen­za laceranti sensi di colpa. Pirandello comincia a raccogliere, presso l'editore Bemporad, sotto il titolo complessivo Maschere nude, la produzione drammatica, che continua a ritmo costante. Nel 1920 notevole successo ha Come prima, me­glio di prima. Nello stesso anno Pirandello tiene a Catania il discorso per l'ottan­tesimo compleanno di Verga, in cui celebra I Malavoglia come esempio di ro­manzo moderno, contrapponendolo alle opere di d'Annunzio.

La stagione del grande successo teatrale comincia con Sei personaggi in cer­ca d’autore (1921) che, dopo essere stato fischiato a Roma, s'impone cinque mesi dopo a Milano, dove, pochi mesi più tardi, è accolto con grande calore anche Enrico IV (1922). Nello stesso tempo Sei personaggi in cerca d'autore viene po­sto in scena a Londra e a New York. È il momento del successo internazionale, che non verrà più meno. Del 1922 è Vestire gli ignudi, del 1924 Ciascuno a suo modo, con cui Pirandello continua la linea del «teatro nel teatro», inaugurata con Sei personaggi in cerca d'autore.

Nel 1922-23 Pirandello avvia una riorganizzazione di tutta la sua preceden­te produzione novellistica, correggendola e ripubblicandola in un'opera che as­sume il titolo complessivo di Novelle per un anno. Quattro volumi escono già nel 1922, altri due nel 1923, altri ancora negli anni successivi. Intanto continuano a uscire i volumi di Maschere nude.

Nel 1924 Pirandello, subito dopo il delitto Matteotti, si iscrive al partito fa­scista, attraverso una lettera aperta a Mussolini. Egli vede infatti nel fascismo un movimento rivoluzionario che rappresenta la forza della vita capace di rompe­re le cristallizzazioni sociali; ne dà quindi un'interpretazione anarchica. D'altra parte, già da Il fu Mattia Pascal erano evidenti i dubbi e le perplessità di Piran­dello nei confronti della democrazia. Inoltre l'educazione patriottica lo induce a riconoscersi in un regime di tipo nazionalistico. Bisogna aggiungere peraltro che il fascismo di Pirandello è piuttosto umorale e viscerale che politico e che agli entusiasmi iniziali seguono ben presto delusioni e risentimenti. Intanto, però, l'appoggio di Mussolini gli consente di avere i finanziamenti per creare e dirigere la compagnia del Teatro d'Arte di Roma. Si tratta di un'esperienza du­rata tre anni (1925-28) nei quali Pirandello fa anche una lunga tournée in vari Paesi europei. Prima attrice è la giovane Marta Abba, a cui Pirandello si lega an­che sentimentalmente non senza ambiguità di ruoli (fra l'innamorato recrimi­nante e il padre protettore e geloso) e per cui egli scrive numerosi drammi.
La stagione del surrealismo (1926-1936)

Nel 1925 esce su rivista e nell'anno successivo in volume Uno, nessuno e centomi­la, romanzo in parte scritto nel corso degli anni Dieci, ma rivisto e concluso nel 1923 -25. E infatti la conclusione presenta un aspetto nuovo e ottimistico, una sor­ta di mistica fiducia nella natura, che segna un momento significativo di rinnova­mento. Di qui in avanti compare in Pirandello una tematica di tipo surrealista, ri­volta a valutare positivamente l'elemento inconscio, ingenuo, naturale, e a privile­giare non solo la "vita" - intesa come energia primitiva e disgregazione anarchi­ca dell'io - contro la "forma" (le norme e le consuetudini), ma anche il mondo dei miti e dei simboli contro la realtà delle convenzioni razionali e sociali. Si rive­lano dunque per la prima volta in Pirandello elementi mitici e mistici che mostra­no una qualche parentela con il Surrealismo. Questa nuova tendenza si rivela in alcune composizioni drammatiche, da Pirandello stesso definite «miti» (La nuova colonia del 1928, Lazzaro del 1929, I giganti della montagna, iniziato nel 1930 e mai concluso), e nelle ultime novelle, quelle scritte a partire dal 1931.

Parallelamente a questa produzione, Pirandello continua il «teatro nel tea­tro» con Questa sera si recita a soggetto e scrive numerose altre opere teatrali in cui temi, stile e trovate sceniche sembrano divenuti ormai di maniera (è il mo­mento del "pirandellismo" di Pirandello). Nel contempo ripubblica tutte le sue opere da Mondadori, divenuto, nel 1929, suo nuovo editore.

Sono anni, questi, in cui Pirandello, chiusa l'esperienza del Teatro d'Arte e deluso dal fascismo, vive prevalentemente all' estero, viaggiando di continuo e seguendo di persona la messa in scena delle sue opere o la loro trasformazione cinematografica. Nel 1930, per esempio, è a Hollywood per controllare la rea­lizzazione del film tratto da Come tu mi vuoi e interpretato da Greta Garbo. La sua fama è al colmo. Nel 1929 entra a far parte dell'Accademia d'Italia. Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura.

Mentre segue a Cinecittà la realizzazione di un film tratto da Il fu Mattia Pa­scal e sta contemporaneamente lavorando alla conclusione dei Giganti della montagna e all'ultimo volume delle Novelle per un anno, viene colto da una pol­monite e muore a Roma nel dicembre 1936. Fa in tempo a comunicare al figlio Stefano il progetto di conclusione dei Giganti della montagna, l'ultima sua gran­de opera. Postumo esce, qualche mese dopo, Una giornata, ultimo volume di Novelle per un anno.

Non ci furono onoranze pubbliche né funerali di Stato (Pirandello si era esplicitamente opposto); le sue ceneri furono traslate ad Agrigento, e una «roz­za pietra», com'egli voleva, fu posta per memoria ai piedi di un pino nella con­trada del Caos, dove lo scrittore era nato sessantanove anni prima.


da Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e l’interpretazione, vol 5, tomo II, ed Palumbo, 1997

Luigi Pirandello: tre aspetti caratterizzanti
Tre aspetti caratterizzano la produzione narrativa e teatrale di Pirandello: la forte ispirazione nichilista; la dominanza di tematiche esistenziali, legate al pro­blema della soggettività; l'interesse per la struttura, per il gioco di rimandi, equilibri, evocazioni che sca­turisce dal dramma e dalla narrazione.
1. Per il primo aspetto, Pirandello si collega a quel vasto movimento di idee, gusti letterari e atteggiamenti filosofici che Nietzsche aveva descritto negli ultimi decenni dell'Ottocento, e il cui tratto distintivo è la coscienza della crisi di valori in atto nell'Occidente. In Pirandello, il «nichilismo» della coscienza moder­na si esprime nei termini di un profondo pessimismo intellettuale, e agisce in modo determinante sull'opera: «io scrivo e studio – egli confessava alla sorella in una lettera del 1886 – per dimenticare me stesso, per distormi dalla disperazione».

Questo stato d'animo ha ragioni biografiche e insieme ideologiche. Allontanatosi dalla sua terra, la Sicilia, Pirandello non farà che rievocarla nei suoi scritti; la quiete e la sicurezza della vita familiare (che egli esalta in alcune lettere come unico punto di riferimento per lui pensabile) gli vengono precluse: la sua vicenda matrimoniale, intessuta di drammi, morbosità, passio­ni, culmina con l'internamento della moglie Antoniet­ta in manicomio, ed egli è costretto a ripiegare su una vita da artista, in alberghi e teatri. La tematica dell'esclusione e dello sradicamento influisce in modo determinante sulla visione pirandelliana della società.


2. Per Pirandello, come per altri scrittori della prima metà del Novecento, la reazione alle ansie e alla spersonalizzazione del vivere sociale è un ripiega­mento nella soggettività. Attratto da argomenti intimi, soggettivi, psicologici, egli mostra una certa superficialità ideologica quando si tratta di prendere posi­zioni pubbliche (è il caso della sua improvvisa inspie­gabile adesione al fascismo nel 1924, subito dopo l'assassinio di Matteotti). L'ideologia di Pirandello è in effetti prevalentemente basata sull'interiorità: egli giunge anzi a formulare negli scritti teorici una sua «filosofia soggettivistica della vita» ispirata al rela­tivismo di G. Simmel e di altri autori a lui contemporanei.

Nell'approfondire i contenuti della coscienza, Pirandello incontra sdoppiamenti, conflitti, mascheramenti, ossessioni, follie: sono questi i temi tipici della sua opera, e da essi scaturiscono i generi che egli predilige (il fantastico, il tragico, il caricaturale, l'assurdo).


3. Il nichilismo come stato d'animo di fondo, un vago esistenzialismo come filosofia reattiva, sono gli elementi che segnalano l'appartenenza di Pirandello al clima della sua epoca. Ma egli è un tipico letterato novecentesco anche per quel che abbiamo indicato come terzo aspetto dell'opera pirandelliana. La rottura che contraddistingue la modernità trova in Pirandello una piena esemplificazione in sede strutturale: è in quest'ambito infatti che egli esercita soprattutto il proprio sperimentalismo (mentre il linguaggio è spes­so volutamente semplificato, e privo di qualsiasi ela­borazione innovativa). Ci dà un'esatta misura delle novità strutturali da lui messe in atto il dramma Sei personaggi in cerca d'autore, in cui il critico Szondi ha visto un esempio tipico di teatro moderno. Vi ri­scontriamo tutti i fattori che abbiamo sintetizzato come caratteristici della modernità in letteratura: l'estremizzazione e distorsione dei procedimenti (qui è il caso del meccanismo shakespeariano del «teatro nel teatro»); l'introduzione di accostamenti stranianti, pause, reticenze, lacune; la messa in questione del rapporto tra soggetto e realtà.

Possiamo verificare la ricorrenza di queste categorie anche in altre opere. La vicenda di Mattia Pascal, in uno dei romanzi più celebri dell’autore, illustra le incertezze dell’identità, la complessità dei rapporti tra il soggetto, la morte, il sociale.


da Ceserani – De Federicis, Il materiale e l’immaginario, vol. V La società industriale avanzata, ed. Loescher, 1986






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