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RiMe, n. 6, giugno 2011, pp. 45-113. ISSN 2035-794X

Migrazioni nel mondo mediterraneo

durante l’età moderna.

Il case-study storiografico italiano

Matteo Binasco




Introduzione: il quadro generale
Lo scopo di quest’articolo è quello di fornire una rassegna storiografica sulle migrazioni nella penisola italiana in età moderna1. La necessità di proporre un rapporto nasce dal fatto che, nel corso dell’ultimo ventennio, l’interesse per i fenomeni migratori all’interno e all’esterno della penisola italiana si è sviluppato progressivamente, testimoniato da un vero e proprio boom di studi, saggi e riviste specializzate. Tuttavia questa accresciuta attenzione per i migration studies non ha ancora prodotto una rassegna storiografica aggiornata.

Si pensi che ad oggi l’unico tentativo di proporre una ricognizione sui fenomeni migratori nella penisola italiana in età moderna è stato fatto da Giovanni Pizzorusso e Matteo Sanfilippo nel 1990 attraverso la loro rassegna storiografica sulle migrazioni in Italia dal basso medioevo fino ai primi anni Cinquanta del ventesimo secolo2. Questa rassegna è suddivisa in tre parti: l’introduzione che fornisce un quadro generale sugli studi migratori in Italia, la prima parte che identifica le macro aree migratorie della penisola e la seconda parte che propone un quadro più specifico sui centri urbani interessati dai fenomeni migratori.


Prima di procedere all’analisi specifica, è necessario fornire un quadro generale sugli studi migratori che nell’ultimo trentennio hanno conosciuto una profonda evoluzione grazie ai differenti contributi apportati da antropologi, demografi, geografi, sociologi e storici. Nell’ultimo decennio è emersa con veemenza la necessità di collegare tali contributi al fine di avere un’ottica multidisciplinare sui fenomeni migratori come è dimostrato dalla recentissima analisi curata da Jan e Ian Lucassen in collaborazione con Patrick Manning3. Il testo cerca di inquadrare le migrazioni attraverso l’ottica in cui l’indagine storica viene collegata agli studi portati avanti dagli antropologi, dai biologi, e dai linguisti. In questo lavoro si cerca inoltre di proporre un’analisi di lunghissima durata seguendo il modello lanciato nel 2002 dalla collezione di saggi edita da Dirk Hoerder che esamina i principali flussi migratori avvenuti in Africa, Asia, Europa, e nel continente americano dalla tarda antichità fino ai primi decenni del ventesimo secolo4. Nel 2005 Patrick Manning ha ulteriormente spostato all’indietro questa analisi, arrivando a trattare delle prime migrazioni umane avvenute 15.000 anni fa, ovvero prima della comparsa dell’agricoltura. La sua opera propone una sintesi basata su di un unico modello analitico che cerca d’identificare i legami linguistici che univano i vari movimenti migratori5.

Questa tendenza a proporre opere sulle migrazioni mondiali attraverso uno schema cronologico di lunghissimo periodo trae la sua origine nella prima metà degli anni Novanta, e più precisamente nel 1995, quando la Cambridge Survey of World Migration curata da Robin Cohen è stata pubblicata. Attraverso i novantacinque saggi presenti, il volume si propone di essere uno strumento bibliografico per coprire un periodo che va dal dodicesimo secolo fino ai primi anni Novanta del ventesimo6. L’approccio cronologico è stato progressivamente ristretto nelle più recenti ricerche demografiche e socio-economiche di Klaus Bade e Andrée Courtemanche sui movimenti migratori in Europa e nel quadro dell’area nordatlantica7.

A livello storiografico, gli anni Novanta sono stati anche contraddistinti dal progressivo approfondimento da parte degli studiosi modernisti dei legami fra il Vecchio e il Nuovo Mondo, un’indagine fortemente incoraggiata dalle celebrazioni per il cinquecentenario colombiano. Come sottolineato da Sanfilippo, questo evento ha spinto i modernisti a riconsiderare le migrazioni europee verso il continente americano come un fenomeno che s’inserisce in quadro più vasto di mobilità verso tutti i continenti8.

Il cinquecentenario colombiano può essere considerato come un ipotetico punto di rottura nella storiografia migratoria italiana che, da quel momento in avanti, ha subito una serie di profondi cambiamenti ed evoluzioni i cui effetti sono riscontrabili nella recentissima raccolta di saggi sulle migrazioni curata da Sanfilippo e Corti e pubblicata da Einaudi nel 2009 all’interno della collana Storia d’Italia9. Quest’opera ha finalmente colmato un vuoto in quanto esamina le migrazioni italiane, interne ed esterne, dalla tarda antichità fino ai primi anni del ventunesimo secolo, proponendo un’analisi di lunghissima durata e seguendo così il modello cronologico già utilizzato in Francia nel testo curato da Yves Lequin e pubblicato alla fine degli anni Ottanta10. La raccolta di saggi einaudiana rappresenta il culmine di un processo storiografico che, dall’inizio degli anni Novanta, ha conosciuto un vero e proprio boom di studi sulle migrazioni italiane ben testimoniato dalle opere di Aldo Albònico11, Patrizia Audenino12, Angiolina Arru13, Piero Bevilacqua14, Ludovico Incisa della Camerana15, Michele Colucci16, Paola Corti17, Fernando Devoto18, Emilio Franzina19, Donna Gabaccia20, Luciano Gallinari21, Mario Iaquinta22, Massimo Livi Bacci23, Stefano Luconi24, Alessandro Nicosia25, Matteo Pretelli26, Enrico Pugliese27, Bruno Ramirez28, Matteo Sanfilippo29, Patrizia Spinato Bruschi30, Francesco Surdich31, Maddalena Tirabassi32, Maria Elisabetta Tonizzi33, John Zucchi34 e Chiara Vangelista35.

L’elenco di autori sopracitati, che naturalmente non può essere esaustivo, dimostra l’enorme interesse per le migrazioni italiane. Nel corso degli anni esse sono diventate un’area di scontro ed incontro fra demografi, sociologi ma soprattutto fra storici medievisti, modernisti e contemporaneisti che hanno proposto diversi modelli interpretativi. Questa molteplicità di approcci rivela la complessa e variegata natura dei flussi migratori che, sin dal medioevo, hanno attraversato la penisola italiana. Tuttavia prima di definire questi flussi è opportuno stabilire quali cesure cronologiche siano state adottate per inquadrarli.

Nella sua introduzione alla raccolta di saggi intitolata Emigrazione e storia d’Italia, pubblicata nel 2003, Sanfilippo ha evidenziato come fino alla metà degli Ottanta la storiografia abbia utilizzato il 1870 come termine d’inizio della migrazione italiana, data suggerita dalla nascita dello stato unitario ma soprattutto dalla possibilità di usufruire da quel momento in avanti di dati statistici. Sanfilippo ha inoltre rilevato come alcuni storici quali Giuseppe Galasso36 ed Emilio Sereni37, abbiano fatto coincidere la nascita dello stato unitario alla creazione del mercato economico unitario e a considerare, pur con tesi diametralmente opposte, quest’ultimo come la causa del processo migratorio italiano. Un’ulteriore osservazione fatta da Sanfilippo è che, fino alla fine degli anni Ottanta, buona parte delle sintesi sui movimenti migratori italiani si è focalizzata esclusivamente sul periodo post-unitario.38 Le monografie di Francesco Balletta39, e di Ugo Ascoli40, le raccolte di saggi curate da Gianfausto Rosoli41, Anna Dell’Orefice42, Jean-Charles Vegliante43, e Claudio Cerreti44, nonché i tre volumi della Fondazione Agnelli sull’emigrazione italiana in Argentina, Brasile, e Stati Uniti45 possono essere considerati gli esempi più emblematici di quest’approccio prettamente contemporaneistico.

Tuttavia, fra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Novanta, si è anche cominciato a porre l’accento sul fatto che i flussi migratori di fine Ottocento potessero avere delle radici in periodi antecedenti. Per cercare di trovare un collegamento fra le migrazioni d’età moderna con le emigrazioni post-unitarie, tra gli anni Ottanta e Novanta, si è proposto di elaborare una serie di schemi regionali che sarebbero poi serviti come base per preparare una sintesi generale di lunga durata46. L’approccio regionale ha però fornito risultati contrastanti in quanto non c’è un quadro analitico uniforme. Infatti, fino al 2003, le analisi si sono concentrate sul caso piemontese47, ligure, veneto, trentino, friulano, campano, emiliano, calabrese, siciliano, ed in tono minore su quello abruzzese, valdostano, pugliese, marchigiano, molisano, toscano, lucano, e sardo mentre scarsi risultavano gli studi sulle altre regioni48.

Tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni 2000, la letteratura migratoria regionale ha cominciato ad espandersi e proporre analisi sul caso umbro, laziale, lombardo ampliando inoltre quelle relative alla Liguria, all’Emilia, alla Toscana, al Veneto, al Molise, al Friuli, alla Puglia, e alla Sicilia. Tuttavia bisogna specificare che tutti gli studi sopracitati si concentrano sulla grande migrazione ottocentesca e novecentesca, ad eccezione delle analisi di Biagio Salvemini49, Saverio Russo50, Ornella Bianchi51, Giuseppe Restifo52, Renato Bordone con Franco Spinelli53 e Davide Miriam54.

Il collegamento fra età moderna e contemporanea è stato affrontato in modo più agevole nelle analisi sui flussi migratori italiani verso le Americhe. Gli studi compiuti da Franzina55, Albònico e Rosoli56, Pizzorusso57, Gigliola Pagano de Divitiis58, della Camerana59, Luca Codignola60, Daniele Fiorentino61, Marco Porcella62, Matteo Sanfilippo63, Andrea Zannini e Daniele Gazzi64, Chiara Vangelista65, e la raccolta di saggi curata da Luis Adão de Fonseca, Maria Eugenia Cadeddu e Luciano Gallinari66 hanno rilevato la continuità e la varietà della presenza italiana dalla scoperta colombiana fino al periodo della migrazione di massa. Fra gli studiosi sopraelencati, Codignola, Pizzorusso e Sanfilippo sono stati anche i primi a dimostrare l’importanza del materiale archivistico conservato negli archivi della Santa Sede per lo studio della migrazione italiana in Nord America durante l’età moderna e contemporanea67.

Pizzorusso è stato anche uno dei primi a sostenere come la continuità del fenomeno migratorio tra età moderna ed età contemporanea non è riscontrabile solamente nei flussi verso le Americhe ma anche nel caso della penisola italiana, dove l’analisi può essere fatta partire addirittura dal basso medioevo. Questo tentativo di allargare all’indietro lo spettro cronologico si basa sul fatto che all’interno della penisola italiana vi sono state delle migrazioni e degli spostamenti di popolazione che, in alcune macro-aree, hanno avuto un carattere permanente per tutta l’età moderna68. Per comprendere appieno la rilevanza di tali migrazioni bisogna considerare come esse sono state analizzate nel contesto storiografico italiano.



Il quadro delle aree migratorie
Per evidenziare la necessità di collegare i flussi migratori d’età moderna con quelli avvenuti nel basso medioevo, Pizzorusso ha fatto riferimento al saggio di Rinaldo Comba sulla mobilità geografica nel medioevo69. Questo storico ha rilevato come il basso medioevo è stato il momento in cui il fenomeno migratorio ha cominciato ad essere determinato in modo molto più marcato dal differente sviluppo economico di talune aree rispetto ad altre, provocando così lo spostamento di gruppi di persone da una zona ad un’altra della penisola. Sempre secondo Comba vi sono tre cause principali per questi movimenti: una climatico - geografica, contrapposizione fra montagna e pianura; una fiscale, ovvero il peso delle imposte nelle città; ed una demografica, dovuta al sovrappopolamento70. Pizzorusso ha però sottolineato come il saggio di Comba dia un quadro d’insieme senza fornire delle classificazioni specifiche al contrario invece di quanto ha fatto Giuseppe Petralia, che nei suoi studi sui Pisani nella Sicilia del Quattrocento71, ha delineato chiaramente delle tipologie sulle migrazioni a breve e a lunga distanza così come su quelle temporanee e definitive72. Queste tipologie sono state ulteriormente approfondite dai demografi Carlo Corsini e Giovanni Levi. Più precisamente Corsini ha identificato che le migrazioni interne italiane sono state caratterizzate da quattro fattori chiave quali: le caratteristiche del migrante, le cause per il suo movimento, la durata della migrazione e la distanza percorsa. Tuttavia sia Corsini che Levi hanno ribadito che questa griglia interpretativa non basta da sola ad inquadrare un fenomeno complesso, in cui è necessario tenere in considerazione anche i fattori psicologici che spingevano a partire73.

Se Corsini e Levi hanno provato a fornire uno schema teorico di riferimento, è sempre stato lo stesso Pizzorusso ad aver rilevato le caratteristiche di fondo che legano le esperienze migratorie del basso medioevo a quelle dell’età moderna. Secondo la sua opinione, ci sono tre costanti che rimangano immutate fra un periodo e l’altro. La prima di esse sono le migrazioni, nella maggior parte dei casi stagionali, dalla montagna alpina e appenninica verso la pianura o verso le città. La seconda è rappresentata dai movimenti di manodopera specializzata legata però a professioni poco qualificanti. La terza costante è rappresentata dalle migrazioni legate all’esilio politico e religioso, un aspetto che però non sembra avere contorni drammatici in quanto chi è costretto a fuggire riesce ad essere sostenuto da una rete di legami parentali o cittadini. Queste tre costanti s’inseriscono in un contesto nel quale la penisola perde di centralità nell’economia europea e nel quale si stabilizzano una pluralità di stati indipendenti74.

Data la frammentazione politica e amministrativa della penisola italiana in età moderna, è difficile proporre un quadro preciso della geografia di questi movimenti. Tuttavia, ad oggi, la storiografia continua ad utilizzare il modello generale elaborato da Giovanni Levi, Elena Fasano Guarini, Marco della Pina secondo cui all’interno della penisola si riscontrano quattro grandi aree migratorie: settentrionale, centrale, meridionale ed insulare75.

Per quanto riguarda la parte settentrionale della penisola, essa è caratterizzata dalla forte migrazione di commercianti, artigiani e addetti all’edilizia che provengono dall’arco alpino e si dirigono verso la pianura e le città. Nell’ultimo ventennio tali movimenti migratori hanno suscitato un crescente interesse da parte di antropologi, demografi, geografi e storici. Essi hanno dimostrato come l’assunto di Fernand Braudel sulla montagna come «fabbrica d’uomini al servizio altrui» e luogo privo di ogni forma di mobilità sia ormai superato e privo di fondamento76. La sintesi di Pier Paolo Viazzo sulla mobilità nelle frontiere alpine rappresenta la più recente analisi di una letteratura che nel corso dell’ultimo ventennio ha dimostrato la complessità e la varietà del fenomeno migratorio alpino e montano in generale77. Tuttavia bisogna premettere che la necessità di ampliare le ricerche sull’area alpina ha cominciato a manifestarsi già nei primi anni Settanta quando lo storico francese Jean-Pierre Poussu rilevò come il sovrappopolamento e la povertà non bastassero a spiegare le migrazioni dalle montagne78.

Alla fine degli anni Ottanta la complessa articolazione del sistema migratorio alpino ha cominciato ad essere analizzata in modo sistematico attraverso la pioneristica raccolta di saggi edita da Daniele Jalla79. Quest’opera prende in considerazione le migrazioni sull’arco alpino occidentale, ed in modo particolare quelle che si sono sviluppate fra la Provenza, il Delfinato e il Piemonte dal medioevo all’età contemporanea. Nel 1991 il saggio di Dionigi Albera ha sostenuto la necessità di adottare una visuale non statica per analizzare le società alpine80. Il suo lavoro è però basato in gran parte sulle ricerche condotte da Viazzo che ha dimostrato la ricchezza dell’economia alpina e il complesso reticolo di relazioni esistenti fra una valle e l’altra81. Nello specifico Viazzo è stato uno dei primi a mettere in discussione l’esplosione demografica e la chiusura culturale del mondo alpino utilizzando il case study della Val Sesia82, un’area che è stata poi recentemente ripresa in considerazione da Sabrina Contini83.

Sia Albera che Viazzo sono stati precursori di una fertile area di ricerca che è quella della mobilità in vari versanti delle Alpi. Negli ultimi diciotto anni questa tematica è stata approfondita, ampliata e riveduta nella sintesi di Audenino del 199284 nonché nelle raccolte di saggi curate da Ursus Brunold85 da Luigi Fontana, nel 199886, Paola Corti, nel 200087, e da Fausto Piola Caselli, nel 200388. Di queste raccolte quella edita da Corti è quella più completa in quanto, oltre a fare il punto sulla storiografia, estende il modello migratorio alpino ad aree non alpine come la Provenza89, il Marocco90, la Spagna91, il Mezzogiorno adriatico92, il Molise93, l’Appennino Toscano e Ligure94 e la Corsica95.



Se queste quattro raccolte di saggi hanno fornito un quadro interpretativo generale, è necessario però sottolineare che a partire dagli anni Sessanta la storiografia sulle migrazioni alpine ha cominciato a proporre delle analisi su specifiche aree ed in modo particolare su quella prealpina della Lombardia. Nel suo saggio del 1973, Domenico Sella ha stimato che, a metà del Seicento, più del trenta per cento della popolazione di quest’area sia interessata dal fenomeno migratorio96. Nel 1961 il pioneristico articolo di Giuseppe Gallizia e Ferdinando Cesare Farra ha aperto la strada all’analisi delle migrazioni dalle valli del Canton Ticino, e nel caso specifico dalla Val Blenio97. A partire dai primi anni lo spettro d’indagine è stato ampliato ad altre valli ticinesi tramite le indagini di Raul Merzario, la cui ingente produzione storiografica ne ha messo in evidenza il sistema sociale, demografico e soprattutto le migrazioni che in alcuni casi avvengono da montagna a montagna98. La vasta letteratura sulle migrazioni da quest’area è stata ulteriormente arricchita dalle opere di Patrizia Audenino99, Marina Cavallera100, Raffaello Ceschi101, Sandro Biaconi102, Chiara Orelli103, Laura Damiani-Cabrini104, e Gianni Berla105. Oltre alle valli ticinesi, anche la zona del comasco è stata fortemente interessata da consistenti flussi migratori, stagionali e non, verso la Sicilia. Se Raffaele Grillo106 e Maurice Aymard107 hanno fornito un quadro generale di questi flussi, è stata invece Mariuccia Belloni Zecchinelli la prima a delineare con precisione la migrazione dall’alto Lago di Como verso Palermo e a evidenziare come i migranti, una volta giunti a destinazione, si radunino in congregazioni religiose intitolate ai santi protettori delle rispettive chiese d’origine108, un argomento recentemente ripreso da Gaetano Nicastro109. Così come per le valli ticinesi, Merzario ha espanso le ricerche su questi flussi migratori, dimostrando come delle comunità che risiedono a poca distanza l’una dall’altra possano partire per differenti destinazioni110. Questo tipo di migrazioni sono per la maggior parte dei casi caratterizzate dalla presenza di manodopera altamente specializzata che, nei luoghi, d’arrivo, pratica la stessa attività della propria zona d’origine111. In alcuni casi, queste migrazioni favoriscono anche la diffusione di una determinata tecnica come la lavorazione del ferro. Il saggio di Jean-François Belhoste ha analizzato quest’ultimo aspetto dimostrando come, a partire dal prima metà del 1500, le migrazioni dei fabbri provenienti dalle Alpi bergamasche abbiano contributo a diffondere questa tecnica nel Delfinato francese112. Anche la Valtellina è un’area di partenza da dove gruppi di Valtellinesi si dirigono alla volta di Roma. Le ricerche condotte da Vittorio Caprara113 e Antonio Cesare Corti114 hanno evidenziato come una consistente parte di questi flussi migratori sia composta da maestranze pittoriche che trovano a Roma occasioni di carriera negate nei luoghi natii.

I meccanismi migratori che si riscontrano nelle Alpi lombarde si ripetono anche nelle Alpi occidentali, e più precisamente nel triangolo che lega il Piemonte alla Provenza e al Delfinato. Gli atti del convegno tenutosi a Cuneo nel 1984, edito da Jalla e precedentemente citato, offrono tutt’ora un quadro generale per comprendere i sistemi migratori che si sono sviluppati fra queste tre aree dal basso medioevo fino alla fine della seconda guerra mondiale. L’età moderna viene affrontata attraverso i saggi di Luciano Allegra115, Michelle Vovelle116, Diego Pasinato117 e Dionigi Albera, quest’ultimo con Manuela Dossetti e Sergio Ottonelli118. All’interno dei flussi migratori che si sviluppano nelle Alpi occidentali, Levi ha dimostrato l’attrazione esercitata da Torino su una manodopera non qualificata che proviene dalle valli attorno alla città119.

Anche la parte orientale dell’arco alpino è stata caratterizzata da migrazioni stagionali e permanenti di breve o lungo raggio. Una di esse è la transumanza praticata dalla gente dell’Altopiano di Asiago, della Valsugana e dalle montagne del Feltrino. L’analisi fatta da Walter Panciera è esplicativa delle difficoltà provate dai pastori di queste aree alpine che durante la stagione invernale si riversano nella pianura veneta dove faticano ad adattarsi all’economia locale120. Analogamente anche l’area montana del Friuli è caratterizzata da intensi flussi migratori durante l’età moderna. Più in particolare gli studi di Alessio Fornasin121, Giorgio Ferigo122, Furio Bianco e Domenico Molfetta123 hanno messo in luce il forte carattere commerciale di queste migrazioni nelle quali i cramârs, ovvero i venditori ambulanti, ricoprono un ruolo fondamentale. Infatti, essi intessono relazioni commerciali con altre aree anche remote dai luoghi d’origine, ma al tempo stesso riescono a mantenere un legame con le proprie famiglie che vengono sostenute tramite le rimesse dei loro guadagni.

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