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Alcune sentenze emesse dai tribunali militari durante la prima guerra mondiale


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Alcune sentenze emesse dai tribunali militari durante la prima guerra mondiale
I seguenti documenti sono tratti da un’importante opera storiografica di Enzo Forcella e Alberto Monticone. Sono sentenze emesse dai tribunali militari nei confronti di soldati che si sono macchiati di reati di varia natura. Ne proponiamo alcune che hanno un riferimento diretto con scene del film di Francesco Rosi.

a) Avanzata a colpi di moschetto


C. F., della provincia di Arezzo, anni 26, contadino, celibe, incensurato, soldato nel 139° fanteria; condannato alla fucilazione nel petto per abbandono di posto in faccia al nemico. Sentenza eseguita il 28 luglio 1916. Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Bassano, 26 luglio 1916.
Il giorno 11 luglio 1916, il soldato C. F., trovavasi in una trincea da poco occupata, nella prima linea di fronte alle posizioni nemiche, nascosto dietro sacchetti di terra, in compagnia dei soldati C. C. e L. G. Scoppiata una granata nemica, il C. F. dicendo che un sasso proiettato dallo scoppio della granata stessa lo aveva colpito alla spalla, senza alcun permesso si allontanava dal suo posto di trincea per recarsi al luogo di medicazione: e durante il percorso sparandosi un colpo del prorpio fucile all’indice della mano sinistra, si produceva una ferita per aver in tal modo caginone ad essere accettato al posto di medicazione in località Malga Bosco Secco, e quindi sottrarsi alle ulteriori operazioni imminenti di guerra.

Il C. F., infatti trovavasi in trincea pronto per combattimento: senza giustificato motivo non poteva allontanarsi dal proprio posto; ed egli allora a tale scopo accampava la scusa del dolore alla spalla a causa dello scoppio della granata. Siccome, però, egli stesso era conscio non essere valido tale specioso motivo, volle colla lesione procuratasi acquisire le condizioni necessarie ad essere ricoverato al posto di medicazione, e facendo quindi mancare la possibile difesa allora richiesta.

Inoltre, è chiaro il dolo specifico dell’accusato, poiché pensatamente e consciamente si produceva la lesione allo scopo di abbandonare il posto di combattimento; e in considerazione, appunto, di tale determinata volontarietà e dei precedenti del C. F. stesso, che, come risulta dai rapporti dei superiori, fu sempre un cattivo e codardo soldato, tanto da “essere altre volte costretto all’avanzata con colpi di moschetto”, non si crede sia il caso di usare a suo riguardo alcuna clemenza; anche per le supreme

necessità di disciplina ed esemplarità che nelle attuali circostanze maggiormente si impongono. Pertanto, rimasta pienamente affermata laresponsabilità del giudicabile in ordine all’accusa a lui ascritta, la pena per il reato commesso è quella di morte con fucilazione nel petto.


(E. Forcella-A. Monticone, Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Bari 1968, p.95-96)

b) Il viaggio del magazziniere


L. G., di Alcamo, anni 38, contadino, coniugato, soldato del 215° fanteria, già condannato per furto e diserzione; condannato a morte mediante fucilazione nella schiena per diserzione in presenza del nemico. Tribunale militare di guerra di Valona, 5 agosto 1918. Pena sospesa per domanda di grazia. Esito ignoto.
Il soldato L. G. appartenente alla 5a compagnia del 215° reggimento fanteria il 27 ottobre 1917 trovavasi a prestar servizio presso un magazzino divisionale di vestiario a Gradisca quando giunse a quel magazzino l’ordine di sgombrare il materiale portandolo indietro1. Terminata verso la mezzanotte tale operazione il L. G. vedendo dei militari che andavano per proprio conto e non riuniti in reparti si mise in viaggio verso l’interno del Regno con evidente scopo di dirigersi a casa sua non curante di ciò che avveniva sulle linee di operazione. Tale viaggio del L. G. parte in ferrovia parte a piedi per le campagne ebbe termine presso Palmi (Calabria) ove il 26 dicembre 1917 venne arrestato dei RR. CC.2 (Regi Carabinieri). Per tutto il periodo dal 27 ottobre al 26 dicembre egli era vissuto lavorando di tanto in tanto e guadagnando così del denaro che gli serviva per nutrirsi.
(Ibidem, p.302)


c) Saluti sulla neve



R. D., della provincia di Salerno, anni 33, decoratore, coniugato, censurato, caporalmaggiore nel 129° fanteria, condannato a 1 anno di reclusione militare per rifiuto d’obbedienza e conversazione col nemico; C. M., della provincia di Avellino, anni 24, contadino, coniugato, censurato, caporale nel 129° fanteria, condannato a 1 anno e 1 mese di reclusione militare per lo stesso reato; M. E., della provincia di Arezzo, anni 23, celibe, già condannato per rifiuto di obbedienza, soldato nel 129° fanteria, condannato complessivamente a 8 anni di reclusione militare per tradimento indiretto. Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata. Enego, 5 maggio 1917.
La notte dal 19 al 20 dicembre un plotone della 6a compagnia del 129° fanteria rilevava da una trincea di monte Zebio un reparto del 130° fanteria. La neve era così abbondante che aveva coperto le feritoie e impediva di far fuoco. Fu proposto di scavare gradinate sulla neve per poter salire sopra le trincee e costruirvi degli appostamenti per i tiratori. Durante i lavori il caporalmaggiore R. D. ebbe vaghezza di salire col caporale C. M. sopra le nostre trincee da dove si vedevano gli austriaci scoperti dalla cintola in su che spalavano neve. Gli austriaci rivolsero parole non comprese perché in tedesco, facendo cenni di saluto. Sopraggiunto il M. E. che fu in Germania a lavorare e là ebbe a fidanzarsi, iniziò una conversazione che portò ad una specie d’intesa reciproca di non molestare i lavori. Di qui uno scambio di cortesie e di saluti specie nell’occasione della festa di Natale, tanto che dalla trincea nemica veniva alzato un gran cartellone con su scritto in tedesco “Buon Natale” e vennero successivamente gettate sigarette che vennero raccolte dal C. M. e ricambiate con pane.

Un disertore austriaco, certo G. L., riferiva in suo interrogatorio che il caporale M. E. aveva raccontato al caporale austriaco S. che aveva la fidanzata in Germania (a Dresda) pregandolo di scrivere per lui una lettera desiderando darle sue notizie. La lettera fu inviata ed il M. E. ebbe risposta e la lettera scritta in tedesco è in atti e porta pure in tedesco l’indicazione del M. E.: Inft. Regm. 129 6 Komp. Pure in atti altra lettera in tedesco scambiata fra la fidanzata e un militare austriaco nella quale con promessa di compenso chiedeva notizie del M. E.


(Ibidem, p.128-129)

d) Quattro anni per una lettera


B. U., veneto, anni 25, soldato nella 36a compagnia presidiaria; condannato a 4 anni di reclusione militare per propagazione di notizie denigratorie. Tribunale militare di guerra del V corpo d’armata. Thiene, 20 gennaio 1916.
Il 29 novembre 1915, dall’ufficio postale militare presso la 15a divisione, venne sequestrata per censura una lettera di pari data, anonima, diretta a B. A. di Adria, e contenente espressioni di denigrazione sulle operazioni di guerra, di vilipendio per l’esercito, di diffamazione avverso ufficiali e di incitamento alla rivoluzione. La lettera stessa, tra l’altro, conteneva precisamente la seguente espressione: “Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione”. In appresso aggiungeva: “I giornali parlano della presa di Gorizia. Oggi stesso ho avuto la conferma che essa non sarà mai presa; ossia occorre che gli austriaci l’abbandonino. Non ci si lusinghi … i soldati italiani non sono capaci di prenderla”. Inoltre attribuiva ad ufficiale una frase come questa: “Se avessi fra le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei”; ed infine concludeva: “Quindi unica cosa da farsi è la rivoluzione … siamo stanchi … e non si attende che la scintilla”.

Proceduto ad inchiesta, venne riconosciuto per autore della lettera l’accusato B. U., che confessò essere il contenuto della lettera parto della sua fantasia e di averla scritta in un momento di sconforto per la lontananza dalla famiglia.


(Ibidem, p.43-44)

e) La rivolta della Catanzaro


C. F., della provincia di Chieti, anni 20, celibe, incensurato; L. P., della provincia di Bari, anni 27, ammogliato con prole; P. L., della provincia di Bari, anni 21, fornaio, celibe, analfabeta, incensurato; S. O., della provincia di Macerata, 21 anni, celibe, incensurato; tutti soldati nel 141° e nel 142° fanteria; condannati alla pena di morte mediante fucilazione nel petto per rivolta, come agenti principali; C. L., della provincia di Firenze, 22 anni, operaio, celibe, incensurato, e F. A., della provincia di Foggia, 21 anni, carrettiere, celibe, incensurato; soldati negli stessi reggimenti, condannati a 15 anni e 10 mesi di reclusione militare per complicità nella rivolta.

Tribunale militare di guerra del VII corpo d’armata. Zona di guerra, 1 agosto 1917. Sentenze di morte eseguite nel settembre dello stesso anno.
La notte tra il 15 e il 16 luglio, una gravissima rivolta sorse nei reggimenti 141° e 142° di fanteria costituenti la brigata Catanzaro, i quali avevano avuto l’ordine di partire da S. Maria la Longa per la linea.

I primi colpi di fucile e le agitazioni incomposte dei soldati partirono dai baraccamenti del 141°, ma quasi subito il movimento si estese anche a quelli del 142°; la rivolta perciò si manifestò in modo impressionante e raggiunse il suo culmine verso la mezzanotte essendo stata in azione dai ribelli anche qualche mitragliatrice contro le truppe d’ordine, che giusta le previdenti disposizioni deisuperiori comandi erano state dislocate opportunamente per impedire che i rivoltosi dilagassero nei vicini abitati, come sembrava fosse loro obbiettivo.

Ne sorsero conflitti per i quali rimasero uccisi, vittime del loro dovere, il tenente P. R. e il carabiniere B. F., e feriti diversi ufficiali e uomini di truppa.

La rivolta fu totalmente domata verso le ore quattro. Risulta dalla relazione in atti e dalle deposizioni dei testi assunti in giudizio che la rivolta era stata concertata in precedenza fra gli elementi facinorosi dei due reggimenti.

I militari comparsi oggi in giudizio debbono rispondere del reato di rivolta, ed essendo stata la loro reità chiarita più rapidamente per maggiori elementi di accusa da loro stessi e dai denuncianti forniti, fu ritenuto opportuno portarli senza indugio al dibattimento senza attendere la definizione dell’istruttoria necessariamente più lunga. riflettente i numerosissimi altri indiziati, dei quali alcuni anche latitanti. Passando ad esaminare partitamente la posizione dei singoli imputati, si osserva in ordine al C. F., come mentre il tenente P. si sforzava di tenere a bada un gruppo di una quarantina di uomini l’accusato piombasse tra di essi gridando “fuoco! fuoco!”; l’ufficiale lo afferrò per il collo, e gli strinse il fucile, che dovette tosto lasciare perché ancora scottante; di ciò approfittò il soldato per sottrarsi alla stretta dell’ufficiale, il quale però fu sollecito a strappargli il piastrino di riconoscimento, che appariva attraverso la giubba sbottonata per modo che si poté senza alcun dubbio identificare il colpevole nella persona dell’odierno accusato.

Per quanto riguarda L. P., la prova della sua partecipazione alla rivolta si sussume da una lettera da lui scritta alla propria moglie ed intercettata dalla censura, nella quale egli confessa di aver preso parte attiva alla rivolta, e si vanta di aver ucciso un carabiniere, dopo averlo maltrattato ripetutamente col calcio del fucile; onde per questa sua confessione è stata a lui addebitata oltre la partecipazione alla rivolta anche l’uccisione del carabiniere.

Il C. L., lo S. O. e il F. A. hanno in lettere da loro spedite, e dalla censura sequestrate, descritta la rivolta con frasi tali da non lasciare dubbio sulla partecipazione alla rivolta stessa (“Si è fatta la rivoluzione”; “abbiamo fatto sciopero … da qualunque parte noi facevamo fuoco”; “alla Brigata Catanzaro abbiamo fatto una rivolta” e manifestano poi, tutti propositi di diserzione al nemico).

Infine il P. L. è indiziato perché quando, la mattina dopo, il reggimento iniziò la marcia di trasferimento, egli si rivolse contro i conducenti delle automitragliatrici, che accompagnavano il reparto, per mantenere la disciplina e prevenire nuovi disordini, gridando quasi in preda a morboso furore “Vigliacchi, ci avete traditi!”.

Il L. P. asserisce che quando scrisse la lettera era in istato di ubriachezza: ma ciò devesi escludere pel tenore della lettera stessa la quale dà una descrizione precisa dei dolorosi avvenimenti di quella sera, sebbene per quanto riguarda l’uccisione del carabiniere sorga il dubbio al Tribunale che l’imputato, abbia voluto attribuire a se stesso l’infame uccisione del povero milite per un sentimento perverso di vanagloria. Risulta invero dalla deposizione del capitano deiRR. CC. (Regi Carabinieri) T. che il carabiniere B. è stato ucciso in condizioni di fatto del tutto diverse da quelle accennate dall’accusato nella lettera.

Ma se è da porsi in dubbio che egli abbia ucciso il carabiniere, è certo invece per il tenore della lettera e per la malvagità di cui ha dato prova anche semplicemente vantandosi di un sì nefando delitto non suo, che egli prese parte cosciente e attiva alla rivolta, di cui l’uccisione del carabiniere fu un episodio.Il naufragio dell’alibi tentato dai predetti accusati, le varie loro contraddizioni ed infine il tenore delle loro lettere convincono il Tribunale che essi attivamente parteciparono alla rivolta, sia pure in grado e con responsabilità diversa.


(Ibidem, p.236-238)


Si allude evidentemente alle recenti vicende dell’offensiva austriaca in Trentino, la cosiddetta Strafexpedition che dalla metà di maggio alla metà di giugno del 1916 minacciò gravemente l’intero schieramento dell’esercito italiano con pressione dagli altipiani verso la pianura veneta. All’epoca della sentenza l’offensiva, comunque, era stata da tempo arrestata ed era in corso una serie di sforzi controffensivi italiani, che portarono al parziale recupero dei territori perduti.

1 L’ordine di sgombero a quei reparti, appartenenti alla 3a armata, era dovuto allo sfondamento austro-tedesco a Caporetto.

2 Dopo l’arresto e in attesa del processo, l’imputato fu mandato in Albania, dove appunto fu giudicato dal Tribunale di guerra di Valona.

 Gorizia fu occupata dalle truppe italiane il 9 agosto 1916.

 L’ammutinamento della brigata Catanzaro (141° e 142° regg. fanteria) fu uno dei più gravi episodi di rivolta di tutta la guerra. Nel corso della sparatoria notturna furono uccisi due ufficiali e nove soldati, feriti altri due ufficiali e 25 soldati. Al mattino del 16 luglio, placatosi l’ammutinamento, furono senz’altro fucilati 16 soldati arrestati con le armi cariche e le canne ancora calde per gli spari. Si procedette inoltre alla decimazione della 6a compagnia del 142° reggimento, ammutinatasi in massa: furono così fucilati altri 12 soldati. Seguirono poi regolari procedimenti davanti ai tribunali di guerra.


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