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Nota informativa La rinascita dell’antico nell’arte del Duecento


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Nota informativa
La rinascita dell’antico nell’arte del Duecento.
La rinascita dell’antico va intesa come ripresa di particolari moduli stilistici e iconografici, di exempla, cioè modelli, che gli artisti scelgono e interpretano sulla base della loro sensibilità.

Nell’intramontabile testo di Erwin Panofsky dal titolo “Rinascimento e Rinascenze” il grande problema del ritorno all’antico abbraccia sia la cultura carolingia che quella del Duecento europeo, che il Rinascimento propriamente detto.

Ma nel Duecento, e specialmente in quella grandiosa stagione di passaggio dal romanico al gotico, il fenomeno è contraddistinto da un fervore di cui il termine latino “exempla” manifesta la forza concettuale, che è poi quella dell’auctoritas insita nella tradizione.

Nel medioevo opere d’arte antica in gran numero erano davanti agli occhi di ogni artista, che vi ritrovava una componente “etica”, insieme ai valori estetici. Proprio per i suoi valori morali l’antico, nel Duecento, è considerato presente.

Nei decenni che si dilungano all’incirca dalla metà alla fine del XIII secolo, in Italia la rinascita dell’antico si connota di un carattere particolare che deriva dalla fusione di elementi figurativi classici e del naturalismo che caratterizza lo stile gotico europeo.

Il gotico nasce e si diffonde in una zona dell’Europa francogermanica dove, intorno al 1220, si profila uno straordinario fenomeno di rinascita dell’antico. Proprio qui l’arte medievale è “in grado di incontrare l’antico su un piano di parità”. Nelle cattedrali di Reims, Naumburg e Bamberg vedono al luce alcune stupende sculture che, nel loro rifarsi a modelli antichi, diverranno exempla anche per l’Italia, sulla spinta di un intenso sentire, dal quale “emerge e ne è sostanza la coscienza cristiana del valore dell’individuo come conquista di libertà e dignità” (M.L. Testi Cristiani).

A differenza di quanto accadrà nel Rinascimento, nel Duecento l’antico non è appannaggio del passato. Secondo Panofsky il fattore di più profonda distinzione fra la rinascita del Duecento e il Rinascimento quattrocentesco consiste nel fatto che il primo si concepisce in stretta continuità con l’antichità, mentre nel secondo si percepisce la concezione “malinconica” di una lontananza, di una incolmabile separazione. Fatto sta che “ il culmine del classicismo medievale fu raggiunto nel quadro generale dello stile gotico”.

Tale senso dell’antico riveste le espressioni artistiche del gotico italiano di un fervore la cui varia gradazione è uno dei fattori che distinguono l’opera degli artisti anonimi attivi intorno a Federico II, da Nicola Pisano, da Arnolfo di Cambio, dai pittori romani, come Cavallini e Torriti, da Giovanni Pisano e Andrea Pisano.

Percorso della mostra

L’ampio, variegato e complesso capitolo italiano della rinascita duecentesca dell’antico si apre con Federico II, e con Federico II inizia il percorso della mostra e con alcuni precedenti normanni che si giustificano con il fatto che l’imperatore Svevo era figlio di Costanza d’Altavilla di discendenza normanna. In particolare la formazione di Federico II è pervasa di ricordi classici, sia da parte materna, che paterna; non dimentichiamo che Enrico, suo padre, era figlio del Barbarossa.

L’epicentro della rinascita dell’antico in Italia nel Duecento viene individuato nel cantiere di costruzione di Castel del Monte, edificio enigmatico, di cui tuttora non si conosce la destinazione d’uso: castello difensivo, reggia estiva o postazione di caccia. Qui, poco dopo il 1240, si formerà la personalità di uno scultore della levatura di Nicola Pisano “de Apulia”, cioè originario della Puglia.

Per Federico, e quindi per tutti coloro che, a diverso titolo, ruotano intorno alla sua corte - mondo chiuso pur nella sua variopinta compagine - l’antichità rappresenta un modello da riprendere in termini di intransigente assolutismo.

La mescolanza di antico e moderno, la rilavorazione e il riuso di materiali di spoglio che avevano caratterizzato anche la tarda antichità romana e i primi secoli del cristianesimo, il recupero di un codice iconografico imperiale, sono innanzitutto il portato di un programma ideologico. Con Federico la saldatura di passato e presente si fonda su ragioni di propaganda politica e sull’esaltazione della propria immagine, costruita su modelli antichi e in particolare augustei.

La ferrea ideologia però non toglie che in Federico II sia viva un’autentica passione per l’antichità, che si esprime nel collezionare opere d’arte classiche, nel favorire la produzione di oggetti preziosi, come gemme e cammei, e nell’affermazione di una sorta di furor dionisiaco (A.Giuliano), che si riscontra nella “terribilità” che contraddistingue gran parte della produzione plastica federiciana sopravvissuta alla damnatio memoriae dei posteri: dalla Porta di Capua ai rarissimi rilievi di Castel del Monte.



Prima sezione: precedenti normanni e romani
Sono esposte alcune opere che precedono quelle prodotte al tempo di Federico II e che si possono inserire nell’ambito della cultura artistica meridionale e del centro Italia.

Reliquiario di Sant’Elena. Metà del XII secolo. Roma, Basilica di Santa Maria in Aracoeli.

Questo stupendo reliquiario, in uno sbalorditivo stato di conservazione, in legno di sandalo, dipinto di rosso e lumeggiato d’oro, fu scoperto durante dei rilevamenti archeologici, nel 1960, nella cappella di Sant’Elena nella basilica romana dell’Aracoeli di fronte al Campidoglio.

Raffigura leoni alati e grifoni, motivi diffusi nel Meridione in ambito normanno. Anche nelle arti prodotte dai Normanni in Sicilia troviamo una ripresa di motivi classici.

Due Sfingi. Collezione Federico Zeri. Provengono probabilmente da Messina. Animali fantastici come le Sfingi e i grifoni nel medioevo sono diffusi anche negli edifici di culto.

Iustitia. Collezione Federico Zeri. Il soggetto di questa scultura, probabilmente romana e rilavorata in epoca federiciana, come lascia intendere l’aggiunta dell’aquila, è di difficile interpretazione.

Leone. Arte romana del III secolo rilavorato in epoca federiciana. Lagopesole, castello di Federico II. Si sa che Federico II diede enorme impulso alle costruzioni civili. Portandosi appresso una corte mobile, nei castelli soggiornava pochissimo. Lo splendido Leone romano di Lagopesole venne riadattato all’epoca di Federico II come elemento di un trono imperiale. In origine ornava lo spigolo di un sarcofago romano a forma di tinozza; lo si comprende perché è convesso. E’ raffigurato mentre stritola un’antilope, raffigurazione che, nell’arte classica, è simbolo di morte. Nel trono di Federico II probabilmente doveva costituire una specie di contrafforte anteriore.

Due Leoni di Villa Borghese. Roma. Questi splendidi Leoni di marmo, conservati nei giardini di Villa Borghese, restaurati per la mostra, sono databili nella prima metà del Duecento e furono realizzati in una bottega romana attiva nel Duecento. Specialmente nelle criniere a ciuffi scanalati presentano analogie con opere di maestranze attive per Federico II nella Porta di Capua.

Seconda sezione: Federico II

Prima di giungere alla scultura monumentale, spesso inserita in alcuni spettacolari edifici come la Porta di Capua, il monumento del Carroccio in Campidoglio e Castel del Monte, le arti sotto Federico II si limitano agli oggetti preziosi, gemme, cammei, facilmente trasportabili dalla sua corte nomade.

Si rifanno a exempla classici nello stile e nei soggetti.

Cammeo con Ercole che strozza il leone. Napoli Museo Archeologico Nazionale. Viene messo a confronto per la prima volta con un rilievo romano dello stesso soggetto, restaurato per la mostra, conservato nei Musei Capitolini.

Altri cammei raffigurano ritratti, teste di Satiri, episodi della Bibbia, animali, simili a quelli che componevano il folto corteo dell’imperatore, spesso descritto con toni di meraviglia nelle cronache del tempo.



Cammeo con aquila. Richiama il simbolo della casata degli Staufen. L’aquila compare al rovescio degli Augustali .

Due Augustali d’oro. Napoli. Museo Archeologico.Sono le prime monete del Duecento a raffigurare il ritratto di un imperatore. Federico II è visto di profilo come lo erano gli imperatori romani effigiati sugli aurei. Lo Staufen aveva infatti impostato tutta la sua politica all’insegna di quella romana e il suo ritratto idealizzato riprende exempla augustei. Gli Augustali vennero coniati nelle zecche di Brindisi e di Messina a partire dal 1231, anno in cui Federico II promulgò le Constitutiones Melfitane, il suo codice delle leggi.

Busto ritratto di Federico II (?). Roma, Fondazione Dino Santarelli.

Ritratto di Augusto. Roma, Musei Capitolini.Arte romana del I secolo.

Epigrafe del 1231. Rimini. Diretto a Ravenna per convocare la Dieta, Federico II passò nel 1231 da Rimini. L’unico documento che lo attesta è questa piccola epigrafe lacunosa, nella quale si dice che l’imperatore passò con “elefanti, cammelli a altri animali mostruosi”.

Tre sculture della Porta di Capua. Il complesso monumentale della Porta di Capua risale agli anni 1234-39. La Porta era ornata di varie statue, d’epoca federiciana e anche antica, con un ritratto dell’imperatore a figura intera nel centro, oggi ridotto a un moncherino privo di testa e braccia. La Porta era un emblema del potere imperiale e inneggiava alla Giustizia. Nel frontone erano inseriti due busti di Giustizieri, uno identificato con Pier delle Vigne, gettato da Dante nel girone dei suicidi.

Busto di Pier delle Vigne.

Testa di Zeus o Silvano.

Diana, scultura romana del II secolo.

Le sculture della Porta di Capua segnano il passaggio dalla produzione di gemme, alla scultura monumentale e il busto di Pier delle Vigne sembra un cammeo ingrandito. Dopo la battaglia di Cortenuova (1237) presso Bergamo, nella quale l’imperatore sbaragliò la Lega dei Comuni lombardi, Federico fece erigere in Campidgolio una specie di palco sul quale esporre i resti del Carroccio. Il palco era probabilmente adorno di tondi di marmo raffiguranti volti di giustizieri visti di profilo alla maniera di quelli dell’Arco di Costantino.



Serie di quattro Giustizieri. Collezione privata.

Un Giustiziere. Collezione privata

Spesso questi clipei sono scolpiti su marmi romani riutilizzati.



Terza sezione: Federico II e la Puglia. Castel del Monte

E’ nota la passione di Federico II per la caccia con il falcone che viene raffigurata in alcune opere rarissime.



De Arte Venandi cum avibus. Codice miniato del XIII secolo. Bologna Biblioteca dell’Università.

Cammeo con falconiera. Firenze, Museo del Bargello

Falconiere. Scultura del XIII secolo. Ravello, Museo del Duomo. Restaurato in occasione della mostra.

Fra le testimonianze più interessanti della cultura federiciana troviamo alcune sculture realizzate in Puglia che fanno da contesto archeologico al capitolo di Castel del Monte.



Ritratto di giovane. Lucera , Museo Fiorelli.

Testa di Moro. Lucera, Museo Fiorelli.

Frammento Molajoli. Bari, Pinacoteca Provinciale.

Busto togato da Castel del Monte. Bari, Pinacoteca Provinciale.

Capitello. Museo della Cattedrale di Troja.


Questo straordinario capitello, che raffigura quattro teste ad alto rilievo, una delle quali di un Moro, è forse l’opera di scultura più straordinaria tra quelle sopravvissute di ambito federiciano. Il pendant è conservato nel Metropolitan Museum di New York. Siamo intorno al 1240 e nel forte realismo di questi volti qualcuno ha ipotizzato che si possa ravvisare la mano di Nicola Pisano.
Quarta sezione: Nicola Pisano.
Grazie all’attività, pur non documentata, dello scultore Nicola Pisano, Castel del Monte si trasforma nel centro più pulsante di quella rinascita dell’antico che, tramite Nicola, si corrobora poi in Toscana, a contatto con un altro ambiente.

Da Piombino a Siena a Pisa e poi a Bologna e a Perugia, la cultura gotica e classica di Nicola Pisano, allevata nei cantieri federiciani, rinvigorisce al cospetto dei superbi exempla che lo scultore-architetto poteva trovare nei sarcofaghi del Camposanto di Pisa, città che aspirava a presentarsi come àltera Roma.

Mentre il classicismo dell’arte federiciana è finalizzato all’esaltazione dell’immagine dell’imperatore e del suo potere, in Nicola Pisano si deve parlare di “classicità rievocata”, perché egli vi immette una nuova “verità di vita” ispirata dalla cultura cristiana d’oltralpe.

Una serie ininterrotta di capolavori



Nicola Pisano (?). Due grifoni di marmo. Trani, Museo Diocesano.

Testa muliebre. Roma, Museo di Palazzo Venezia. Questa magnifica testa femminile, scolpita in pirite dell’isola d’ Elba, presenta un modellato molto sensibile che le conferisce la forza di un ritratto.

Nicola Pisano. Testa virile . Pisa, Museo dell’Opera del Duomo. Proviene dal Battistero di Pisa ed è una fra le sculture monumentali più belle del gotico italiano.Il classicismo risiede nella profondità dell’espressione del volto.

Nicola, Pisano, bottega. Madonna col Bambino. Pisa, Museo Nazionale di San Matteo.

Aiuto di Nicola Pisano ( Arnolfo di Cambio ? ). Colonna con tre accoliti. Firenze, Museo del Bargello. Questo marmo straordinario è uno dei sostegni angolari dell’Arca di San Domenico a Bologna, iniziata ed eseguita da Nicola Pisano verso il 1260 con aiuti e ultimata da Michelangelo due secoli dopo. In questo sostegno ( uno dei due soli rimasti ) si riconosce probabilmente la mano di Arnolfo di Cambio agli esordi. L’antichità classica è evocata nella composizione stessa delle figure, che riprendono il modello classico della figura triforme di Ecate.

Ecate. Bronzetto romano. Treviso, Museo Civico.

Nicola e Giovanni Pisano. La lupa con Romolo e Remo, Rea Silvia. Lastra marmorea della Fontana Maggiore. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria. E’ uno dei pezzi più significativi ed emblematici della mostra per il soggetto romano. Faceva parte del rivestimento della Fontana Maggiore di Perugia. Per garantirne lo stato di conservazione venne levata e collocata nella Galleria Nazionale. Si riconoscono le mani di Nicola Pisano e di suo figlio Giovanni che iniziò il suo percorso accanto al padre.

Bottega di Nicola Pisano. Gesù Bambino. Collezione privata

Vasca per fontana. Pisa, XIII secolo. Collezione privata
Uno strepitoso “caso isolato”. Il volto femminile di Ravello di Nicola di Bartolomeo da Foggia.

Questa splendida scultura, che in ogni particolare manifesta fonti di ispirazione classiche, è opera di Nicola di Bartolomeo da Foggia, uno scultore che si forma in ambienti comuni a Nicola Pisano, pervenendo poi a conclusioni, sul piano stilistico, diverse. Il busto della donna, riconosciuta anche in Sigilgaita Rufolo la moglie di un nobile di Ravello, ornava il pulpito di Ravello costruito nel 1272. Accanto a elementi classici si riconoscono caratteri ornamentali ancora bizantini, specie nella corona.



Quinta sezione: Arnolfo di Cambio

Nessun’altro artista della metà del Duecento fece scuola quanto Nicola Pisano. Presso di lui si formarono Arnolfo di Cambio, scultore e architetto originario di Colle Valdelsa ai confini dell’Etruria, e Giovani Pisano, che, oltre a essere il più grande scultore del Duecento, ebbe il coraggio di interpretare l’antico in modo del tutto personale.

Arnolfo, già negli anni giovanili assimila gli elementi classici di una poetica che andrà maturando in un percorso vario e ricco di esperienze, dalla Toscana a Bologna, da Roma a Perugia a Firenze. In lui il ritorno al classicismo si configura come la ripresa di un patrimonio di exempla tratti dal repertorio romano ed etrusco, che conferiscono ad alcune sue opere una forte connotazione espressionistica.

Arnolfo di Cambio. Donna con brocca. 1281. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria. Questa scultura, eccezionalmente drammatica nella sua torsione, faceva parte di una fontana perugina costruita nel 1231 e smembrata all’inizio del Trecento per scarsità di acqua.

Rilievo romano del II secolo con una Ninfa vista da tergo. Città del Vaticano, Musei.

Urna etrusca. Volterra, Museo Guarnacci.

Arnolfo. Lastra con una teoria funeraria.1289. Roma, chiostro della Basilica di San Giovanni Laterano. E’ l’elemento maggiore ( oltre 2 metri di lunghezza ) del monumento funebre del Cardinale Annibaldi nel chiostro di San Giovanni in Laterano a Roma. Arnolfo interpreta la lezione del classicismo nelle figure, nei panneggi scanalati, nelle chiome che ricordano quelle di tante statue romane, nelle tipologie regolari dei volti. Ma tutti questi elementi antichi si animano di un naturalismo che vediamo, per esempio, nel particolare del giovane chierico dalle gote gonfie che sta attizzando l’incenso nel turibolo.Va osservato il magnifico mosaico del fondo.

Clipeo con putto. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo.

Aiuto di Arnolfo.Volto di Cristo con l’animula della Vergine. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo. Questa scultura è impressionante per intensità introspettiva e forza di comunicazione. In origine era collocata all’esterno di Santa Maria del Fiore, in posizione elevata rispetto al gruppo con la Dormitio Virginis, sempre di Arnolfo. Raffigura il volto severo di Cristo che accoglie l’anima della Madonna in cielo dopo il trapasso “ la dormitio”. Il volto di Cristo rivela nella severità arcaica dei grandi occhi sbarrati, un ritorno all’antico che è emblema di verità e di meditativa fierezza. Al suo confronto l’anima di Maria Bambina assunta in cielo e da Cristo accolta, è di una purezza di forme quasi ellenica, indispensabile a sottolineare la tenerezza che emana dal suo viso. Sono i termini di un contrasto apparente che si combina in una unità di altissima armonia concettuale.

Bottega di Arnolfo, Testa di chierico. Perugia, Museo del Capitolo del Duomo.


Quinta sezione: la pittura a Roma nel secondo Duecento

A Roma Arnolfo lavorerà negli anni di Pietro Cavallini e di Pietro Torriti. Della pittura romana del Duecento è rimasto pochissimo, ma quanto basta per capire quale ulteriore, straordinaria sintesi di gotico, bizantino e classico sia alla base di questa produzione, superba e altera nella dignitas di matrice antica, accesa da splendide gamme di colore, nobile e statuaria nelle forme. Giotto stesso trasse significative influenze, forse ancora prima di recarsi ad Assisi.



Pietro Cavallini, Volto di Cristo. Città del Vaticano, Collegio Teutonico.Questo splendido dipinto venne pubblicato da Federico Zeri come opera di Pietro Cavallini. Qui il classicismo romano si unisce a elementi stilistici bizantini.

Jacopo Torriti, Volto del Creatore. Disegno su intonaco. Assisi, Museo della Basilica di San Francesco. Si tratta di un rarissimo disegno su intonaco che venne scoperto sotto l’affresco con al Creazione di Jacopo Torriti nella Basilica Superiore di Assisi.

Pittore Romano degli inizi del XIV secolo. Volto di Cristo.

Colonnina a mosaico. XIII secolo. Veneranda Basilica di San Pietro in Vaticano.

Sesta sezione: Giovanni Pisano

In Giovanni Pisano il senso di classica staticità del padre Nicola, le solide cadenze dei panneggi, si trasformano in dramma di linee e di forme e il ritorno all’antico si colora di un particolare pathos.Vi è in lui un’inquietudine che gli deriva, sul piano degli exempla,“dall’espressionismo dei rilievi storici tardo-antichi e dei sarcofaghi di battaglie” (de Lachenal).

Giovanni Pisano è una personalità drammatica, decisamente proiettata verso il rinnovamento naturalistico gotico, che verrà messo in scena tra Due e Trecento ad Assisi e a Padova.

Giovanni Pisano. Danzatrice, Pisa, Museo dell’Opera del Duomo. Proveniente dal Battistero di Pisa. E’ una delle sculture più affascinanti del Duecento. Essendo oggi priva della testa e di qualunque attributo utile a identificarla, è stata battezzata in età romantica la Danzatrice. Tutto si risolve nel violento ondeggiare della veste, come se fosse mossa in un passo di “flamenco”.

Giovanni Pisano.Testa di Melchisedec. Volterra, Pinacoteca. Questa bellissima testa di uomo barbuto, riconosciuto da M. Seidel nel profeta Melchisedec, era stata scolpita in origine per il secondo livello della Fontana Maggiore di Perugia. Il classicismo è evidente nella tipologia del volto che riprende exempla di età antonina.

Giovanni Pisano. La Fortezza. Genova, collezione Doria. Faceva parte dello splendido monumento funebre di Margherita di Brabante a Genova. E’ pervasa da un sentimento che la fa apparire in tutta la sua verità.

Giovanni Pisano. Testa di San Michele Arcangelo. Collezione privata. Lo stupendo rilievo a tutto tondo, raffigurante la Testa di San Michele, come si capisce dal copricapo a elmetto, è la terminazione di una statuetta che ornava un monumento smembrato, forse a Genova.

Giovanni Pisano, bottega. Capitello figurato. Pisa, Museo Nazionale

Seguace di Giovanni Pisano. Capitello. Spoleto, Museo della Rocca Albornoz.


Settima sezione: Andrea Pisano

Con Andrea Pisano siamo entrati ormai nell’età di Giotto. Nato probabilmente verso la fine del Duecento, era ancor attivo nel 1348. Anche in lui l’afflato della tradizione antica non si spegne, e quello che va pubblicando, negli anni Trenta e Quaranta del Trecento a Firenze, è quanto di più intellettualmente classico si prospetti sul panorama dell’arte italiana. Ma il suo classicismo ha un carattere pacato. Egli si rifà a exempla greco-romani, dai quali assimila la purezza delle forme e l’equilibrio dei rapporti che intercorrono tra rilievo e fondo.



Andrea Pisano. L’invenzione della scultura. Firenze, Museo dell’Opera del Duomo. Fa parte del gruppo di 21 formelle a basso rilievo che ornavano il primo ordine del Campanile di Giotto a Firenze. Rappresenta, quale emblema della mostra, uno scultore all’opera, il greco Fidia intento a scolpire una statuetta.

Andrea Pisano. Madonna col Bambino. Orvieto, Museo dell’Opera del Duomo.In mirabile stato di conservazione, questa scultura presenta ancora nella chioma della Vergine e del Bambino, tracce di doratura e nel risvolto del manto tracce di blu lapislazzuli. Per la serena tenerezza che emana, è uno dei sommi capolavori della scultura italiana del Trecento, sintesi di classicismo e di esperienze giottesche.






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