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Periodico mensile per i giovani Direzione Redazione Amministrazione


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Dicembre 2015 n. 12

Anno XLV


MINIMONDO
Periodico mensile per i giovani

Direzione Redazione Amministrazione

Biblioteca Italiana per i Ciechi

20900 Monza – Casella postale 285

c.c.p. 853200

tel. 039/28.32.71

fax 039/83.32.64

e-mail: bic@bibciechi.it

web: www.bibciechi.it
Registrazione 25-11-1971 n. 202

Dir. resp. Pietro Piscitelli

Comitato di redazione:

Massimiliano Cattani

Antonietta Fiore

Luigia Ricciardone

Pietro Piscitelli (Responsabile)
Copia in omaggio

Stampato in Braille a cura della

Biblioteca Italiana per i Ciechi

«Regina Margherita» Onlus

via G. Ferrari, 5/a

20900 Monza


Indice

Comunicazione importante

Che auto ci toccherà guidare

(di Cristiano Beretta, «Focus» n. 277/15)

Quello che (non) dice l'oroscopo

(di Amelia Beltramini, «Focus» n. 275/15)

Un regalo per te

(di Arianna Pescini e Giuliana Rotondi, «Focus Storia» n. 99/15)

Cotechino e zampone: specialità delle feste

(«RivistAmica» n. 10/14)

St. Moritz: clima... champagne

(di Laura Alberti, «Meridiani» n. 225/15)

Musica ribelle

(di Jasmina Trifoni, «Meridiani» n. 220/14)

Camilla Patriarca: la Campionessa di Ardenno si prepara alle Olimpiadi

(«RivistAmica» n. 9/15)

L'angolo di Breus
Comunicazione importante

Desideriamo informarvi che, a partire dal numero 1/2016, nel periodico Minimondo troverete soltanto gli articoli di carattere generale. La rubrica L'angolo di Breus non comparirà più all'interno del periodico, ma costituirà una rivista autonoma (probabilmente ne avete già ricevuto il numero 0).

In questo numero, la rubrica compare ancora, per l'ultima volta, e presenta solo le soluzioni relative al Ricercato Famoso e ai giochi enigmistici dei numeri scorsi.
Che auto ci toccherà guidare

(di Cristiano Beretta, «Focus» n. 277/15)

- Il caso Volkswagen cambia le sorti delle quattro ruote, che fra qualche anno saranno molto diverse da quelle di oggi. Non solo nel motore -

Quando, qualche settimana fa, l'Agenzia statunitense per la protezione dell'Ambiente (Epa) ha scoperto che la Volkswagen barava ai test per omologare alcuni modelli diesel - facendoli sembrare, in laboratorio, più ecologici di quanto non lo fossero su strada - è apparso chiaro che si trattava dell'inizio di un terremoto. I cui effetti avrebbero ben presto varcato i confini americani, investito anche i marchi concorrenti (per la maggior parte già dichiarati «colpevoli» da successivi test di laboratori indipendenti) e messo in discussione il futuro stesso dei motori diesel.

E ora? Che conseguenze avrà tutto ciò sulle auto che guidiamo e che guideremo nei prossimi anni? «Il caso Volkswagen ci sta dimostrando che abbiamo raggiunto il limite di ciò che è possibile fare con diesel e benzina. È giunta l'ora di passare a tecnologie di nuova generazione», ha commentato Elon Musk, numero uno di Tesla, una delle principali aziende che producono auto elettriche. In realtà, secondo alcuni specialisti, il colosso tedesco ha barato non perché la tecnologia disponibile non sia in grado di soddisfare le attuali norme sulle emissioni, ma (indovinate un po'?) solo per... sete di profitto: in particolare, installando un filtro per ripulire i gas di scarico più economico (e meno efficace) e lasciando a un software di bordo il compito di ingannare i laboratori dei test, Volkswagen avrebbe risparmiato tra 50 e 335 dollari per ogni vettura incriminata (secondo uno studio dell'osservatorio indipendente Icct, International Council on Clean Transportation). Indirettamente, però, questo conferma che la tecnologia attuale sarebbe in grado di realizzare un diesel (relativamente) pulito e che più che di un problema «da ingegneri» si tratta forse più di una questione da... contabili. E, sempre a proposito di euro, è facilmente prevedibile pure che, d'ora in poi, i motori diesel avranno addosso gli occhi di tutti, compresi quelli di chi ne sta finanziando lo sviluppo. Come la Commissione Europea, che già da tempo ha iniziato a privilegiare le ricerche su auto elettriche, a metano, a idrogeno e ibride (che sono tutte un po' più indietro) e non tollererebbe un altro scivolone del diesel.

A conti fatti, una tecnologia (quella dei motori a gasolio), che avrebbe i mezzi per competere con le altre, rischia di soccombere per un incidente di percorso. E uno scenario che vede avvantaggiarsi le tecnologie «alternative» è quanto si aspetta anche Masayuki Kubota, della società giapponese di investimenti Rakuten Securities, secondo il quale «la principale conseguenza sarà proprio quella di favorire motori in cui la componente elettrica avrà un peso sempre maggiore». Andiamo dunque verso un futuro dominato dalle «auto alla spina»? Calma. Le macchine elettriche promettono di fare il botto ormai da qualche lustro: sono «pulite» (non emettono gas di scarico), silenziose ed economicamente vantaggiose da usare (con 1 euro di corrente si percorrono circa 50 km, contro i 15 che si coprono con 1 euro di benzina e diesel). Persino il presidente americano Obama aveva auspicato di mettere un milione di veicoli a batterie sulle strade entro l'anno. Eppure, nonostante l'autonomia e le prestazioni siano ormai all'altezza dei bisogni del pendolare medio, i dati di vendita dicono che siamo lontani dall'obiettivo. Il motivo? Per ricaricarle ci vuole ancora troppo tempo (nella maggior parte dei modelli, per «fare il pieno» occorre una nottata), costano parecchio (come accade sempre quando una nuova tecnologia fa il suo debutto sul mercato) e la rete di «rifornimento» è inadeguata (al momento, per avere un'idea, in Italia ci sono 700 colonnine di ricarica a fronte di 23mila distributori di carburante). Senza contare che, volendo fare una valutazione completa sulla «bontà ecologica» di queste auto, si dovrebbero mettere nel conto pure le emissioni prodotte per ottenere l'energia per farle camminare.

Gran parte di queste controindicazioni riguardano anche l'altra «eterna promessa» delle quattro ruote, l'auto a idrogeno: per ottenere il prezioso combustibile (estraendolo da acqua, metano, benzina o gasolio) è infatti necessario consumare molta energia. Ciononostante, diverse case automobilistiche, soprattutto le orientali (Toyota, Honda e Hyundai) sono tornate a puntare su questa tecnologia e cercano di rilanciarla sul mercato dopo alcuni anni di stallo. Anzi, i primi modelli sono già per strada, anche se resta qualche problema: «Le fuel cell, cioè i dispositivi che trasformano l'idrogeno in energia elettrica, sono sempre più efficienti e meno ingombranti», spiega Giampaolo Sibilia di Nuvera, azienda italiana che produce questi sistemi. «Rimangono però costose e lo rimarranno finché non si realizzeranno adeguate economie di scala». Ovvero finché non diventeranno una tecnologia matura e i produttori non avranno recuperato gli investimenti iniziali. Ecco perché, per dire, un'automobile a fuel cell come la Toyota Mirai (poco più di una berlina) negli Usa costa come una Porsche Cayman (circa 58mila dollari)! Nel tentativo di superare questa empasse, alcuni governi hanno pensato di accordare ai veicoli a idrogeno lo stesso sostegno economico che in passato era stato garantito alle auto elettriche e ibride (quelle che oltre al motore elettrico ne hanno uno tradizionale): accade in Giappone e anche in California, dove la Commissione per l'Energia ha investito 27 milioni di dollari per costruire 19 stazioni di rifornimento. Nulla di rivoluzionario, ma meglio del resto del mondo dove le infrastrutture sono quasi inesistenti. Per il futuro un'idea potrebbe essere quella di scegliere l'idrogeno per alimentare le auto del car-sharing, così basterebbero pochi centri di interscambio per rifornire intere flotte. Ma pure in questo caso servirebbero investimenti milionari e sarà ben difficile assistere a un'invasione di auto a idrogeno a breve.

Ora sarà anche più chiaro il perché, quando si tratta di immaginare l'auto che guideremo entro i prossimi 5-10 anni, gran parte degli specialisti scommette sulle ibride, che abbinano ai vantaggi delle auto elettriche (in termini di «pulizia») i rassicuranti punti di forza di quelle tradizionali (dove il motore a benzina o a gasolio ricarica la batteria quando è agli sgoccioli). In particolare salgono le quotazioni dei modelli «plug-in», che si ricaricano anche direttamente dalla presa di corrente, proprio come fanno le auto elettriche «pure»: entro il 2017 dovrebbero arrivare sul mercato decine di nuovi modelli.

Ma a prescindere da quel che ci sarà sotto il cofano, ciò che potremmo chiederci, pensando alle auto di domani, è se saremo davvero noi a condurle. O se, invece, non avremo a che fare con auto-robot capaci di guidarsi da sole. La sperimentazione di Google, che ha già sguinzagliato i prototipi delle sue auto senza pilota per le strade attorno a Mountain View, sta dando risultati molto promettenti; e pure Apple è impegnata in un progetto (Titan, sul quale lavora uno staff di 600 persone destinate a triplicarsi nei prossimi anni) che prevede di lanciare un'auto a guida parzialmente autonoma per il 2019. Non tutti, però, sono convinti che l'anello di congiunzione tra il veicolo manuale e quello automatico sarà un'auto che, davanti a situazioni che il computer di bordo non fosse in grado di gestire, cederà il controllo a un conducente in carne e ossa: «In casi simili potrebbe mancare il tempo di richiamare l'attenzione del guidatore», sostiene Alberto Broggi del Vislab di Parma, tra i massimi esperti mondiali sull'auto senza pilota, «affinché possa prendere una decisione informata. Ecco perché ritengo che si passerà direttamente ad auto che non richiederanno alcuna assistenza umana». Che aspetto avranno? «Saranno salotti in movimento, quindi non molto diverse da quelle di oggi». Semmai restano da risolvere alcuni problemi di natura legale ed etica: in caso di «errore» del pilota automatico, per esempio, chi ne risponderebbe, i passeggeri o il costruttore? In una situazione in cui fossero in pericolo sia i passeggeri dell'auto sia altri automobilisti o pedoni, chi verrebbe tutelato dal sistema? Fatto sta che, secondo la società di consulenza Navigant Research, attorno al 2035 si venderanno ogni anno 85 milioni di veicoli capaci di guidarsi da soli, connessi in rete e in grado di cercare autonomamente le informazioni su meteo e traffico lungo il percorso. A noi resterà, al limite, il compito di programmare a distanza la ricarica della batteria o di impostare la temperatura del condizionatore, magari cliccando sul display di uno smartwatch.
Come funzionano i test?

Le prove si svolgono in laboratorio, su banchi fissi dotati di rulli per far girare le ruote. Una volta «ancorata» l'auto, viene collegato lo scarico a un'attrezzatura che analizza la composizione dei gas e un guidatore in carne e ossa regola la velocità in base a una tabella precisa: prevede un percorso simulato di 7 chilometri, accelerazioni molto blande e velocità fino a 120 km/h. Ricorrendo a lubrificanti molto fluidi, a pneumatici a basso attrito e scegliendo laboratori in alta montagna (dove l'aria è più rarefatta) già si ottengono risultati migliori che nella realtà. Volkswagen (e pare altre case) ha fatto di più: ha programmato la centralina che regola le emissioni affinché, durante il test, le riducesse rispetto al normale comportamento su strada (nel quale gli ossidi di azoto prodotti sono 10 volte più del consentito). Oggi chi ha un'auto «incriminata» può circolare senza problemi o timori di spese impreviste: sarà la casa produttrice a farsi carico delle modifiche necessarie per regolarizzare il veicolo.


Quello che (non) dice l'oroscopo

(di Amelia Beltramini, «Focus» n. 275/15)

- Gli studi negano l'influenza degli astri sul carattere delle persone. Ma, se si parla di salute, il mese di nascita conta -

Il mio Nobel? Merito degli astri, ha dichiarato Kary Mullis, premiato per l'invenzione di un sistema che amplifica il Dna e ne facilita lo studio. Un capitolo di un suo libro si chiama così: Sono un Capricorno. Mullis non è il solo a credere che ci sia un legame fra gli astri nel cielo al momento della nascita e gli eventi della vita. Anche un recente studio correla la data di nascita con i malanni che si verificheranno... Che le stelle abbiano ragione?

D'altra parte, in tutto il mondo occidentale - razionale, tecnologico e cartesiano - la magia è viva come presso i Caldei di Mesopotamia che la inventarono circa 2.500 anni fa. E se i rappresentanti del Centro italiano discipline astrologiche interpretano il movimento di stelle e pianeti in relazione al destino degli uomini, gli studi dicono che con l'aumentare della crisi economica aumenta anche il numero di astrologi, cartomanti e maghi.

Ma davvero dalla posizione delle stelle al primo vagito si possono prevedere la personalità, il decorso delle relazioni amorose, l'andamento delle fortune e del lavoro o la salute futura di un bebè? A sostegno dell'astrologia si citano gli studi di Michel Gauquelin, statistico matematico francese, e della moglie Françoise, risalenti alla seconda metà degli anni Settanta. Gauquelin era infatti convinto di aver dimostrato la relazione tra la posizione di certi pianeti alla nascita di ogni bimbo e la successiva scelta della professione «da grande».

Lo scienziato aveva preso come campione un gruppo di individui nati con Marte nel tema natale e, cercati fra loro gli «atleti», ne aveva trovati più di quanti era lecito aspettarsene. Una verifica scientifica dei dati, fatta nel 1995 dal Comitato di controllo del paranormale olandese, aveva scovato l'errore di metodo nella griglia di valutazione: Gauquelin non aveva stilato preventivamente il profilo di che cosa intendesse per «atleta», e così nell'ammucchiata erano finiti i veri atleti, e anche chi faceva un po' di ginnastica in palestra. Dunque uno studio i cui risultati erano falsati. Se non c'è correlazione fra segno zodiacale e attività professionale (o sportiva), c'è forse con i fatti della vita quotidiana? Certamente, se gli astri fornissero informazioni attendibili, sarebbero utili anche in campo economico. Per esempio, le compagnie di assicurazione potrebbero stabilire l'importo dei premi in base alla maggiore o minore «sinistrosità» prevista degli individui. È quello che devono aver pensato i manager della Cassa nazionale di assicurazione contro gli incidenti di Berna, compagnia di assicurazione svizzera, che hanno studiato l'eventuale correlazione tra segno zodiacale dei clienti e numero di incidenti denunciati. Per scoprire che le stelle, in questo settore, sono ininfluenti.

Eppure, se lo afferma un Nobel come Mullis, ci saranno almeno delle correlazioni fra astri e successo nella ricerca scientifica? La domanda era intrigante e così i ricercatori del dipartimento di medicina dell'University of Western Ontario (Canada) hanno spulciato le date di nascita di ben 171 Nobel in medicina e fisiologia e di altri 742 Nobel in tutte le discipline. Niente da fare, i Nobel in medicina del Capricorno, il segno di Mullis, sono il 4,68% e quelli di tutte le discipline il 5,62%: essere del Capricorno, insomma, non aumenta la probabilità di essere premiato in Svezia.

Ma, almeno, i corpi celesti influenzano il carattere? La posizione dei pianeti al momento della nascita, dicono gli astrologi, determina i tratti generali della personalità. Shawn Carlson, fisico dell'Università della California a Berkeley (Usa), ha voluto verificarlo con dati statistici, psicologici e astrologici. Un gruppo di astrologi ha elaborato la personalità zodiacale di 116 studenti in base ai soli dati di nascita, mentre un gruppo di psicologi interpretava il test standard di personalità, il Cpi, compilato dagli stessi studenti. E alla conclusione dello studio, nel quale psicologi e astrologi nulla sapevano dei rispettivi risultati, si dimostrò inconfutabilmente che lo zodiaco non fornisce dati attendibili neppure sul carattere. Conclusione: nell'astrologia, dicono gli scienziati, non c'è nulla di razionale. «Si può stimare che se anche tutti i pianeti fossero allineati sulla testa di un nascituro, congiuntura mai verificatasi, la loro forza di attrazione sarebbe pari alla differenza di forza gravitazionale che c'è fra raso terra e un metro di altezza», calcola Adalberto Piazzoli, già ordinario di fisica generale all'Università di Pavia. «E benché nessuno creda che nascere al primo o al secondo piano di un edificio possa influenzare il carattere del neonato, molti continuano a credere all'influenza degli astri».

Per i più l'astrologia è un gioco innocente, che non influenza nessuno e non fa danni. Ma David Phillips, dell'Università della California a San Diego, non crede a questa tesi e ha esaminato i decessi di 28mila cinesi immigrati negli Usa. L'astrologia cinese afferma che il fato individuale è influenzato dall'anno di nascita: se l'ultima cifra è 0 o 1 è l'anno del metallo; se 2 o 3 dell'acqua, e così via per gli anni del legno, del fuoco e della terra. Ogni elemento predispone a una malattia. Chi è nato nel segno della terra è predisposto ai tumori, chi nel segno del fuoco alle malattie cardiache, mentre il segno del metallo favorirebbe le patologie respiratorie. E la ricerca di Phillips ha dimostrato che, quando un cinese si ammala della malattia cui è astrologicamente predestinato, getta la spugna: i più attaccati alla tradizione muoiono da 1,3 a 4,9 anni prima degli individui del gruppo di controllo, nati lo stesso anno e con la stessa malattia, ma che non credono nel destino astrologico. Questi risultati, insomma, sono frutto delle convinzioni, dell'effetto nocebo: è dannoso credere che qualcosa faccia male.

Ma una parte di verità deve pur esserci, se già 2.500 anni fa Ippocrate descriveva la correlazione fra stagionalità e malattie con queste parole: «Perché conoscendo il mutare delle stagioni [...] e come ciascuna di esse ha luogo, il clinico sarà in grado di prevedere che tipo di anno seguirà [...] perché con le stagioni cambiano gli organi digestivi umani». Fole di una medicina arcaica e ancora assai poco scientifica? O veramente le stelle predicono la salute? Non proprio: recenti studi collegano il mese di nascita con malattie neurologiche, del sistema riproduttivo, endocrine e immuno-infiammatorie. Nicholas Tatonetti, del dipartimento di informatica biomedica della Columbia University di New York, ha costruito un archivio di 1,7 milioni di soggetti nati tra il 1900 e il 2000, e poi ha studiato l'associazione tra mese di nascita e 1.688 patologie. E ha scoperto che 55 malattie erano significativamente correlate al mese di nascita. Ma la correlazione non è con il segno zodiacale, uguale in tutti gli emisferi, bensì con il clima: chi per esempio nasce nelle stagioni in cui sono più abbondanti gli acari della polvere ha un aumento del rischio del 40% di soffrire di asma da acari, il che conferma la tesi che essere sensibilizzato a un allergene nell'infanzia aumenta il rischio di soffrirne. Alcune malattie neurologiche possono invece essere associate alla nascita nei mesi invernali a causa delle variazioni della vitamina D, la cui produzione è legata all'esposizione al sole. Chi nasce, per esempio, a marzo a New York ha un rischio maggiore di malattie cardiovascolari, ma una protezione rispetto alle malattie respiratorie e neurologiche. Mentre chi nasce ad ottobre ha un aumento del rischio di malattie respiratorie e un aumento della protezione rispetto ai disturbi cardiovascolari. Alcuni mesi, poi, sono più fortunati: chi nasce da maggio a luglio non ha rischi aumentati per nessuna malattia.

Ma, mentre possono esserci correlazioni nell'incidenza delle malattie legate alla stagionalità fra New York, Madrid e Napoli, tutte sul 41° parallelo a nord dell'Equatore, bisogna tener conto dell'inversione delle stagioni quando si ragiona sull'altro emisfero. Per esempio, la Tasmania australiana o la provincia del Rio Negro argentina sono sul 41° parallelo a sud dell'Equatore e quindi hanno un andamento stagionale invertito rispetto a New York (ma non i segni zodiacali). E persino restando nell'emisfero settentrionale, i ricercatori hanno confrontato i dati di New York con quelli danesi di Copenaghen (fra il 54° e il 55° parallelo nord) e hanno scoperto che lo spostamento temporale del picco di insolazione fra le due aree geografiche, che condiziona la presenza di acari, fa slittare di due mesi la correlazione fra mese di nascita e rischio di asma.

Anche nel caso del peso alla nascita, la correlazione non è con gli astri ma con le temperature: ai paralleli in cui fa più caldo le madri nell'ultimo trimestre di gravidanza mangiano meno e i ricercatori di Harvard e dell'Università israeliana Ben Gurion hanno calcolato che, soprattutto nelle aree urbane, per ogni aumento di 8,4°C si ha una riduzione del peso del bimbo alla nascita di circa 17 grammi, e una lieve diminuzione della durata della gestazione: ma anche in questo caso è colpa del gran caldo, non degli astri.
Un regalo per te

(di Arianna Pescini e Giuliana Rotondi, «Focus Storia» n. 99/15)

- L'usanza di scambiarsi doni è vecchia quanto l'uomo. Ma nel corso dei secoli ha mutato significato. Che cosa ci si regalava e quale fu il primo regalo? -

«Se si vuol che l'amicizia si mantenga, bisogna che una borsa vada e l'altra venga», dice il proverbio. E mai come a Natale le borse, vuoi per amicizia, vuoi per ragioni di circostanza, vanno e vengono. La pratica dello scambio dei doni il 25 dicembre però è antica ed è figlia di un crogiolo di tradizioni: alcune pagane, altre religiose, tutte arcaiche. C'è chi dice per esempio sia stato un vescovo bizantino - in Italia conosciuto come san Nicola di Bari - a dar vita nel IV secolo all'usanza di nascondere piccoli doni nelle scarpe che i bambini lasciavano fuori dalla porta a Natale. Gettando il seme della tradizione di Santa Claus (alias Sankt Nikolaus). La celebrazione della nascita di Gesù proprio a fine anno sarebbe invece una cristianizzazione di un precedente rito pagano. Ma perché ci si scambiano regali? E che significato hanno avuto nei secoli?

«Fin dall'epoca degli eroi omerici lo scambio di doni poteva sottolineare un rapporto paritario fra due individui, ma anche disuguale, creando dipendenza e subordinazione», spiega Gianluca Cuniberti, docente di Storia greca all'Università di Torino. «Poteva segnare per esempio il passaggio di oggetti preziosi e talismanici che davano il potere a chi li deteneva; e poteva addirittura essere il mezzo di un'azione risarcitoria che riparava un danno subìto, evitando altre soluzioni, magari violente».

Il grande ruolo svolto dai doni nella cultura greca, spiegherebbe così perché proprio un regalo - il famigerato cavallo di Troia - segna uno degli episodi più epici dell'antichità. Quando i Troiani trovarono l'animale di legno davanti alle loro mura non si insospettirono. Credettero in buona fede che si trattasse di un dono di pace, fatto dagli Achei, ovvero i Greci. Pratica frequente allora. Lo stesso re greco Agamennone aveva provato a placare l'ira di Achille a forza di doni, a conferma che la pratica era assai diffusa. Su cosa donare, ci si poteva sbizzarrire. «Gli oggetti erano spesso simbolici», precisa lo storico. «Solitamente rappresentavano un oggetto importante in scala ridotta. Per questo sono frequenti ritrovamenti di carri e armi in miniatura, statuine antropomorfe di ogni tipo e oggetti che si definiscono pre-monetari perché, usati in gran numero, hanno svolto una funzione che poi è stata assunta dalla moneta».

La pratica di scambiarsi doni simbolici, per cementare alleanze o risolvere conflitti, si tramandò anche tra gli Etruschi. I ritrovamenti archeologici hanno confermato che questo popolo offriva agli dèi oggetti in miniatura (rappresentazioni di animali, cibo o beni preziosi), usati anche come merce di scambio all'interno della comunità. Spesso chi li donava vi incideva la propria firma. Il tutto per una ragione di prestigio: inizialmente la società etrusca era strutturata intorno a pochissime famiglie aristocratiche che dovevano ribadire e ostentare il loro potere. E uno dei modi per farlo era servirsi del cosiddetto «circuito del dono». Regalare a qualcuno della propria cerchia un manufatto «firmato» che il destinatario a sua volta poteva riciclare facendo così circolare il nome del primo donatore. Il circuito consisteva, secondo gli studiosi, proprio in questo: nell'atto del regalare, senza avere la garanzia di una contropartita. Secondo la definizione del sociologo canadese Jacques T. Godbout, un dono è «ogni prestazione di beni e servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone».

A Roma si diffuse l'usanza di scambiarsi i regali proprio a fine anno, a ridosso di quello che nella cultura cristiana sarà il Natale: non a caso fin dalla prima fondazione dell'Urbe si omaggiava il cosiddetto dio degli inizi, Giano, e la dea Strenia (dalla quale deriva la parola «strenna», regalo), per avere prosperità per il nuovo anno. Come rito augurale ci si scambiavano ramoscelli di alloro, ulivo, fico, che vennero poi sostituiti da piccoli oggetti, per la gioia dei bambini che invece ricevevano in dono dolcetti di pasta e marzapane.

Nello stesso mese invernale si tenevano anche i Saturnalia (dal 17 al 23 dicembre): festeggiamenti, banchetti e sacrifici al dio Saturno. Da alcuni epigrammi di Marziale scopriamo che i Romani in questa occasione si scambiavano regali economici come dadi, candele di cera colorata, abiti, libri, una moneta, piccoli animali domestici.

La diffusione del cristianesimo comportò un «giro di vite» per il sistema del dono. Se da un lato la nuova religione fece proprie molte tradizioni pagane, scegliendo per esempio il 25 dicembre (festa di fertilità del Sol Invictus) per celebrare la nascita di Gesù, dall'altra reinterpretò l'idea di regalo. «La religione cristiana ha sdoganato la concezione del dono come atto gratuito nei confronti dell'altro, secondo gli insegnamenti di Gesù. Il dono per eccellenza divenne fare offerte ai poveri», precisa Andrea Salvini, docente di Metodologia e ricerca sociale all'Università di Pisa. Il regalo non serviva più a ribadire il proprio ruolo sociale. Diventava semplicemente un modo per guadagnarsi un posto in Paradiso. Era un atto di carità.

La sobrietà chiesta al popolo di Dio rimase invece estranea alla sfera politica. Già nel Medioevo e ancor più nel Rinascimento: alla corte di Lorenzo il Magnifico, nella Firenze del '400, approdavano spesso sontuosi regali, doni degli ambasciatori stranieri. Tra i regali più simbolici, il Magnifico ricevette per il figlio Giovanni il cappello cardinalizio dal pontefice Giulio II. Senza immaginare cosa, anni dopo, lo stesso Giovanni, divenuto papa con il nome di Leone X, avrebbe ricevuto per la sua incoronazione: re Manuele d'Aviz di Portogallo gli spedì un elefante albino (stesso dono fatto a suo tempo dal califfo di Baghdad a Carlo Magno).

Le cronache narrano che la nave che trasportava Annone (la bestia fu chiamata così in onore del generale cartaginese) arrivò da Lisbona a Roma il 12 marzo 1514. Il cucciolo di 4 anni fu portato in processione per le strade tra l'entusiasmo della folla, insieme a due leopardi, una pantera, pappagalli, tacchini rari e cavalli indiani. Il papa lo attese a Castel Sant'Angelo. La leggenda vuole che una volta giunto davanti a lui, l'elefante bianco si sia inginocchiato per tre volte in segno di omaggio, strofinandogli la proboscide sulle pantofole; poi, obbedendo a un cenno del suo custode indiano, aspirò l'acqua con la proboscide da un secchio e la spruzzò contro i cardinali e la folla.

La gara a chi faceva il regalo più raffinato proseguì ininterrotta. Alla corte di Versailles Luigi XIV donava ai diplomatici bomboniere in madreperla e avorio dipinto o in oro. E, sempre lui, durante la visita del doge di Genova, donò all'ospite propri ritratti personali incorniciati di gemme e vari arazzi.

«Oggi, l'aspetto del legame e del mostrare affetto attraverso un dono è rimasto intatto», commenta Raffaello Ciucci, docente di Sociologia a Pisa. «La pratica del Natale o quella del compleanno, soprattutto nella ristretta cerchia di familiari e amici, gode ancora di ottima salute».

È venuto meno, invece, il ruolo comunitario del dono, tipico dell'antichità e delle società arcaiche, l'idea che il regalo possa avere «un'anima» e sia in grado di alimentare un circuito virtuoso di coesione sociale. Si trattava di un pensiero magico, estraneo alla nostra cultura razionalista. «Sarebbe il dono di socialità, che da noi sopravvive sotto forma di volontariato», conclude Ciucci. «Il regalo per eccellenza, che mantiene la gratuità e la nobiltà del gesto».
I dieci regali più curiosi della storia

II millennio a.C.: il cavallo di Troia - Durante la guerra con gli Achei, i Troiani fecero entrare il famigerato cavallo all'interno della città, convinti che fosse un dono di pace da parte dei nemici.

590 a.C.: giardini pensili - Il re babilonese Nabucodonosor II si dice che fece costruire i celebri giardini con le piante preferite della moglie Amytis, che soffriva di nostalgia per la sua patria, l'antico Iran.

798 d.C.: Abul-Abbas - Era il nome dell'elefante albino asiatico di Carlo Magno, ricevuto in dono dal califfo di Baghdad, Harun al-Rashid.

1596: Bacco di Caravaggio - Fu donato dal cardinale Del Monte a Ferdinando I de' Medici, in occasione delle nozze del figlio di questi, Cosimo II.

1840: regina formaggiata - Per il suo matrimonio, la regina Vittoria d'Inghilterra, tra i vari regali, ricevette una gigantesca forma di formaggio del diametro di 3 metri e pesante mezza tonnellata.

1888: orecchio d'artista - Van Gogh si tagliò un orecchio. Secondo alcuni biografi, il pittore inviò la parte mozzata a Rachele, prostituta di cui si era invaghito, come pegno d'amore.

1889: la Statua della Libertà - Fu costruita in Francia e donata agli americani in segno di alleanza per celebrare il centenario della nascita degli Stati Uniti.

1945: aquila «avvelenata» - Durante la Guerra fredda un ambasciatore russo donò al governo Usa una versione dello stemma americano. Nel becco c'era però una sofisticata cimice. Fu scoperta solo nel 1952.

1947: pista da bowling - Il presidente americano Harry Truman ricevette per il compleanno una pista da bowling a due corsie. Venne installata alla Casa Bianca.

1969: a 68 carati - L'attore Richard Burton donò alla moglie Liz Taylor un diamante da 68 carati a forma di goccia, venduto poi nel 1979 per ben 5 milioni di dollari.
Mauss: l'economia del dono

L'antropologo francese Marcel Mauss a inizio '900 analizzò il dono in diverse società primitive. E raccontò le sue conclusioni nel Saggio sul dono (1923). In queste culture, spiegò, lo scambio assumeva una forma differente rispetto a quella a cui ci ha abituato la logica utilitaristica dello scambio di mercato. Le transazioni economiche si basavano infatti sulla logica della reciprocità, riassumibile nella formula «dare, ricevere, ricambiare».

Chi faceva un dono a un altro lo obbligava a sua volta a ricambiare. Si trattava di un obbligo morale, non perseguibile per la legge, né sanzionabile. Il valore del dono stava quindi nell'assenza di garanzie per il donatore. Il che presupponeva una grande fiducia negli altri.

Un'altra pratica «sovversiva» rispetto alle logiche dell'economia di mercato era il potlatch, cerimonia rituale tipica dei nativi nordamericani che serviva a stipulare o rinforzare le relazioni gerarchiche tra i vari gruppi. Attraverso il potlatch individui dello stesso status sociale distribuivano doni o facevano a gara a distruggere beni preziosi per affermare pubblicamente il proprio rango (o per riacquistarlo nel caso lo avessero perso). Così si bruciavano carne di foca e di salmone, si incenerivano i vestiti, si spargeva per terra olio e sale. Chi più «distruggeva» o «sprecava», più saliva nella gara alla conquista del primato sociale.


Cotechino e zampone: specialità delle feste

(«RivistAmica» n. 10/14)

- Il prodotto nato in Emilia è l'antesignano di tutti gli insaccati e il protagonista delle feste invernali -

L'Italia è la patria dei salumi, impossibile contare tutte le varietà e tipicità regionali. Una discendenza così vasta e gloriosa ha un padre illustre: il cotechino, la cui nascita si perde nella notte dei tempi. E al capostipite di una schiera di prodotti gastronomici tanto distintivi del nostro paese, la tradizione non può che riservare un posto di prestigio in tavola: a lui l'onore di chiudere e aprire le abbuffate dell'anno, nell'immancabile cenone di Capodanno. Un piatto semplice ma dal sapore deciso e speziato che, assieme alle lenticchie o al purè di patate, è di buon augurio per tutti i commensali.

Ma attenzione a non fare confusione fra cotechino e zampone: la differenza tra questi due salumi da cuocere è piccola, ma c'è e sta tutta nell'involucro. Se infatti il cotechino è «insaccato» nel budello del maiale, nello zampone l'impasto viene inserito nella pelle dell'arto anteriore dell'animale. Questa trovata risale, secondo la leggenda, al 1511, quando i cittadini di Mirandola (Modena), assediati dall'esercito di Papa Giulio II Della Rovere, decisero di macellare tutti i maiali e conservarne la carne nelle zampe pur di non regalare al nemico tutto quel ben di Dio. Anche il contenuto varia, anche se non in maniera significativa. L'impasto dello zampone prevede il 60% di carni magre fresche selezionate (polpa di spalla, gamba, collo e geretto), il 20% di cotenna tenera macinata e il 20% di gola, guanciale e pancetta; la miscela di spezie e aromi - fra cui sale, noce moscata e cannella - è un segreto che ciascun produttore conserva gelosamente. Il più antico cotechino, invece, è un alimento povero, composto da parti meno nobili dell'animale: carne suina magra come spalla e guanciale e poi cotenna e lardo tritati, il tutto insaporito da sale, pepe, noce moscata ed erbe aromatiche.

Non si può certo dire che zampone e cotechino siano pietanze dietetiche, ma in nome della tradizione uno strappo è più che lecito. In più, va sottolineato che il maiale è fonte di proteine e di vitamine B1 e B2. L'apporto calorico di questo piatto dipende dalla proporzione fra carne magra, lardo e cotenna. Leggete sempre l'etichetta sulla confezione: la parte grassa non deve superare il 30-35% del totale.

Se volete cucinare a casa il prodotto fresco preparato in macelleria, dovete bucare il cotechino con una forchetta e avvolgerlo in un telo di cotone bianco. Dopo aver legato le estremità con uno spago, immergetelo interamente in una pentola piena d'acqua e portatela ad ebollizione; poi abbassate la fiamma e lasciate cuocere per circa due ore, al termine delle quali potete scolarlo e tagliarlo a fette. Per i prodotti precotti basterà invece seguire le indicazioni riportate sulla confezione. Un buon cotechino si riconosce dalla consistenza non troppo collosa al contatto con il palato; attenzione però alle macchie scure, che sono segno di carne non fresca.

Non solo Emilia, però: la Lombardia ha ben presto imparato l'arte, realizzando salumi tutti suoi. In Brianza ad esempio il cotechino si è sempre chiamato «vaniglia», come la spezia che lo caratterizza. La specialità è più delicata del cotechino originale, non risultando né salata, né piccante. La Boccia della Brianza è fatta con lo stesso impasto del vaniglia, ma il budello è costituito da vescica di vitello e il diverso mix di spezie la rende più leggera. Per la sua dimensione richiede una cottura più lunga del cotechino, e questo fa sì che le cotenne e le carni dell'impasto si sciolgano rendendo la Boccia ancora più mostosa e saporita. Un'altra chicca brianzola, con varianti comasche e mantovane, è la mortadella di fegato, che in Alta Brianza si mangia cotta mentre da Monza in giù si gusta anche cruda, più stagionata e sbriciolata sulla polenta calda. L'insaccato, di forma simile a una zucca, nell'impasto prevede oltre naturalmente al fegato di maiale anche aromi come cannella, chiodi di garofano, noce moscata e vino rosso, che gli conferisce il caratteristico colore violaceo.

Salendo verso i monti il paesaggio cambia e con esso gli insaccati. Il sanguinaccio dell'Alta Val Camonica, di pasta simile a quella del cotechino ma con l'aggiunta di sangue dell'animale, si può gustare lessato o dopo alcuni mesi di essiccazione. Il «Codeghì de la bergamasca» invece si realizza con carni di coscia, spalla e coppa, oltre che sottogola o pancettone; all'impasto si aggiunge pepe nero, ma soprattutto vino rosso ed aglio fresco pestato o messo in infusione nel vino. Particolare è anche il «cotechino bianco» della Valtellina e della Valchiavenna, in cui finiscono anche le parti meno pregiate come orecchie e muso e che viene poi aromatizzato con vino bianco. Di consistenza morbida ed elastica, si presenta con un colore chiaro, quasi bianco, con punteggiature dovute alle spezie.
Polpette e carbonara, bontà con gli avanzi

Se del maiale non si butta via niente, figuriamoci del cotechino avanzato dal cenone. Un'idea può essere quella di ritagliare dei dischi di polenta grandi come le fette di cotechino e cuocerli in forno, per creare degli sfiziosi crostini. Oppure, sbriciolate le fette e usatele al posto della pancetta o del guanciale per realizzare una «pasta alla carbonara delle feste» dal gusto decisamente originale. Un altro modo per riciclare la carne rimasta è ridurla in poltiglia e mischiarla con macinato di vitello, pane ammorbidito nel latte, uovo e Parmigiano per preparare delle polpettine saporite da cuocere in forno e da accompagnare con un'insalatina di verdure fresche.


St. Moritz: clima... champagne

(di Laura Alberti, «Meridiani» n. 225/15)

- Il turismo invernale nacque qui, quasi per sfida. Oggi, questa località dell'Engadina ha un fascino senza pari -

Nel Giardino dell'Inn ci sono vette possenti e decine di piccoli laghi, sorgenti termali e alpeggi solitari. Nel giardino dell'Inn camosci e stambecchi, marmotte e le rare lepri variabili, rossicce d'estate, bianche d'inverno, si lasciano ammirare dagli escursionisti che si avventurano per i sentieri di un Parco Nazionale che è il più antico della Svizzera. Nel Giardino dell'Inn - Engadina, nell'antica lingua romancia che ancora si parla in questa valle -, natura e mondanità coesistono senza contrapporsi.

Si scia, si cammina e si va in bicicletta. Da oltre 150 anni, il turismo internazionale d'élite arriva qui per St. Moritz, la più antica destinazione di sport invernali al mondo. E tutto grazie a una scommessa. Dopo decenni di turismo estivo, seguito alla scoperta di una sorgente di acqua curativa all'inizio dell'800, un intraprendente albergatore fece una proposta provocatoria ai suoi ospiti inglesi: li invitò a tornare in inverno, sostenendo che avrebbero trovato lo stesso clima mite, da godere al sole in maniche di camicia sulla terrazza del suo albergo. Se non fosse andata così, avrebbe pagato di tasca propria le spese del viaggio. I suoi ospiti, pur increduli, fecero ritorno a Natale, e si fermarono fino a Pasqua. Oggi St. Moritz, dall'alto dei suoi 1856 metri e dei suoi blasoni sportivi (ha ospitato due Olimpiadi invernali), avvolge tutta l'Engadina nella propria aura scintillante.

Un riflesso che emana dalle cime e dai laghi, dalle vetrine delle boutique e dalle cucine dei ristoranti stellati. Il suo nome è diventato un marchio registrato, simbolo di qualità come il suo famoso «clima champagne», frutto di aria asciutta e sole.

Benché le rinomate piste da sci del Corviglia/Piz Nair, del Corvatsch e del Diavolezza siano un forte richiamo invernale, è l'estate ad attrarre il maggior numero di turisti che salgono su quelle stesse montagne per escursioni a piedi e in bicicletta. Ci sono oltre 400 km di stretti singletrail e di tracciati in Engadina, una delle principali mete alpine per gli appassionati di mountain-bike. I più agili possono avventurarsi nel verde con il Trottinett, una specie di monopattino leggero e veloce che monta ruote da mountain-bike e si presta ad attività acrobatiche.

Tipica è la discesa fino a Celerina dalla stazione a monte della funivia di Marguns, a 2273 metri d'altitudine (dove si trova anche un parco di divertimenti). Neppure a chi va a piedi mancano le escursioni emozionanti, come il trekking sulla neve ghiacciata del Pers e del Morteratsch, sul Diavolezza, o la risalita della via ferrata fino ai 3146 metri di quota del Piz Trovat. Meno difficoltosa ma egualmente emozionante è la salita in funicolare a Muottas Muragl, una località a 2454 metri fra Celerina e Pontresina. Da qui si può salire al rifugio Segantini sullo Schafberg, dove Giovanni Segantini si ritirò in solitudine per dipingere il suo famoso Trittico della Natura. E dove morì, nel 1899, lasciandolo incompiuto. I tre grandi dipinti sono oggi conservati nel Museo Sagantini. Se d'inverno si svolgono le corse dei cavalli e si pratica lo sci di fondo sui laghi ghiacciati, d'estate ci s'immerge. Si trovano dappertutto raccolti specchi d'acqua, al limite dei boschi e nelle valli solitarie. Particolarmente belli sono il Lägh da Cavloc, un tondo occhio di cielo in mezzo ai boschi vicino a Maloja, il Lej Nair ai piedi del Piz Bernina e il minuscolo Lej Marsch presso St. Moritz-Bad.


Musica ribelle

(di Jasmina Trifoni, «Meridiani» n. 220/14)

- Il profilo dell'arpa celtica gli irlandesi l'hanno perfino sul passaporto... Così i loro ritmi girano per il mondo, da quelli tradizionali al rock più progressivo -

Qualche tempo fa, nei giorni in cui il Gangnam Style del rapper coreano Psy tagliava il traguardo record dei due miliardi di visualizzazioni su YouTube, un altro video cominciava a fare il giro del mondo: nel primo mese dalla sua comparsa sul web è stato visto da 34 milioni di utenti. In questo caso, però, si tratta di un video amatoriale, girato da uno degli invitati alle nozze di tali Chris e Leah O'Kane celebrate il 5 aprile 2014 nella chiesa parrocchiale di Oldcastle nella contea irlandese di Meath. Si vede l'officiante, padre Ray Kelly, che pronuncia la frase di rito, «Vuoi tu sposare...» e, dopo il «sì» della coppia, intona una personalissima versione di Halleluyah di Leonard Cohen. Interpellato dalla Bbc, Cohen - che scrisse quel pezzo nel 1984 - ha dichiarato di essersi emozionato ad ascoltare Ray Kelly, mentre, a meno di un mese dalla performance, la Sony e la Universal, le due più prestigiose etichette musicali del mondo, si sono fatte avanti per produrre un disco del prete. Che, dal canto suo, come ha rivelato in un'intervista apparsa sull'Irish Times, sta valutando le offerte di quello che definisce «un dono del Signore».

Nell'anno in cui, da noi, una suora ha incantato giudici e telespettatori di The Voice, che un parroco di campagna irlandese sia diventato una star forse non è una notizia troppo curiosa. E, dopotutto, non sono pochi i divi del rock che hanno mosso proprio in chiesa i primi passi della loro carriera: è accaduto, per esempio, agli U2 che da adolescenti, negli anni Settanta, erano sempre in tour nelle parrocchie di Dublino. E, forse, stupisce ancora meno il fatto che il nuovo idolo musicale di Internet sia proprio irlandese, perché l'Irlanda è, in rapporto alle dimensioni e al numero di abitanti, il Paese che, almeno a partire dalla seconda metà del XX secolo, ha dato di più alla musica mondiale. E non si tratta soltanto dei cittadini irlandesi, gli unici a sfoggiare sul passaporto uno strumento musicale (vale a dire il disegno stilizzato dell'arpa celtica dei bardi medievali conservata al Trinity College): c'è del Dna irish anche in un numero impressionante di idoli delle folle degli ultimi decenni, a cominciare da Paul McCartney e John Lennon, discendenti di immigrati irlandesi. Non a caso, entrambi scrissero una canzone anti-inglese in seguito alla tristemente famosa «domenica di sangue» del 1972 nella città di Derry, in Irlanda del Nord, quando l'esercito britannico fece strage di 26 manifestanti per i diritti civili: si intitolava Give Ireland Back to the Irish. Scorre sangue irlandese, poi, nelle vene di Noel e Liam Gallagher degli Oasis, così come in quelle di Bruce Springsteen, di Mariah Carey e di Cristina Aguilera. Quanto alla musica folk, gli Irish Rovers - considerati dagli stessi irlandesi come la band ambasciatrice della loro musica tradizionale nel mondo - sono tutti nati a Toronto, è vero, ma da genitori irlandesi.

In effetti, quando emigrarono in America e in Australia per sfuggire alla Grande Carestia, gli irlandesi venivano considerati i «negri bianchi» perché costituivano i livelli più bassi della forza-lavoro. Oggi si giocano con la gente di colore il primato di chi è dotato di maggiore senso musicale. E vincono per versatilità, dato che primeggiano sia nella musica «alta», sia nel rock, nel folk e nel pop. L'Irlanda è il Paese che ha trionfato in più edizioni dell'Eurofestival, la massima competizione canora del continente, nonché quello che nelle grandi orchestre mondiali (dalla London Symphony Orchestra alla Wiener Philharmoniker) ha il maggior numero di rappresentanti, tutti cresciuti alla Royal Irish Academy of Music di Dublino, uno dei conservatori più prestigiosi al mondo.

Definire l'Irlanda, poi, un'isola dall'anima rock è fin troppo facile. Basterebbero gli U2, che hanno vinto 22 Grammy (l'equivalente musicale degli Oscar), più di ogni altra rock band nella storia, e hanno almeno cinque brani in tutte le Top 20 tra le canzoni più belle di sempre. Ma, in quello che potrebbe essere un elenco lunghissimo degli irlandesi rock di fama planetaria, vanno citati per gli anni Novanta i Cranberries e la provocatoria Sinead O'Connor mentre oggi ci sono gli Snow Patrol (che sono un mix irlandese-scozzese) e i Republic of Loose, giudicati nel 2009 dall'Irish Times come «un'originalissima sintesi tra i Rolling Stones, James Brown e James Joyce». Fra gli altri spiccano anche i My Bloody Valentine, che hanno rivelato una nuova estetica del genere progressive rock, sebbene per ora apprezzata soltanto dai cultori a causa delle armonizzazioni «difficili» e spesso volutamente cacofoniche: a chi assiste a un loro concerto fischiano le orecchie almeno per le 24 ore successive.

Quanto agli eterni mostri sacri del passato, non si può non citare Rory Gallagher, uno dei chitarristi più energici della storia del rock, scomparso nel 1995: la Bbc trasmise in diretta il suo funerale. E Jimi Hendrix, al quale un giornalista chiese come ci si sentisse a essere il migliore chitarrista del mondo, rispose: «Non lo so, andate a chiederlo a Rory Gallagher!». Infine, la città di Belfast ha dato i natali al «negro bianco» Van Morrison, classe 1945, compositore, paroliere e virtuoso con l'armonica a bocca, la chitarra, le tastiere e il sax. Per la rivista Rolling Stone occupa uno dei primi posti tra i più grandi artisti della storia.

È anche particolarmente interessante come l'Irlanda sia riuscita a trasformare in un valido bene da esportazione la propria musica folk, quella che ha profonde radici nel retaggio celtico dell'isola e nasce spontanea nei pub. I primi a portarla fuori dall'isola sono stati The Dubliners - il nome è un evidente omaggio al libro di James Joyce - che iniziarono a suonare nel 1962 al O'Donoghue Pub di Dublino. Ancora oggi, più di cinquant'anni dopo, il loro successo mondiale persiste. Sono ancora più leggendari The Chieftains, che hanno reso familiari a tutte le latitudini le sonorità di strumenti «indigeni» come il fiddle, ovvero il violino usato in un contesto folk, l'arpa celtica, le uilleann pipes (la versione irlandese della cornamusa), il flauto di latta e un particolare tamburo detto bodhrán. Vengono dai pub anche The Pogues, band riuscita nella missione apparentemente impossibile di fondere il folk con il punk. Ancora dai pub ecco The Corrs, un gruppo composto da tre sorelle e un fratello che nella sua carriera (tra il 1995 e il 2006) ha venduto oltre 30 milioni di album in tutto il mondo. Sono di spessore internazionale i nomi dei Kila, capaci di inglobare nel folk irlandese influenze musicali di ogni angolo del pianeta, e di Lisa Hannigan, una giovane e notevolissima cantautrice che non ha esitazioni a proporre brani in gaelico, l'ostica lingua di ceppo celtico che, se accompagnata dalla musica con sonorità quasi mistiche, manda in delirio le platee dei numerosissimi festival celtici in giro per il mondo, dal Giappone all'Italia.

La più famosa cantante di musica ispirata alle tradizioni celtiche, nonché seconda per popolarità internazionale soltanto agli U2 (nonostante non si sia mai esibita in un concerto dal vivo) è però Eithne Patricia Ní Bhraonàin, meglio nota come Enya. Il suo patrimonio ammonta a circa 90 milioni di euro, guadagnato cantando brani che riportano all'era dei bardi e che, con titoli naturalistici come The Memory of Trees e Orinoco Flow, fanno sognare paesaggi primordiali. E se Enya ha cavalcato la moda new age degli anni Novanta, l'interprete più nuova della musica celtica del XXI secolo si chiama Méav (nome d'arte di Méav Ní Mhaolchatha) e il suo primo album da solista, The Calling, è entrato nella classifica mondiale dei dieci dischi più interessanti del 2013. E pensare che canta in gaelico (e talvolta in latino).


Camilla Patriarca: la Campionessa di Ardenno si prepara alle Olimpiadi

(«RivistAmica» n. 9/15)

La prima volta che è entrata in palestra era solo una bambina: da allora cerchi, nastri e clavette sono diventati il suo mondo. La passione per la ginnastica ritmica non l'ha mai abbandonata e la sua costanza è stata da poco ripagata con la medaglia d'oro nella finale di specialità ai nastri ai Campionati mondiali di ginnastica ritmica di Stoccarda.

- Qual è la vittoria che ti ha emozionata di più?

«Il mio primo argento a un campionato del mondo, quello di Kiev nel 2013 nel concorso generale, e l'ultima medaglia d'oro vinta a Stoccarda.»

- E i ricordi più belli che hai nel tuo percorso di atleta?

«Il trasferimento di società, da Morbegno a Desio, che mi ha permesso di raggiungere un alto livello; la chiamata nella squadra nazionale e tutte le sensazioni provate prima e dopo l'ingresso in pedana durante una gara.»

- Cerchi e clavette le specialità dove avete vinto molto...

«A portare tutte queste vittorie è sicuramente la bellezza dell'esercizio - di cui gli artefici sono Emanuela Maccarani e i suoi collaboratori - che sembra dipinto sulla musica. A noi ragazze piace eseguirlo, perché lo sentiamo nostro.»

- Come vi preparerete per le Olimpiadi?

«Per prima cosa sistemeremo gli esercizi, poi inizierà il lavoro di «pulizia» fino ad arrivare alla perfezione (o almeno quasi) dell'esecuzione. Purtroppo da quest'anno la squadra non potrà più essere composta da sei ginnaste ma soltanto da cinque, e quindi una di noi non potrà partecipare ai giochi olimpici, nonostante abbia contribuito alla qualificazione.»
Ma chi è?

Camilla Patriarca è nata a Sondrio nel 1994. Dal 2013 ha collezionato 4 argenti e un oro ai Campionati Mondiali, un argento agli europei e 22 medaglie vinte nelle varie World Cup tra 2013, 2014 e 2015.

Luogo preferito? «Essendo molto impegnata con gli appuntamenti sportivi e con gli allenamenti, scendo molto raramente in valle. Però quando lo faccio sono sempre molto felice di ritornare ad Ardenno, il paese in cui vivo, per ritrovare i miei amici e la mia famiglia.»

Piatto scelto? «Vado matta per gli «sciatt». Ogni volta che li mangio, anche se sono lontana, mi riportano a casa. Purtroppo non ho ancora avuto modo di farli con le mie mani perché, pur amando cucinare, vivo in hotel e quindi trovo tutto già pronto in tavola.»


L'angolo di Breus

Il «Ricercato Famoso» di ottobre è Italo Calvino. I vincitori sono: Roberto Battelli, Silvio Boscaro, Lauretta Giacoletto. I premi in palio per il mese di dicembre sono: Musica leggera (su Cd): Francesco De Gregori: De Gregori canta Bob Dylan; David Gilmour: Rattle that lock; Negramaro: La rivoluzione sta arrivando. Musica classica (su Cd): Ludovico Einaudi: Elements; AA.VV.: Música española; Chopin: Maria Perrotta plays Chopin. Libri (a stampa Braille o in versione informatica): John Boyne: La casa dei fantasmi; Nicholas Sparks: Ogni giorno della mia vita; Gianni Oliva: Il tesoro dei vinti. Soluzioni dell'enigmistica: Parole crociate:

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d rovoéstagniévagoni

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g iédesicaétempraéme

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i emiliaécoranoétina

j nenieétennisétotip

k tnénévinaioélegali



l oécocomeroépanarea

Il bersaglio: Anticarie, anticare, Caterina, zarina, Marina, Militare, limitare, soglia, spoglia, spigola, pesce, pesche, perché, percome, compere, compare, Turiddu, Lola, Pola, Istria, isteria, asteria, Asterix, Galli, calli, cali. Aggiunta iniziale sillabica: Testa, protesta. Falso accrescitivo: Galli, galloni. Zeppa sillabica: Vercelli, vermicelli. Cambio di consonante: Strappi, stracci. Spostamento: Ero nero, erroneo. Anagramma: Allertato, tollerata. Bizeppa: Sete, stette. Indovinello: Il limone. Falso diminutivo: Stato, statino. Sciarada: Di gestione, digestione.


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