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Parole di guerra


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PAROLE DI GUERRA
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Questo volume è stato realizzato con il contributo del Dipartimento di Scienze Storiche, Giuridiche, Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Siena.

La foto di copertina e le altre presenti nel volume sono state gentilmente concesse da Martino Bardotti.

© Edizioni Cantagalli

Via Massetana Romana, 12

Siena, ………. 2006

Stampato da Edizioni Cantagalli

Siena – Via Massetana Romana, 12 – Tel. 057742102 Fax 077745363



DIARIO DI PRIGIONIA

DEL SOTTOTENENTE

MARTINO BARDOTTI

KRIEGSGEFANGENER

SETTEMBRE 1943 – DICEMBRE 1944



A CURA DI



MASSIMO BORGOGNI

E

ANTONIO VANNINI

INDICE

Premessa

Introduzione





  1. Cenni biografici su Martino Bardotti: la famiglia, la formazione politico-culturale e l’esperienza di guerra

2. Il diario

3. La prigionia


Diario di prigionia di Martino Bardotti (settembre 1943–dicembre 1944)

INTRODUZIONE



  1. CENNI BIOGRAFICI SU MARTINO BARDOTTI: LA FAMIGLIA, LA FORMAZIONE POLITICO-CULTURALE E L’ESPERIENZA DI GUERRA

Martino Bardotti nacque l’8 dicembre 1921 a Poggibonsi in una famiglia di operai. Il padre Emilio, non essendo fascista e non avendo la tessera del Partito Nazionale Fascista, aveva grosse difficoltà a trovare lavoro; di conseguenza, per tirare avanti si era messo “in proprio” a scavare materiale da costruzione nei torrenti vicini alla cittadina senese. Una vita dura, passata a raccogliere con la pala breccia, rena, sabbia e tutto ciò che poteva essere trasportato con il barroccio per essere rivenduto alle imprese edili della zona.1

La vita di Bardotti nella prima infanzia fu dunque abbastanza difficile. Il padre e la madre, Anna Capezzuoli, decisero di iscrivere il figlio all’Azione Cattolica e questi sin dall’età di dieci anni iniziò a frequentare il circolo culturale Pierino del Piano, che aveva sede accanto alla collegiata di S. Maria Assunta in Poggibonsi. Proprio qui Bardotti ebbe il suo “primo contatto” con i fascisti.
Nel 1931 ricordo ci fu un’irruzione di fascisti facinorosi nel circolo. Non volevano che il nostro tesserino di adesione all’Azione Cattolica si chiamasse tessera; ci imposero di chiamarla pagella perché la tessera era una sola, quella del partito fascista, e non ci potevano essere duplicati! Durante l’irruzione devastarono un po’ i locali. Noi bambini (io avevo dieci anni) si rimase impressionati.2
Tale episodio era destinato ad avere un peso considerevole nella futura formazione politico-culturale dell’Autore, e ciò grazie anche all’opera del sacerdote che faceva da assistente spirituale ai giovani dell’Azione Cattolica di Poggibonsi.
…non dico che questi fosse un antifascista in senso letterale - ricorda Bardotti - ma era uno che non tollerava le prepotenze e i soprusi, che non tollerava chi negava la libertà di pensiero. Lui ci abituò a pensarla così. Ricordo episodi… mentre passava un corteo fascista, noi ragazzi eravamo ai lati della strada a vedere senza esserci tolti i berretti… qualcuno del corteo ce li prese e ce li buttò via con disprezzo. Sono piccoli episodi, ma questa educazione che ricevetti da bambino in questa associazione e in questa famiglia semplice è stata un’educazione volta a rifiutare la prepotenza e qualsiasi forma di società autoritaria.3
Date queste premesse non c’è da stupirsi se il giovane Bardotti ebbe nei confronti del regime, se non proprio un’aperta ostilità, per lo meno un certo distacco.

Dopo che Bardotti ebbe frequentato le scuole elementari e le medie, i genitori, visti i buoni risultati conseguiti dal figlio negli studi e pur fra grandi sacrifici, decisero di iscriverlo presso l’istituto magistrale di Siena. Mentre egli frequentava il corso per divenire maestro elementare, l’Italia fascista si stava intanto incamminando a passo sempre più spedito verso la catastrofe: prima l’Etiopia, poi la Spagna e l’Albania, infine l’alleanza con la Germania di Hitler che pareva evocare lo spettro di una guerra di vasta portata contro le “democrazie plutocratiche dell’Occidente”. Il 9 gennaio 1940, quando ormai il conflitto fra i tedeschi e gli anglo-francesi era scoppiata da tre mesi, l’Autore fu chiamato alla visita di leva presso il Distretto Militare di Siena e dichiarato abile al servizio nel Regio Esercito. Non avendo ancora terminato gli studi, egli venne posto in congedo illimitato.4 Ma la guerra era ormai imminente e il suo coinvolgimento solo questione di tempo. Bardotti ricorda:


Il 10 giugno 1940, il giorno della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, io non mi trovavo ancora sotto le armi perché ero ancora studente. Anzi mi diplomai proprio pochi giorni dopo l’intervento italiano. Dovevo dare gli esami all’Istituto Magistrale di Siena e ricordo che gli esami di stato furono aboliti; quindi avemmo la promozione senza dare gli esami. Però stavamo in attesa col cuore stretto, aspettando che ci chiamassero per andare a fare la guerra. E non era una sensazione piacevole, almeno per quanto riguardava me e il gruppo dei miei amici. Nell’ambiente in cui vivevo si considerava la guerra una sciagura già da allora. Poi nel 1941 ci presero e via! Insomma io non ero entusiasta… tutt’altro!5
Conseguito il diploma magistrale in data 15 giugno 1940, Bardotti contrasse automaticamente l’obbligo di frequentare il corso per A.U.C. (allievi ufficiali di complemento). Venne però lasciato in congedo illimitato provvisorio in attesa dell’apertura del suddetto corso fino all’inizio del 1941. Il 28 febbraio di quello stesso anno venne chiamato alle armi e il 1° marzo fu inviato al deposito del 84° Reggimento Fanteria, che aveva allora sede a Firenze.6 Il 17 luglio venne ammesso al corso di addestramento preparatorio ai corsi A.U.C. e il giorno successivo fu aggregato all’83° Reggimento Fanteria;7 il 1° settembre ricevette i gradi di caporale e dopo un mese quelli di sergente. Alla metà del novembre 1941 egli fece rientro all’84° Reggimento Fanteria ed assegnato al VII Battaglione mitraglieri mobilitato. Contemporaneamente venne però ammesso al corso A.U.C.8

Nei mesi successivi gli spostamenti di Bardotti continuarono. Il 26 febbraio 1942 venne trasferito presso la scuola A.U.C. di Arezzo quale aspirante allievo ufficiale di fanteria della specialità di linea. Terminato il corso, il 15 maggio venne nominato allievo ufficiale di complemento e trattenuto alle armi. Dopo due mesi, 15 luglio, egli fu inviato in licenza illimitata in attesa della nomina a sottotenente di complemento.

In questi primi mesi in cui prese contatto con il mondo militare Bardotti continuò a rimare poco entusiasta della guerra e assai perplesso circa le possibilità di vittoria delle armi italiane. Egli ricorda:
Eravamo preoccupati noi e le nostre famiglie perché si partiva. La sensazione era che ci stavamo imbarcando in un’avventura della quale non si riusciva a capire quale sarebbe stato l’esito. Mentre c’era chi diceva “si vince” e lo ricordo perché quando nelle nostre camerate si discuteva emergevano anche posizioni diverse. Al corso allievi ufficiali, che io feci ad Arezzo, mi ricordo di una discussione. Io allora ero allievo ufficiale e insieme ad altri ci dimostravamo un po’ scettici nei confronti del probabile esito vittorioso dalla guerra. “Sei un disfattista!” Usavano questa parola. Quindi bisognava stare attenti, non si poteva manifestare il proprio pensiero. Però io e molti come me eravamo francamente già allora un po’ pessimisti vedendo come andavano le cose.

Non so dire l’impressione che mi fece quando partii e andai a Firenze alla caserma dell’84° Fanteria: i gabinetti erano una latrina a cielo aperto piena di ogni sozzura. Soltanto a pensarci adesso mi viene la nausea. Pensavo: noi si deve andare a fare la guerra e siamo in queste condizioni! Perfino le latrine dei tedeschi, in prigionia, erano migliori, più attrezzate. Come si faceva a vincere una guerra in quelle condizioni!? Quindi io ho fatto la mia esperienza di guerra sempre con un senso di preoccupazione e scetticismo.9


Il 15 agosto Bardotti poté finalmente fregiarsi dei gradi da sottotenente e come servizio di prima nomina fu inviato al deposito del 92° Reggimento Fanteria di stanza a Torino,10 dove prestò giuramento di fedeltà in data 30 agosto. Nel capoluogo piemontese, Bardotti fu ospite prima di un parente, lo zio Giuseppe, cognato della madre, poi alloggiò in una piccola pensione a gestione familiare. A Torino egli trascorse un periodo breve ma abbastanza sereno, anche se ormai la guerra era alle porte anche per lui. Il 1° settembre 1942 il giovane sottotenente venne trasferito al I Battaglione Mitraglieri del I Corpo d’Armata,11 destinato a fare parte delle truppe d’occupazione dislocate nel sud della Francia, dopo gli eventi che nel novembre 1942 condussero l’Asse ad estendere l’occupazione a tutto il territorio francese compreso quello fino ad allora amministrato dal governo di Vichy.12

Il reparto di cui faceva parte Bardotti arrivò in Francia passando attraverso il Moncenisio e la Savoia. Dopo essere passato in Provenza ed una sosta nei dintorni di Avignone, venne dislocato sulla Costa Azzurra, per l’esattezza nella località marina di St. Raphaël. Il ricordo di quei giorni è ancora vivo nell’Autore e particolarmente interessante risulta il rapporto instaurato fra le truppe italiane occupanti e la popolazione francese.


La popolazione francese – ricorda Bardotti - nei nostri confronti era abbastanza aperta, a parte che c’erano anche molti italiani che abitavano lì sulla Costa Azzurra. Ho avuto contatti con il sindaco di St. Raphaël perché fui mandato avanti con un plotone per allestire i nostri alloggiamenti. Non trovai ostilità verso di noi, mentre coi tedeschi ce l’avevano a morte… C’erano sicuramente dei francesi che non ci sopportavano, ma io non li ho mai trovati. Nei rapporti con gli abitanti della Costa Azzurra ho sempre trovato una grande apertura e disponibilità… trovai sempre una popolazione che per lo meno non ci odiava, anche se indubbiamente erano occupati. Francamente io non avevo nemmeno la sensazione di fare parte di un esercito occupante. Io ero fra St. Raphaël e St. Aygulf, nel golfo di Fréjus, una zona molto bella anche sul piano paesaggistico. Avevamo piazzato le mitragliatrici praticamente sulla spiaggia: dovevamo mettere il filo spinato a protezioni delle postazioni ma il filo non c’era, così ne mettemmo solo un pezzetto, poi non ci dettero più niente. Praticamente si faceva una bella vita lì. C’era un fiume vicino, l’Argens, e i miei soldati andavano a pescare sotto un ponte. Poi siccome c’era anche un po’ di palude, c’erano le folaghe. Io avevo comprato un fucile da caccia e coi miei soldati s’andava a caccia. Si mangiava pesce e folaghe. Eravamo anche abbastanza liberi; ragazze ce n’erano a volontà quindi sembrava di essere in ferie lì per lì. Poi ci svegliammo quando fummo catturati dai tedeschi.

Inoltre c’erano degli amici italiani: una famiglia che proveniva da Montemassi (GR), i Gambelli, che avevano due alberghi. La sera o il dopo cena, io e altri colleghi ufficiali andavamo da loro a chiaccherare. Insomma lì in Francia non sentii la guerra di fatto a parte l’atteggiamento dei tedeschi. Non mi sentivo un occupante; questa sensazione non l’avevo anche perché ci muovevamo con molta disinvoltura, parlavamo con tutti e ci concessero sempre gli alloggiamenti senza problemi. Certo era una paese occupato e non era che facessero feste, ma insomma io non mi sono trovato male.13


Mentre nel periodo che intercorse fra il novembre 1942 e l’8 settembre 1943 il rapporto con la popolazione francese, secondo Bardotti, sembrava improntato a rispetto reciproco,14 ben diverso era quello che si instaurò con gli alleati germanici.
I tedeschi- sostiene Bardotti – nei nostri confronti si comportavano in maniera arrogante. Noi non avevamo niente e loro quasi tutto. Ricordo una volta che per allestire qualche capanno come deposito di materiali o per trovare qualche casolare vuoto ne nacque un caso. Ricordo di essere andato insieme ai miei soldati a prendere del legname da un deposito incustodito. I tedeschi protestarono. Il comandante di battaglione mi chiamò dicendomi che bisognava restituire il legname perché i tedeschi avevano protestato e non volevano che noi lo utilizzassimo. Insomma, c’era un rapporto così…. Eravamo degli alleati che si odiavano e vicenda. A loro era tutto permesso e noi bisognava accodarsi. Questo atteggiamento di remissione da parte dei nostri comandanti nei confronti dei tedeschi irritava. Soprattutto noi che eravamo giovani di vent’anni. Fra noi ufficiali più giovani si era creato uno spirito di intolleranza nei riguardi di questa cedevolezza dei comandi verso i tedeschi. Mi rammento che solo una volta andai a bere una birra con alcuni ufficiali tedeschi: io dopo la prima birra schiantavo e loro bevevano boccali su boccali e si ubriacavano. Ma insomma non si riusciva mai ad avere un rapporto di cordialità… era sempre un rapporto da parte loro di superiorità. Loro ci consideravano degli esseri inferiori; almeno era quello che percepivamo come sostanza. E anche questo ha avuto il suo peso al momento della decisione di non collaborare con loro dopo l’armistizio. Chi ci aveva messo in quelle condizioni di subordinazione nei confronti di un alleato, noi lo condannavamo.15
Quanto riferito da Bardotti pone dunque in evidenza due importanti elementi che sicuramente ebbero un peso nel determinare successivamente la sua - e di molti altri - decisione di non collaborare né con la Germania, né con la Repubblica Sociale Italiana. Primo, il rapporto con gli alleati germanici mostrava ormai segni inequivocabili di scollamento se non di vero e proprio deterioramento;16 secondo, una parte dell’ufficialità italiana, soprattutto la più giovane, rifiutava l’atteggiamento remissivo tenuto dagli ufficiali superiori nei confronti dei tedeschi. E il distacco fra i comandi italiani e gli ufficiali delle ultime leve dislocati nella zona di St. Raphaël-Grasse trovò un altro punto di attrito in occasione della caduta del fascismo. Ricorda Bardotti:
Il comandante del nostro battaglione era un fascista sfegatato. Il 25 luglio un gruppo di noi giovani ci permettemmo di esultare. Se ne accorsero. Non ci fecero niente ma ci dimostrarono che non tolleravano forme di esultanza di quel genere. Poi questo comandante di battaglione, quando i tedeschi ci catturarono per mandarci in Germania, vidi che aveva perso tutta la sua “verve”, in mezzo a noi a piangere. Me lo ricordo bene questo colonnello che prima sembrava un uomo feroce, vederlo piangere come un agnellino perché si trovava prigioniero di coloro che lui considerava dei grandi e fedeli alleati…17
La fatidica data dell’8 settembre 1943 trovò l’Autore a Grasse, al comando di una squadre di mitraglieri posta a difesa del Comando del I Corpo d’Armata. Nella situazione di estrema confusione che si verificò nelle ore successive l’annuncio dell’armistizio fra l’Italia e gli anglo-americani, anche il sottotenente Bardotti rimase incerto sul da farsi in mancanza di indicazioni precise provenienti dai comandi.18 Alla fine, il 9 settembre, gli giunse l’ordine di consegnare le armi ai tedeschi, che intanto si erano presentati in forze e con carri armati davanti alla posizione tenuta dal suo gruppo. Lo stato d’animo dell’Autore era comunque chiaro:
Noi – ricorda - si partiva dalla consapevolezza che il nostro esercito era un esercito di straccioni. Nella mia squadra di mitragliatrici avevamo delle armi Breda che non funzionavano mai, si inceppavano sempre dopo qualche colpo. Fortunatamente non mi sono mai trovato col nemico davanti , perché se mi ci fossi trovato non avrei saputo cosa fare… dopo 10 colpi le mitragliatrici si inceppavano regolarmente. Francamente, nei confronti dei tedeschi c’era poco da fare; loro erano attrezzati meglio di noi, anzi molto meglio di noi, come abbigliamento, vettovagliamento e armamenti… il nostro era un esercito che non era certamente in grado di affrontare una guerra.19
Dopo la cattura da parte delle truppe germaniche e svanita la speranza di una rapido rimpatrio, il 12 settembre Bardotti venne avviato verso la Germania su una tradotta militare. Il viaggio si rivelò drammatico, sia per le condizioni igienico-sanitarie del vagone e la mancanza di viveri, che per l’atteggiamento brutale dei tedeschi, i quali aprivano il fuoco su quanti tentavano la fuga cercando di abbandonare il convoglio ferroviario nei momenti di sosta. Dalla Costa Azzurra il treno raggiunse Lione, Digione, Metz e poi condusse Bardotti in Germania, nello Stalag XII A di Limburg, dove rimase da1 6 al 27 settembre 1943. Ma si trattava solo della prima tappa di una lunga serie di “peregrinazioni” che l’Autore avrebbe dovuto compiere nei territori del Terzo Reich. Il 1° ottobre di quello stesso anno giunse infatti allo Stalag 307 di Deblin, in Polonia, dove restò sino all’inizio del gennaio 1944 lottando contro la fame e il freddo. Un nuovo spostamento lo condusse per alcuni giorni ancora più ad est, a Leopoli, in Ucraina, dove sostò per pochi giorni, per poi riprendere la via dell’ovest, sempre viaggiando in condizioni di estremo disagio. Dopo aver traversato la Slovacchia, la Polonia e parte della Germania, il 17 gennaio 1944 Bardotti raggiunse il grande campo di concentramento di Wietzendorf.20

Durante questi mesi egli era stato fatto oggetto di vari tentativi per indurlo a collaborare con la Germania e poi con la Rebubblica Sociale Italiana, lo stato fondato da Mussolini sulle ceneri della disfatta del 25 luglio e della catastrofe dell’8 settembre. Le prime proposte vennero avanzate dai tedeschi: a Limburg il 22 settembre 1943 e a Deblin il 6 ottobre dello stesso anno; dopo furono i rappresentanti della R.S.I. a cercare di convincere a più riprese Bardotti ad aderire alla nuova realtà statale, blandendolo di promesse allettanti quali, disporre subito di alloggi e vitto migliori, poter corrispondere subito con la famiglia e, infine, il rientro in Patria. I fascisti “repubblichini” fecero ben cinque tentativi fra il 5 novembre e il 23 dicembre 1943 nel campo di Deblin per convincere l’Autore ad aderire, ma sempre si trovarono di fronte ad un netto “no”. Una risposta, quella di Bardotti, che era la logica conseguenza di un’evoluzione politico-culturale che partiva da lontano e che trovava sicuramente un primo fondamento nella sua iscrizione all’Azione Cattolica, ma che si era rafforzata nel corso degli anni, compresi quelli di guerra, quando aveva toccato con mano l’inefficienza e l’impreparazione del paese alla guerra, nonché l’arroganza degli alleati tedeschi. La scelta di Bardotti era tuttavia anche il frutto di riflessioni sul fascismo e la guerra, riflessioni non solo individuali, che anzi scaturirono dal dibattito con gli altri ufficiali internati sin dai primi giorni di prigionia.


Era iniziata - ricorda l’Autore – la campagna di reclutamento da parte della Repubblica Sociale. La prigionia ci servì anche a capire… nelle nostre camerate discutevamo perché eravamo lì, le ragioni della conflitto in cui era stata coinvolta l’Italia. Praticamente siamo arrivati alla decisione di dire di “no” proprio convinti che la guerra era una cosa sbagliata, che l’idea di chi ci aveva portato alla guerra era sbagliata. S’era fatto un percorso di carattere politico-culturale.21
A partire dal gennaio 1944 Bardotti e i suoi colleghi ufficiali nel campo di concentramento di Wietzendorf vennero sottoposti da parte delle autorità germaniche, coadiuvate da quelle fasciste, ad un nuovo tipo di pressioni, quelle per indurli ad accettare di lavorare per il Terzo Reich.22 Queste pressioni, iniziate il 5 febbraio 1944 , vennero ripetute il 6 e 12 luglio, e ancora l’8 agosto ma con un’intensità assai maggiore visto che il 20 luglio Mussolini e Hitler si erano accordati per trasformare tutti gli internati militari italiani in lavoratori civili.

Alla fine, per quanto contrario, il 17 dicembre 194423 Bardotti venne trasferito di forza con altri ufficiali dal campo di Wietzndorf e avviato al lavoro ad Amburgo.24 La città e sconvolta dai bombardamenti degli Alleati e la vita appare appesa ad un filo. Ricorda l’Autore:


Mi son sempre detto … ma tornerò? Ho avuto fortuna. Salvare la pelle è stata fortuna nelle condizioni che abbiamo vissuto noi. Ad Amburgo ravamo alloggiati in un edificio mezzo diroccato in una delle isolette sull’Elba, proprio nel centro della città. Incominciarono i bombardamenti. Ricordo di aver visto le pareti sbriciolarsi mentre ero a farmi la barba: ero l’unico della mia camerata che aveva salvato uno specchio. Di solito facevo la barba quando suonava l’allarme, perché ci fu un periodo che passavano i bombardieri diretti a Berlino e che quindi non lanciavano bombe. E allora, quando tutti andavano nelle cantine, lo specchio mi si liberava ed io mi facevo la barba. Però una mattina ad Amburgo arrivarono davvero le bombe e incominciò una gragnola di colpi. Io cercai di mettermi i pantaloni alla svelta e andai giù nella cantina: che poi se una bomba cascava sopra addio tutti. Finito l’allarme e uscito fuori insieme ad altri, vidi uno spettacolo terribile: una bomba aveva preso in pieno un manipolo di guardie tedesche, di poliziotti. C’erano teste e braccia sparse dovunque… cose terrificanti. È un’immagine che è rimasta così nitida davanti a me quasi come una fotografia. E ce ne sono diverse di queste “inquadrature” rimaste nella mia mente… scene terribili.25
Dopo un paio di mesi, Bardotti e i suoi commilitoni vennero trasferiti in una zona periferica (Bahrenfeld) della città, dove rimasero praticamente fino alla fine della guerra, sempre costretti a lavorare duramente per i tedeschi. Le giornate da lavoratore forzato erano ben diverse da quelle del campo di concentramento: l’Autore doveva svegliarsi alle cinque del mattino per recarsi ai cantieri navali della Blohm und Voss, qui era destinato a scaricare pesanti longarine di ferro dagli autocarri fino pomeriggio inoltrato.26 Dodici ore di lavoro massacrante che misero a dura prova il fisico già provato, anche perché Bardotti, come molti altri ufficiali internati non erano allenati a lavori materiali.

Il 10 maggio 1945, finalmente, giunse il giorno della liberazione. La zona di Amburgo fu occupata dalle truppe britanniche e si ebbe subito un miglioramento del vitto, ma la situazione di Bardotti e dei suoi commilitoni rimase a lungo difficile perché vennero praticamente lasciati senza assistenza e perché gli inglesi mostravano un evidente risentimento nei confronti degli ex-nemici italiani.27

Alla fine di giugno, dopo circa due mesi dalla liberazione, Bardotti intraprese il viaggio di ritorno verso l’Italia. A riportalo in Patria fu una tradotta, ma il viaggio, intrapreso con poco cibo e senza scorta, si rivelò lunghissimo: occorsero ben dieci giorni prima di attraversare il confine con l’Italia. Bardotti sostò prima a Verona (Pescantina), dove giunse il 2 agosto28 e poté rifocillarsi “con il primo pasto decente dopo due anni”, poi raggiunse Bologna e da lì, sempre in treno, Firenze. Nel capoluogo toscano Bardotti sostò una notte, ospite dell’amico Mario Capitani; poi il giorno successivo, 4 agosto 1945, con un automezzo delle Ferrovie dello Stato, raggiunse finalmente Poggibonsi dove riabbracciò i genitori e tutti i parenti.

Il 30 agosto di quello stesso anno si presentò presso il Centro di raccolta e riordinamento di Siena, per espletare alcune formalità dopo il rientro in Patria (circostanze della cattura, dichiarazione di non essere mai stato iscritto al Partito Fascista Repubblicano, ecc…). Alla stessa data Bardotti venne posto in licenza straordinaria di 60 giorni con assegni;29 il 1° novembre rientrò dalla licenza ma fu subito posto nuovamente in licenza illimitata, questa volta senza percepire assegni, in attesa di un eventuale reimpiego. In data 8 dicembre 1945, egli venne collocato in congedo, ma la sua esperienza nell’esercito non era ancora conclusa: infatti, dopo quasi dei anni, venne nuovamente richiamato alle armi per frequentare un corso per unità mitraglieri presso la Scuola di Fanteria di Cesano, presso Roma. Dopo questo breve periodo (dal 28 giugno al 27 luglio 1951) in cui egli dovette indossare ancora l’uniforme, L’Autore venne posto nella forza in congedo del Distretto Militare di Siena e non fu più richiamato, anche se nel 1952 ottenne i gradi di tenente e nel 1963 quelli di capitano.30 Nel 1955 fu autorizzato a fregiarsi del distintivo del periodo bellico 1940-4331 e di quello della guerra di liberazione; l’anno successivo ricevette due croci al merito di guerra, di cui una per l’internamento in Germania.32

Nel frattempo Bardotti aveva ripreso la vita da civile e, forte anche di un’esperienza di prigionia vissuta tra le privazioni ma sempre “positivamente” come momento di riflessione e maturazione politico-culturale,33 aveva intrapreso la sua attività lavorativa e pubblica, da cui dovevano venirgli nel corso degli non poche soddisfazioni.

Nel 1946 egli iniziò la sua carriera professionale in seno al Ministero della Pubblica Istruzione, prima come insegnate elementare, poi come direttore didattico e infine come ispettore scolastico (tutti ruoli conseguiti tramite concorso pubblico). A partire dal 1950, lo stesso anno in cui si sposò, iniziò la sua attività pubblica come consigliere comunale nei Comuni di Poggibonsi, Gaiole in Chianti e Siena e poi come consigliere provinciale nella città del Palio.34 Successivamente venne eletto al Parlamento nelle liste della Democrazia Cristiana quale Deputato per la circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto: mandato, questo, che svolse ininterrottamente nel corso della V, VI e VII legislatura dal 1968 al 1978. Nel corso di quest’ultimo anno Bardotti rassegnò le dimissioni da Deputato, poiché nominato Presidente del Consiglio di Amministrazione della Banca Toscana: contemporaneamente ottenne di essere collocato a riposo dal ruolo di ispettore scolastico, essendo tale ruolo incompatibile con l’incarico ottenuto nell’istituto di credito toscano.

L’impegno dell’Autore nell’ambito del sistema bancario proseguì negli anni seguenti. Dal 1984 al 1992 fu membro del Consiglio di Amministrazione della Banca Toscana e rappresentò pure l’istituto di credito nei consigli di amministrazione della Fondiaria Assicurazioni (1978-1981) e della Italian International Bank di Londra. Nel periodo 1991-1992 fu vice Presidente dell’I.C.L.E. (Istituto di Credito per i Lavoratori Italiani all’Estero), mentre successivamente, negli anni dal 1992 al 1996, ricoprì la carica di vice Presidente del Medio Credito Toscano; infine, dal 1992 al 1996, fu membro del Consiglio di Amministrazione della Montepaschi Australia. Contemporaneamente, a partire dal 1976, Bardotti svolse la sua attività anche come dirigente della Confederazione Italiana delle Cooperative, dove, fino al 2004, fu Presidente dell’Unione Provinciale di Siena e membro del Consiglio Regionale. Attualmente egli ricopre ancora la carica di Consigliere Nazionale della Confederazione.

Dunque, quella dell’Autore fu una carriera politica brillante, ricca di soddisfazioni e di impegni: una carriera fatta - come sottolinea un suo vecchio allievo – “con notevole coerenza di cattolico praticante e antifascista e onestà intellettuale, unite ad un’innata educazione… probabilmente se fosse stato più disponibile a qualche facile compromesso (cosa assai praticata dai politici italiani) avrebbe potuto ottenere anche di più, ma evidentemente ha preferito pensare alla coscienza”.35



2. IL DIARIO
Martino Bardotti annotò la sua esperienza di guerra-prigionia in quaderno a quadretti piccoli del formato di 21 x 15 cm dalla copertina nera, servendosi di una matita copiativa. Grazie a questo materiale, che ebbe la fortuna di salvare dalle numerose perquisizioni operate dai tedeschi, egli riuscì a fissare le sue note sulla carta dando vita ad un “corposo” diario che si presenta in forma continuativa a partire dall’8 settembre 1943 fino al 16 dicembre 1944. A quest’ultima data, purtroppo, le annotazioni si arrestano bruscamente e quindi non giungono fino al momento della liberazione dell’Autore da parte degli Alleati. La causa di questa interruzione è spiegata dallo stesso Bardotti con l’esaurirsi delle pagine del quaderno e con l’impossibilità di procurarsi altra carta su cui scrivere; tuttavia non è da escludere che la sospensione sia anche da ricollegarsi al “cambiamento di vita” cui l’Autore dovette suo malgrado adattarsi proprio in quei giorni: a metà dicembre del 1944, infatti, egli fu costretto a lasciare il campo di concentramento e avviato forzatamente al lavoro.36 È dunque probabile che, non essendo abituato a lavori pesanti per dodici ore al giorno, non abbia avuto più la forza e il tempo materiale per continuare a scrivere.

Il testo che qui pubblichiamo, come si intuisce facilmente dalla lettura, non è il frutto di alcuna rielaborazione successiva la sua originale stesura.37 Al lettore apparirà infatti subito evidente come Bardotti non avesse intenzione di scrivere un elaborato destinato ad essere successivamente diffuso, ma semplicemente pensasse di fissare i ricordi di quei due “interminabili” anni di prigionia in mano tedesca. Non a caso nel diario appaiono spesso espressioni dialettali toscane, per l’esattezza poggibonsesi, che, se possono testimoniare l’attaccamento dell’Autore alla propria terra, si discostano indubbiamente dall’italiano linguisticamente corretto. Per quanto all’interno del diario siano presenti alcune poesie, le annotazioni di Bardotti, come molti diari scritti da militari e prigionieri di guerra, non hanno dunque pretese letterarie in senso stretto. Usando un linguaggio di tutti i giorni, esse ci presentano la vita di migliaia di persone, costrette a vivere in una situazione di costrizione, con la libertà soffocata dal filo spinato e l’arroganza dei carcerieri tedeschi. Lo stile semplice con cui Bardotti fissò la sua esperienza nell’unico quaderno a disposizione, fortunosamente salvato dalle frequenti perquisizioni, sembra quasi dettato dall’esigenza di risparmiare spazio e di sfuggire ad eventuali censure o confische da parte dei carcerieri germanici. Ciò nonostante bisogna evidenziare che, in alcune parti, il testo presenta una sorta di dicotomia: infatti, a frasi scarne e essenziali che servono a fissare i momenti della vita nei Lager nazisti si contrappongono - quasi sempre con bruschi passaggi da frase a frase - dotte e lunghe dissertazioni su argomenti di cultura generale e sulle letture effettuate dall’Autore tra i reticolati. Un fatto, quest’ultimo, che, da un lato, mette in luce l’elevato livello culturale di questo giovane ufficiale di vent’anni e che, dall’altro, proprio con il continuo intrecciarsi di dissertazioni letterali e filosofiche con le puntigliose annotazioni sul vitto, rivela ancora più la dimensione del suo disagio morale e politico, nonché della sua sofferenza fisica.

Detto questo, occorre riferire che l’elaborato di Bardotti vide una prima pubblicazione nel novembre del 2001, probabilmente sull’onda della rivalutazione dell’internamento militare in Germania nell’ambito del fenomeno resistenziale, di cui si fece portavoce lo stesso presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi.38 Tale volume, stampato presso la tipolitografia CIEVU di Firenze in poche copie e mai poste in vendita, era principalmente destinato ad amici e parenti. Titolato Kriegsgefangener.. Settembre 1943-Dicembre 1944, aveva una breve introduzione di Giuseppe Mantelli, ex allievo dell’Autore, una piccola premessa di Carmelo Cappuccio, tratta dal volume Pittori nei Lager (pubblicato nel 1979 dall’A.N.E.I.- Associazione Nazionale Ex Internati) ed era illustrato con 34 disegni ripresi da questo stesso testo. In occasione di tale pubblicazione, che non era corredata da alcun apparato critico di note, Bardotti scrisse una premessa ed alcune pagine che riguardavo gli ultimi giorni di prigionia. Tale testo risulta esattamente eguale a quello qui riproposto, salvo per le illustrazioni e gli scritti Mantelli e Cappuccio che sono state omessi.

3. LA PRIGIONIA
Come già detto, le annotazioni di Bardotti partono dalla data dell’8 settembre 1943: fatto sicuramente non causale, che anzi dimostra come egli avesse percepito subito la portata dell’evento armistiziale e come esso costituisse un momento di scansione fondamentale non solo per le sorti della guerra italiana, ma anche per quelle più strettamente personali. L’armistizio rappresentò per l’Autore una sorta di spartiacque fra l’esperienza militare di occupante nella Costa Azzurra, caratterizzata da monotonia, tranquillità e non priva di aspetti piacevoli, e quella di una prigionia fatta, all’inizio, di incognite che poi ben presto si trasformarono in sopruso, freddo e fame.

Dopo il disarmo in Francia e l’arrivo tra i reticolati di un Lager in Germania, con uno dei tanti convogli ferroviari che sembravano destinati più al trasporto di bestiame che di esseri umani, egli venne posto davanti alla necessità di una scelta: collaborare o meno con i tedeschi e con le autorità fasciste di Salò. La sua decisione apparve subito chiara: un “no” senza riserve; un “no” che tuttavia, ci sembra avere motivazioni diverse da quelle che paiono caratterizzare la maggior parte dei militari di truppa e dei sottufficiali internati – per lo più spinti dalla stanchezza della guerra e dal rifiuto di voler prendere le armi contro altri italiani – come pure da quelle di gran parte degli ufficiali che fondavano la loro scelta sulla fedeltà al giuramento prestato al Re. Il “no” di Bardotti veniva più “da lontano”; esso era la conseguenza di riflessioni sulla guerra e sul fascismo maturate negli anni precedenti, ed era senza dubbio da ricollegarsi all’educazione cattolica ricevuta in gioventù. Certo si trattava di riflessioni ancora grezze, che abbisognavano di un ulteriore affinamento per potersi trasformare in idee politiche concrete ed assumere contorni ben definiti, ma che comunque poggiavano sull’assunto irrinunciabile che la guerra fosse un male e che il regime di Mussolini fosse il responsabile di essa come delle miserie, dei lutti e delle distruzioni cui era sottoposta la Patria.

Dalle pagine di Bardotti emerge con chiarezza un atteggiamento di fondo che poggia su una profonda onestà, coerenza ed educazione, il quale si concretizza nel rispetto verso gli altri compagni di sventura: un rispetto, questo, che non caratterizza solo quei rapporti con i colleghi ufficiali con cui instaura legami di grande amicizia e collaborazione, ma anche quelli verso coloro che mostrano egoismo, pensano solo alla propria pelle e non si lasciano coinvolgere in quella catena di solidarietà fra internati vitale per la sopravvivenza fisica e per il morale di uomini sottoposti a ogni genere di privazioni. E infatti nelle sue annotazioni è praticamente impossibile trovare parole offensive o di protesta verso questi ultimi: i rapporti difficili, gli screzi che sicuramente non mancarono nei lunghi mesi di prigionia, non sono mai riportati in modo esplicito ma lasciano al lettore soltanto la possibilità di essere intuiti.

Anche le annotazioni riguardo ai colleghi che finiscono per aderire alla collaborazione con i tedeschi e i fascisti di Salò appaiono dello stesso tenore. Pur essendo netta la presa di posizione dell’Autore verso la Germania e il fascismo rileviamo l’assenza di parole di condanna nei riguardi degli ufficiali aderenti, siano essi aderenti per fame, paura, lontananza dalle famiglie o perché ancora fascisti convinti che credevano sempre in Mussolini.

Altro elemento che emerge dalle annotazioni di Bardotti è la quasi totale assenza di “parole dure” nei confronti dei tedeschi: un fatto, questo, dovuto - come egli spiega nella testimonianza orale – al timore che le guardie potessero impadronirsi del suo diario durante una delle numerosissime perquisizioni che venivano effettuate all’interno delle baracche. Solo alcune frasi in data 6 febbraio 1944, che hanno per oggetto due ragazze tedesche che passeggiavano cantando al di là dei reticolati del Lager, ci lasciano immaginare un giudizio estremamente negativo sulla Germania e il popolo tedesco.

Per superare un’esperienza così traumatica come la prigionia, senza pagarne un peso eccessivo, occorre non soltanto riuscire a mangiare quel tanto che serve per sopravvivere (da qui la spasmodica attesa del cibo o dei pacchi e la preparazione di vari manicaretti, si fa per dire!), ma soprattutto cercare motivazioni psicologiche. Coloro che non ne furono capaci non sopravvissero o ne uscirono molto male. Quando si è assaliti dalla nostalgia del tempo che fu, dal ricordo e dalla preoccupazione per la sorte dei propri cari, dall’incertezza del futuro… se non si attinge alle risorse morali si cade inesorabilmente nella depressione. Ecco allora che il “Maestro” partecipa assiduamente alle funzioni religiose, ma anche a tutte le attività culturali (fa perfino l’attore) e di ognuna o quasi ne riassume i contenuti. Tutto serve per passare il tempo e lenire i morsi della fame!

Il “Maestro” annota puntigliosamente tutte le cibarie (non so come meglio definirle!) che vengono propinate ai prigionieri e appunta con grande preoccupazione il consumo del piccolo “tesoro” alimentare, messo insieme con gli amici, costituito da pochi chilogrammi di patate, che servono anche come merce di scambio

Si nota un velo d’ironia nella descrizione dei lauti pasti!: “Sboba discreta tipo colla”… “Sboba liquiduccia. Un pisolino dopo mangiato o bevuto che dir si voglia”. L’ironia, un altro elemento psicologico fondamentale per superare momenti di grande difficoltà, alla quale si aggiunge la volontà di mantenere la propria identità e di non dimenticare le proprie origini.

Chiudo queste brevi note di presentazione con un ricordo piacevole per il “Maestro”: il periodo (circa un anno) trascorso in Costa Azzurra, prima della prigionia. Quel soggiorno deve essere stato assai gradevole, tanto che (se ben rammento), poi, vi fece il viaggio di nozze e vi è tornato in altre ricorrenze!

ATTIVITÁ CULTURALE NEI LAGER

Costituzione biblioteche

Lettura


Conferenze, corsi, spettacoli teatrali
La lettura come fonte di evasione dall’abbrutimento della vita monotona del Lager, ma anche momento di arricchimento culturale. Bardotti “divora” libri su libri: a volte riesce a leggere un volume in un solo giorno! Ma quello che appare ancora più sorprendente è la possibilità di posare gli occhi su volumi di autori stranieri introvabili in Italia, spesso perché messi all’indice dal regime fascista. Per cui si assiste allo strano paradosso che nei Lager nazisti, in una situazione di detenzione brutale, è possibile leggere cose che non era assolutamente possibile reperire in Italia negli anni precedenti.

L’attività culturale svolta dagli internati italiani all’interno dei Lager nazisti, non si limitò a scelte personali di arricchimento individuale attraverso la lettura dei volumi a disposizione. Essa si estrinsecò infatti momenti di aggregazione comune, quali conferenze, corsi di lingua, letteratura, ecc, spettacoli teatrali o spazi di confronto politico-culturale quali i “giornali parlati”: iniziative, queste, che, se avevano certamente lo scopo di evitare un “abbrutimento morale” di coloro che si trovavano costretti a vivere dentro i reticolati, rappresentavano pure un mezzo per indurre alla riflessione e al confronto uomini che da troppo tempo erano abituati a non pensare ma solo a “credere, ubbidire e combattere”. In proposito, Bardotti ricorda:


Le conferenze iniziarono abbastanza presto: circa 30 giorni dopo l’inizio della prigionia. Sabato 9 ottobre vi furono le prime lezioni di filosofia, tedesco e inglese… Venne creata una specie di organizzazione culturale. Per me le ragioni fondamentali per cui sorse erano le seguenti: intanto ci serviva per sentirci vivi, perché chiusi nel campo di concentramento era facile cadere preda della noia e dell’apatia. La possibilità di parlare, di dialogare e quindi di arricchirsi reciprocamente era importante, come utilizzare questa situazione di prigionia che ci costringeva a stare fermi lì a sciupare la nostra vita. Io pensavo che fosse utile arricchirsi culturalmente in qualche maniera, perché se si fosse ritornati non avremmo sciupato tanto tempo.

Altra motivazione: la voglia di sapere e soprattutto, a mio parere, la voglia di cercare di capire il perché la società italiana era rovinata fino a questa situazione. Questo era uno degli stimoli principali… affiorava sempre nelle discussioni. Si esplorava la cultura [italiana] per capire se all’interno di essa c’erano i germi che avevano prodotto quello che era successo e ci aveva portato poi anche alla guerra. Pensare con la mente di oggi sarebbe sbagliato, ma indubbiamente si cercava di capire come il nostro paese era arrivato anche ad accettare la situazione della dittatura (per esprimersi con un termine che allora non si usava). Il fatto che fra noi ci fossero persone che condividevano le scelte fatte, addirittura quelli che erano entusiasti [del fascismo] ci spingeva a cercare di capire. Era una specie di auto-esame e credo che abbia servito molto, perché quando siamo rientrati direi che eravamo già pronti a partecipare all’attività anche di carattere politico… perché lì dentro avevamo maturato attraverso questo disagio continuo e discussioni che a volte erano accanite. Ci siamo ribellati di fronte ad un atteggiamento di passività e basta, abbiamo voluto utilizzare il tempo.

A mio parere, la molla è sempre stata questa: cercare di capire perché eravamo rotolati fino a questo punto. Quando io sono rientrato in Italia ho scoperto un po’ per tutto il paese amici ex-internati tutti integrati nella vita sociale, culturale e politica, quindi già preparati. Insomma non si veniva certo dal niente. Questi due anni, malgrado le sofferenze e la fame, per me furono un periodo di maturazione. Non dico che li rimpiango, per carità… ci mancherebbe altro, però riconosco che mi hanno fatto crescere, perché in fondo venivamo fuori da una società indottrinata, incasellata, dove bisognava pensare tutti nello stesso modo. Trovandosi lì in quella situazione, almeno all’interno delle baracche dove non ci sentiva nessuno e potevamo parlare e discutere fra noi, ci sentivamo quasi liberati da una cappa di piombo. Pur essendo osservati e controllati non ci potevano impedire di pensare. Per molti è stato un periodo di maturazione, anche di conversione. In sostanza, per quanto mi riguarda, riconosco che i due anni di prigionia furono due anni utili sul piano della maturazione politico –culturale. Noi non sapevamo cosa fosse la democrazia… lì dentro l’abbiamo scoperto discutendo fra noi e questo mi pare sia un fatto notevole, che spiega anche come il passaggio dalla dittatura alla vita democratica sia stato un passaggio che ha visto quasi subito preparata una parte per lo meno di coloro che si impegnavano attivamente nel dopoguerra. Una parte della classe dirigente che è uscita fuori dopo la guerra era composta anche da un certo numero di quegli oltre 600.000 internati nei campi tedeschi. Quindi vuol dire che fu un periodo fecondo da questo punto di vista.39
Concludendo, ci sembra che in sostanza la vicenda di Bardotti segua un percorso assai significativo che ha come punto di partenza la sua decisione di non collaborare con i tedeschi e i fascisti di Salò. Una decisione che poggiava su una presa di coscienza politica, forse non compiutamente delineata, ma comunque sufficiente a convincerlo che la guerra voluta da Mussolini e dal fascismo fosse stata una decisione scellerata ed una sciagura per la Patria.

Forte di questa convinzione, egli sopportò la prigionia senza perdere la speranza in un futuro migliore e soprattutto senza mai adagiarsi su posizioni di attendismo. Egli cercò anzi di sfruttare le opportunità di contatto con altri prigionieri per discutere, valutare e crescere sia culturalmente che politicamente. Tra le baracche dei Lager tedeschi, in un ambiente dove sopravvivere non era facile, egli cominciò ad apprendere cosa significasse confrontare le proprie idee con quelle degli altri, liberamente, senza la paura di non poter esprimere pienamente il proprio punto di vista per paura di ritorsioni, come avveniva durante negli anni precedenti sotto la dittatura fascista. Così per Bardotti l’internamento nei campi del Terzo Reich finì per trasformarsi in una sorta di “scuola di democrazia”, in un nuovo punto di partenza, pagato certo a caro prezzo toccando con mano fame, freddo e barbarie. E l’esperienza fatta in quei lunghi mesi di prigionia ebbe un ruolo importante quando il nostro protagonista rientrò in Patria e ebbe a confrontarsi con il nuovo clima politico-culturale sorto dalle ceneri della guerra fascista.



4. INIZIATIVE CULTURALI AL CAMPO: IL SENSO DI UNA FORMAZIONE ANOMALA PER GLI INTERNATI ITALIANI.
In mezzo agli stenti della prigionia, all’abbrutimento misurato sullo spreco di un tempo giovanile necessariamente dedicato solo alla sopravvivenza, senza la minima traccia di concrete possibilità di agire secondo le scelte e le propensioni del proprio intelletto, compaiono nel diario lucide cronache di una formazione intellettuale, che intercala le scene monocordi e monotone della vita degli internati.

Se si tratta di una consolazione della filosofia, non è nel senso in cui questa espressione divenne celebre nella prigionia di un filosofo tardoantico, quanto piuttosto per quella potenza della speculazione teorica e dell’arte che Gadamer ci fa sentire quando ricorda


di quando a Lipsia, che giaceva intorno a noi in rovina, le truppe di occupazione russa fecero diffondere d’improvviso per le strade della musica classica, con degli altoparlanti; allora mi fermai, e restai semplicemente in piedi in mezzo alla strada. Si potè riconoscere allora in tutto questo un pericoloso potere magico dell’arte.
Esiste infatti una responsabilità del pensare che va molto al di là dell’aiuto che l’intelletto, più capace della carne a resistere alla sofferenza, può fornire in termini di alleviamento dell’offesa ricevuta materialmente come sofferenza fisica. Si tratta della possibilità di ricavare l’essenza dalle cose che accadono, di risalire dunque ai principi universali che difficilmente può mettere in risalto la mera storia di ciò che è accaduto. Un diario narra avvenimenti di per sè irripetibili, ancora più intrisi di questa irripetibilità dei fatti narrati dalla storia collettiva e dalla cronaca, proprio perché vissuti secondo il ricordo di un solo partecipante a quei fatti. Anche quando il diario è diario di guerra e si aggroviglia nelle trame di un nodo essenziale alla vita della comunità e viene ulteriormente complicato dalla forte carica appercettiva che la vicinanza della sofferenza estrema e l’incombenza della morte conferiscono all’animo umano, gli avvenimenti possono rimanere confinati nel loro carattere di fenomeno irripetibile e valido solo per quella coscienza. Il loro stesso significato etico si confina all’interno del genere memorialistico, non certo teso al futuro, ma semmai al vaglio delle esperienze preterite secondo le scelte morali e di schieramento del narrante.

Nel diario di Bardotti, invece, l’inserimento dei temi culturali nella grigia e talvolta idiomatica narrazione della squallida quotidianità, sostituisce al timbro memorialistico il tono sostenuto del romanzo di formazione. La stessa minuziosità descrittiva con cui si riferiscono le pessime ricette che gli internati improvvisano, acquista un senso non tanto nell’economia diaristica del racconto, come denuncia di uno stato di abbandono dei prigionieri o come patetica sottolineatura della privazione fisica, quanto nella descrizione delle capacità acquisite nel maneggiare strumenti anomali in modo da renderli consoni alla preparazione del cibo.

La stessa scelta di non rientrare in Italia con i repubblichini né di collaborare con i tedeschi, evidente file rouge etico del racconto, è presentato senza quelle forme di trionfalismo interiore che potrebbero trovare campo nel genere memorialistico, ma piuttosto con sobri accenni alle modalità con cui la proposta veniva iterata nel campo e meditata dagli internati.

La scelta dell’internato Bardotti è chiara quanto semplice e non retorica. Si tratta di sopravvivere, per scoprire cosa ci sia al di là della guerra e del fascismo. Le esistenze individuali dipendono così tanto dalla storia di tutti, che non è possibile trascurare ogni possibilità di ricavare il nocciolo di essenzialità dalle esperienze quotidiane. La riflessione, l’esperienza del dibattito culturale, la lettura richiamano all’osservazione dei temi generali. La teoria dialoga con quanto di più opposto sembra invadere la vita del campo, i bisogni estremamente pratici della sopravvivenza quotidiana. L’attesa della fine della guerra (mano a mano che si va avanti sembrano cadere i dubbi sull’imminenza di tale fine) impone che l’esperienza pratica della prigionia sia formazione della personalità per quanto poi sarà la vita adulta in una nuova epoca.

La vita adulta pubblica di Bardotti non sarà solo quella di insegnante. La sua partecipazione alla vita politica locale e nazionale e le modalità stesse di tale partecipazione presuppongono una formazione culturale di tipo critico e dialettico che non necessariamente viene acquisita nelle Università. Altre esperienze potevano guidare e organizzare gli interessi culturali dei giovani verso il raggiungimento di una maturità culturale accanto a quella umana. Se la formazione che segue alla frequenza scolastica è in genere conseguente ad una scelta personale (scelta del percorso accademico, di una carriera professionale), per quanto influenzata dalle relazioni interpersonali di ognuno, ogni scelta presuppone la selezione degli interessi da approfondire, delle cose da imparare, dei libri da leggere. Formarsi è comunque sempre il frutto di una selezione. C’è stata in Italia e in Europa una generazione (quella di Bardotti) in cui la selezione degli interessi giovanili è avvenuta nelle pieghe prese da avvenimenti eccezionalmente traumatici. Alla coscienza individuale fu richiesta soltanto la scelta etica di fondo, quale via prendere anche rischiando tutto, il dover capire irrevocabilmente quello che stava succedendo. Nel resto della quotidianità, si doveva prendere quello che gli avvenimenti, ormai non più guidati se non da lucide follie, mettevano a disposizione, ed usarlo al meglio, che si trattasse di strani alimenti con cui confezionare un surrogato di condimento per una pasta di fortuna o dei libri che si erano salvati nelle deportazioni ferroviarie o delle nozioni che la memoria era ancora in grado di mettere a disposizione dei compagni di prigionia.

Poichè la durata della vita umana non è infinita e la mente dell’uomo è tutt’altro che omnisciente, chiunque insegni sa che deve scegliere che cosa trasmettere e a che cosa rinunciare. Quando la selezione è sulle epoche vicine alla contemporaneità, questa scelta è ardua, per mancanza dei criteri obiettivi su cui procedere. La generazione di Bardotti ha compiuto la propria formazione sulla base di una scelta anomala e non meditata in funzione della formazione. Perchè Gramsci in carcere leggeva dei testi e non altri, su quali tematiche si poteva riflettere o discutere durante gli anni del confino, con chi ci si incontrava e cosa si leggeva nella clandestinità o nell’esilio ? E’ un carattere delle generazioni che gestiranno il potere nel dopoguerra che non va trascurato. La prigionia di Bardotti è la sua formazione antifascista, non solo perchè fa maturare la scelta di non collaborare e di rendersi disponibile per la società che verrà, ma anche perchè in quel tratto di vita si compie il processo di revisione critica e di approfondimento della maturazione culturale. I temi che affronta sono legati alla casuale disponibilità di libri o di ricordi dei conferenzieri improvvisati, ma valgono a portare la mente alla riflessione sui principi generali che stanno dietro alla quotidianità.



Ogni volta che entriamo nella cultura del novecento anche noi, del resto, dobbiamo sceglierci un criterio selettivo, che ci orienti nella massa della produzione e delle correnti. L’attenzione alle letture degli internati può dunque anche stimolare un particolare criterio selettivo. Si tratta certo di un indicatore viziato dalla casualità delle disponibilità librarie in quei campi di prigionia, ma dotato altresì della estrema concretezza della storia di quei volumi. Se infatti è vero che solo per una fortuità certi libri si trovano lì e altri no, è altrettanto vero che alcuni di quei testi erano stati scelti all’atto della partenza per le zone operative, altri potevano essere il frutto salvatosi da uno scarto doveroso durante le tappe di trasferimento. La loro selezione non è dunque stata critica nel senso canonico e accademico del termine, ma certo nel senso che il giudizio personale immediato e spesso istintivo ha determinato la fortuna di quel libro, quando si è compiuto la semplice scelta di abbandonarlo o portarlo con sè in quei tragici momenti della vita. Se i libri hanno il loro destino (e per questo hanno una loro esistenza fatta di nascita, maturità e vecchiaia), la guerra totale ed esiziale che si abbatte sulla vita degli uomini determinandone il proseguire o l’arrestarsi, stabilisce anche gli incontri fortuiti delle opere dell’ingegno con gli ingegni in formazione, che dopo quella esperienza di distruzione non avranno tanto altro tempo prima di passare alla gestione del loro mondo.40

Agosto 1943 – Costa Azzurra

Presentazione
Il “Maestro”: così lo chiamano, ancora oggi, gli scolari che, nel lontano 1948, frequentavano la IVª classe nella scuola elementare Vittorio Veneto, in viale Garibaldi a Poggibonsi.

Io sono tra questi e proprio a me tocca l’onore di presentare questo “Diario”, che il “Maestro” scrisse durante la lunga prigionia nei “Lager” nazisti.

Per molto tempo, gli studiosi più importanti hanno ritenuto questo tipo di scritti privi di interesse, ma da alcuni anni sono stati ampiamente rivalutati e, forse per primo, fu lo storico professor Sapori a intuirne l’importanza come testimonianza e fonte di notizie “indirette” altrimenti difficilmente reperibili.

Come molti diari, anche questo non ha pretese letterarie, ma ci racconta, con il linguaggio di tutti i giorni, la vita di migliaia di persone, private di uno dei più elementari diritti: la libertà.

Le frasi scarne ed essenziali, scritte in un quaderno (l’unico a disposizione), che per fortuna sfuggì alle frequenti perquisizioni dei nazisti, rispondono all’esigenza di risparmiare spazio e sfuggire ad eventuali censure.

Nel leggerlo, una miriade di ricordi di quel tempo, ormai lontano, riaffioreranno nella mente di coloro che lo hanno vissuto; per gli altri sarà l’occasione per approfondire la conoscenza di quel periodo che ha indelebilmente segnato il secolo passato.

La personalità del “Maestro” appare evidente: notevole coerenza di cattolico praticante e antifascista e onestà intellettuale, unite ad un’innata educazione.

Del resto la coerenza e l’onestà gli hanno permesso di fare una brillante carriera politica, probabilmente se fosse stato più disponibile a qualche facile compromesso (cosa assai praticata dai politici italiani) avrebbe potuto ottenere anche di più, ma evidentemente ha preferito pensare alla coscienza.

Onestà, coerenza, educazione, rispetto degli altri appaiono evidenti anche nei rapporti con i compagni di prigionia e, infatti, con molti di loro furono di grande amicizia e collaborazione. Purtroppo, anche in quelle difficili circostanze, quando i rapporti di solidarietà sono ancora più importanti, qualche furbastro egoista e spesso imbecille si incontra. È, però, ammirevole (anche se coerente con il carattere e quindi non sorprende) che il “Maestro” non scriva mai una parola offensiva o di protesta verso questi ultimi. I rapporti difficili si intuiscono soltanto.

Per superare un’esperienza così traumatica come la prigionia, senza pagarne un peso eccessivo, occorre, non soltanto riuscire a mangiare quel tanto che serve per sopravvivere (da qui la spasmodica attesa del cibo o dei pacchi e la preparazione di vari manicaretti, si fa per dire!), ma soprattutto cercare motivazioni psicologiche. Coloro che non ne furono capaci non sopravvissero o ne uscirono molto male. Quando si è assaliti dalla nostalgia del tempo che fu, dal ricordo e dalla preoccupazione per la sorte dei propri cari, dall’incertezza del futuro… se non si attinge alle risorse morali si cade inesorabilmente nella depressione. Ecco allora che il “Maestro” partecipa assiduamente alle funzioni religiose, ma anche a tutte le attività culturali (fa perfino l’attore) e di ognuna o quasi ne riassume i contenuti. Tutto serve per passare il tempo e lenire i morsi della fame!

Il “Maestro” annota puntigliosamente tutte le cibarie (non so come meglio definirle!) che vengono propinate ai prigionieri e appunta con grande preoccupazione il consumo del piccolo “tesoro” alimentare, messo insieme con gli amici, costituito da pochi chilogrammi di patate, che servono anche come merce di scambio

Si nota un velo d’ironia nella descrizione dei lauti pasti!: “Sboba discreta tipo colla”… “Sboba liquiduccia. Un pisolino dopo mangiato o bevuto che dir si voglia”. L’ironia, un altro elemento psicologico fondamentale per superare momenti di grande difficoltà, alla quale si aggiunge la volontà di mantenere la propria identità e di non dimenticare le proprie origini.

Il diario, infatti, è infarcito di espressioni toscane o, meglio, poggibonsesi (“a sdraioni sul letto”, “allarmi”, invece di allarme…) a testimonianza dell’attaccamento alle proprie origini e della difesa della propria personalità.

Chiudo queste brevi note di presentazione con un ricordo piacevole per il “Maestro”: il periodo (circa un anno) trascorso in Costa Azzurra, prima della prigionia. Quel soggiorno deve essere stato assai gradevole, tanto che (se ben rammento), poi, vi fece il viaggio di nozze e vi è tornato in altre ricorrenze!
Giuseppe Mantelli
Sono anch'io uno di quei seicentomila sbandati che, dopo l'8 settembre l943 (Armistizio), furono catturati dai tedeschi, caricati sulle tradotte costituite da carri bestiame e destinati ad uno dei tanti campi di prigionia disseminati per tutta l'Europa. Sono anch'io uno tra coloro che rifiutarono il lavoro “volontario”(!) e, successivamente, la proposta di aderire alla Repubblica Sociale per ottenere, in cambio, il ritorno in Italia. In alcuni documenti si dice che “soldati e ufficiali rifiutarono” ma, per rispetto della verità, debbo precisare che gran parte di costoro (indubbiamente la maggioranza) rifiutò; tuttavia vi fu anche chi non ebbe la forza di resistere alle lusinghe. Non me la sento di condannarli perché la fame è sempre cattiva consigliera e la debolezza di uno spirito prostrato influisce sulla volontà. Dopo la prima rapina operata dai tedeschi con le frequenti perquisizioni, ero riuscito a conservare nello zaino (la cassetta d'ordinanza l'avevo abbandonata durante un trasferimento a piedi) un grosso quaderno a piccoli quadretti con la copertina nera ed un lapis copiativo. Così, giorno per giorno, ho cercato di annotare le vicende essenziali della lunga peregrinazione, durata ben due anni, attraverso i lager di Olanda, Polonia, Slovacchia e Germania.

Ho registrato, con particolare pignoleria, i dati relativi alle razioni di viveri che ci venivano distribuite, di norma, giornalmente. Tuttavia, per valutare adeguatamente la consistenza, mi preme sottolineare che, ad esempio, quando parlo di tè, non dobbiamo pensare alla nota bevanda, ma ad un intruglio ottenuto, sembra, con foglie di tiglio. Era gradito per diverse ragioni: primo, perché, essendo caldo e distribuito al mattino, serviva a riscaldarci lo stomaco (vuoto!) quando il freddo, nelle tetre giornate invernali, si faceva pungente. In altre stagioni lo usavo periodicamente o per farmi la barba oppure, più prosaicamente, per fare un tonificante ... pediluvio.

Quando parlo di generi alimentari (burro, margarina, marmellata, formaggio, grasso di vario genere, ecc.), mi preme precisare che si tratta di razioni che, al massimo, raggiungevano i venti grammi. Il pane era scuro e legnoso, sembrava fatto con la segatura; la marmellata proveniva dalle zucche. Quando, poi, parlo di “carne”, è opportuno precisare che si tratta sempre di “filamenti” galleggianti nella “sboba” (minestra) quotidiana (io adopero il termine “filacci di carne”), frammenti microscopici di una carne che sembrava lessata.

Le notizie riportate sulla situazione bellica ci venivano fornite dai bollettini di guerra tedeschi; quelle però più attese e gratificanti provenivano da qualche piccola radio sopravvissuta alle perquisizioni. Questa fonte fu poi scoperta e sequestrata; così rimanemmo senza notizie di confronto e dovemmo accontentarci dei bollettini ufficiali che, comunque, sia pure con linguaggio contorto, non potevano non ammettere che le sorti della guerra volgevano a favore degli alleati.


Martino Bardotti

DIARIO DI PRIGIONIA
SETTEMBRE 1943 – DICEMBRE 1944



SETTEMBRE 1943



MERCOLEDÌ 8.9.43 - [Grasse – Côte d’Azure (France)]41 Ore 20. La radio annuncia l'armistizio. Ordini imprecisi, confusionari. Con due camion e due mitragliatrici mi schiero a difesa del Comando. Notte bianca sul camion.42
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